• 1848, L’ultima indipendenza siciliana (capitolo III)

    1848, L’ultima indipendenza siciliana (capitolo III)

    Capitolo III: Sul mancato sviluppo industriale

    Pubblichiamo la terza parte del testo “1848, L’ultima indipendenza siciliana”. Nel seguente capitolo si proporrà un ragionamento essenziale, ma non per questo meno rigoroso, della situazione economica siciliana all’indomani della costituzione del Regno delle Due Sicilie. In particolar modo, si porrà l’accento sul ruolo ancillare che la monarchia borbonica aveva assegnato alla nostra isola nel riassetto produttivo del dominio napoletano.

    Gli sconvolgimenti del 1806-1816 ebbero ricadute non di poco conto per l’economia siciliana. Il dirottamento della corte a Napoli fece perdere importanti benefici fiscali all’isola, soprattutto all’ormai ex capitale, Palermo. Un ulteriore contraccolpo arrivò per via del rientro a casa delle truppe inglesi di stanza in Sicilia, che nel decennio appena trascorso contribuirono ad alimentare il mercato dei consumi.

    L’unica ventata di novità, modernizzatrice e centralizzatrice insieme, consistette nell’abolizione dei diritti feudali. Peraltro, si tratta dell’unico aspetto della Costituzione del ‘12 a non essere spazzato via dalla Restaurazione. Però, ciò non comportò un miglioramento delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti, né tantomeno favorì un’industrializzazione su larga scala. In primis, per via del lassismo con cui la monarchia diede seguito alle leggi varate. A tal proposito, si riporta un’analisi dello storico Salvatore Lupo:

    «Solo nel 1825-27 furono emanate nell’isola le prime (e contraddittorie) istruzioni per avviare le operazioni di individuazione delle terre ex feudali su cui gravavano usi civici, propedeutiche alla loro suddivisione tra i membri più poveri delle comunità paesane, prevista dalla legge antifeudale «francese» del 1806. Queste lungaggini diedero molte possibilità di manovra a una possidenza che ben poco si identificava nell’impianto sociale della legge. Certi ex feudatari misero precocemente sul mercato le loro terre, in modo da non dover pagare lo scotto del previsto scorporo della parte demaniale: così, a Castiglione di Sicilia (zona etnea, provincia di Catania), fecero i principi Colonna sin dal 1820, stabilendo la vendita di «latifondi grandissimi, ne’ quali il popolo aveva molti diritti, [che] poco fruttavano agli abitanti e nulla alla Proprietà».

    Le fonti poi dicono di un gran numero di casi di privati (ex feudatari o acquirenti di beni ex feudali) che impedivano, anche ricorrendo alla violenza, agli aventi diritto di praticare gli usi civici, troncando di fatto la continuità antica che (come sappiamo), stando alla legge, andava innanzitutto riconosciuta, prima di andare alla prevista compensazione» ¹.

    Pesò poi il fatto che, nel quadro industriale delineatosi dopo il 1816, il re avesse assegnato alla Sicilia il doppio ruolo di fornitrice di materie prime e di acquirente di ultima istanza per la nascente – e fragile – industria continentale del Regno. In particolare, figure come Vincenzo Mortillaro e Ferdinando Malvica videro nella legge sul libero cabotaggio tra Napoli e l’isola una misura ad esclusivo vantaggio della prima. Infatti, da un lato impediva la libera commercializzazione di alcuni prodotti siciliani sulla terraferma (vedasi sale, tabacco, polvere da sparo, sottoposti a monopolio) e nella città di Napoli (a causa dei dazi comunali); dall’altro, i forti dazi impedivano che dal continente si potessero esportare materie prime necessarie alla crescita delle manifatture isolane².

    Per quanto concerne gli investimenti, le commesse statali – cioè dei contratti onerosi tra un ente pubblico e un fornitore privato per l’acquisizione di beni, servizi o lavori – erano riservate esclusivamente al continente. Ciò attesta quanto la corona fosse del tutto ostile all’idea di programmare investimenti di lungo periodo nell’isola per stimolare occupazione e innovazione industriale.

    In buona sostanza, il governo non mosse un dito in favore dello sviluppo economico e industriale della Sicilia e, fatte salve alcune eccezioni, nemmeno l’aristocrazia e la borghesia di casa nostra si diedero tanta pena.

    Emblematica fu la gestione dello zolfo, di cui la Sicilia detenne il monopolio per tutta la prima metà del XIX secolo. La proprietà del sottosuolo era in gran parte nelle mani della chiesa o della nobiltà. Questi, non avendo né l’intraprendenza né le risorse per gestire le miniere in prima persona, preferivano cedere la gestione delle cave in affitto. Poiché le concessioni erano sovente a breve termine, per di più a piccoli imprenditori che non disponevano di enormi capitali da investire, gli affittuari non avevano l’interesse a investire in moderne tecnologie per l’estrazione e la lavorazione della materia prima. Ne conseguì un ritorno molto modesto nel lungo periodo per l’indotto industriale siciliano, accompagnato dallo sfruttamento indiscriminato dei giacimenti, senza che in Sicilia fossero presenti strutture di trasformazione ad alto valore aggiunto³.

    Questo schema, fatta salva la produzione del vino nella provincia di Trapani ad opera di imprenditori locali o inglesi, è applicabile a tutto il comparto manifatturiero dal 1816 al 1861 (e oltre). Politiche governative assenti quando non apertamente ostili, aristocrazia inerte e iniziative imprenditoriali di matrice borghese insufficienti per generare cambiamenti strutturali. Non c’è da stupirsi se, nonostante le politiche centraliste e la feroce repressione borbonica, il nazionalismo siciliano continuasse a covare, in attesa di esplodere.

    Note:

    ¹Lupo Salvatore, Rivoluzione Meridionale (1816-1926). Narrazioni e memorie, Donzelli, Roma, 2026, pp. 63-64;

    ²Cancila Orazio, Storia dell’industria in Sicilia, Laterza, Roma, 1995, p. 85;

    ³Ibidem, pp. 22-24.

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