• In uscita il secondo numero di Trinacria Editore: I saperi coloniali nelle scuole siciliane

    In uscita il secondo numero di Trinacria Editore: I saperi coloniali nelle scuole siciliane

    Quando si parla del rapporto diseguale tra Sicilia e Stato italiano si pensa immediatamente alle sue ricadute sul piano economico e sociale. Emigrazione di manodopera verso il Nord, investimenti economici riservati in gran parte verso i centri produttivi dello Stato, enorme disparità nei trasporti, nella sanità, nell’istruzione e via dicendo. È probabilmente meno discusso quello che è forse l’aspetto più subdolo della condizione coloniale in cui la nostra isola è sottoposta: le forme e le modalità in cui la Sicilia è studiata e raccontata attraverso la scuola, una delle massime istituzioni dello Stato moderno. Da qui la scelta di provare a costruire un’analisi, espressa nel secondo volume di Trinacria Editore «I saperi coloniali nelle scuole siciliane» sul ruolo giocato dalla produzione del sapere per il mantenimento del giogo coloniale ai danni della Sicilia. Di seguito si riporta l’introduzione al testo, redatta da Tiziana Albanese.

    Decolonizzare il sapere non è solo un esercizio accademico o teorico, ma una pratica politica, culturale e pedagogica necessaria per smantellare i meccanismi di potere che hanno, storicamente, definito cosa è “conoscenza valida” e chi ha il diritto di produrla e diffonderla.

    L’epistemologia coloniale, intesa come la struttura di pensiero che ha imposto e consolidato una visione eurocentrica, razionalista e gerarchica del mondo, ha prodotto un modello di conoscenza che ha sistematicamente escluso, marginalizzato o oscurato le forme di sapere indigene, popolari, subalterne e non allineate ai modelli dominanti.

    Il caso siciliano offre una prospettiva esemplare per riflettere su questa sfida. Per affrontarla è indispensabile partire dalla messa in discussione di una delle narrazioni più persistenti e fuorvianti della storiografia ufficiale: quella secondo cui la Sicilia sarebbe stata, per secoli, una superficie neutra su cui si sarebbero imposte e susseguite diverse dominazioni esterne, impedendole di costruirsi una sua propria identità. Una terra conquistata da popoli stranieri che l’avrebbero occupata, amministrata, civilizzata, senza che essa producesse soggettività politica o culturale.

    Questa visione, profondamente coloniale, ha prodotto un’immagine dell’isola come terra “vuota”, priva di voce e identità propria, plasmata sempre e solo da ciò che è venuto dall’esterno – tranne per il fenomeno mafioso, che viene invece narrato come “autenticamente” siciliano. Tutto il resto – architettura, storia, diritto, agricoltura, arte, letteratura, filosofia, persino i paesaggi -sarebbe stato importato, innestato, imposto da altri. In questa narrazione, la Sicilia non è mai soggetto, ma sempre oggetto.

    Eppure, una lettura della storia non ideologicamente orientata a cancellare o delegittimare l’identità siciliana smentisce questa impostazione. I popoli che sono approdati in Sicilia non hanno semplicemente “dominato” l’isola, ma dato vita a un sistema politico, sociale e culturale autonomo, dinamico e plurale. Quando fenici e greci arrivano nell’isola, non restano semplicemente fenici o greci. E neanche gli indigeni restano soltanto indigeni. L’incontro tra culture non è mai neutro: ciascuna si trasforma, si mescola, diventa altro. Non più greci, non più solo fenici, e nemmeno più solo siculi, sicani, elimi.

    Qualcosa di nuovo prende forma: un’identità terza, ibrida e stratificata. Lo stesso vale per gli arabi che abitano la Sicilia: non sono più gli stessi arabi del Nord Africa o dell’Asia Occidentale. Lo spazio siciliano li trasforma, li reinterpreta. E così i Normanni quando regnano in Sicilia. È questa terra, con la sua storia sedimentata, a modificarli.È questo il nodo: l’arrivare non cancella ciò che si era, ma lo trasforma. L’identità siciliana nasce proprio qui, da questo processo di mutua contaminazione. Dire che l’identità siciliana non esiste perché «non l’abbiamo prodotta noi» è una affermazione inesatta.

    Noi chi? Noi che siamo l’eredità vivente di siculi, sicani, elimi, fenici, greci, romani, arabi, normanni, spagnoli? E anche ammesso che qualcosa «non l’abbiamo prodotta noi», cosa sarebbe mai passato da questa terra senza lasciarvi traccia, senza stratificarsi nel tempo, senza diventare anche un po’ nostra?La vera cesura in questo equilibrio storico-culturale si produce con la costruzione dello Stato-Nazione italiano, a partire dall’Unità. È in quel momento che si inaugura una forma di colonialismo interno, silenzioso ma sistematico, che riduce la complessità dell’identità siciliana a una periferia da normalizzare, controllare e disciplinare.

    Attraverso politiche centraliste, narrazioni ufficiali e la diffusione di modelli educativi uniformi è stato imposto un sistema culturale e cognitivo “nazionale” monolitico, che ha silenziato storie, lingue, tradizioni e visioni del mondo locali, relegando la Sicilia a un ruolo marginale, quando non caricaturale, nel racconto della modernità italiana. La Sicilia è diventata, così, un caso emblematico di marginalizzazione epistemica: “al centro” per la sua posizione nel Mediterraneo, per la sua ricchezza culturale e storica, ma “ai margini” nei processi decisionali e nella costruzione del sapere ufficiale all’interno dello Stato italiano. Di una cultura viva e stratificata, quando non silenziata, ciò che viene trasmesso e insegnato è spesso una caricatura folkloristica.

    Questa eredità coloniale nella produzione e trasmissione del sapere si manifesta ancora oggi nelle istituzioni educative, scientifiche e culturali. Le università siciliane, ad esempio, godono di minori risorse e minore riconoscimento rispetto a quelle del Centro-Nord; nei programmi scolastici la storia della Sicilia è spesso marginale o trattata in modo superficiale; i patrimoni immateriali e le forme di conoscenza non istituzionalizzate – dall’oralità alle pratiche artigianali, dalla medicina popolare alla memoria collettiva – vengono raramente riconosciuti come elementi fondanti della cultura e della storia siciliana; la nostra lingua è sottoposta a stigma e declassata a dialetto.

    Decolonizzare il sapere in Sicilia significa rompere con questa impostazione e ripensare la conoscenza in modo autonomo e radicato. Significa dare spazio e legittimità a quei saperi che non si trovano nei libri di testo, alle tradizioni orali, alle esperienze delle comunità locali, ai saperi delle donne, alla lingua siciliana, alle produzioni artistiche popolari e contemporanee. Significa riconoscere e valorizzare ciò che ha costruito – e continua a costruire – l’identità siciliana. Dare dignità epistemica a ciò che è stato considerato “minore”, “non moderno”, “arretrato”, e riportarlo al centro di una nuova visione del sapere, più giusta e contestualizzata.

    La decolonizzazione del sapere, infatti, implica una revisione critica dei canoni accademici e culturali, ma anche una valorizzazione attiva di saperi alternativi: significa riscrivere la storia da altri punti di vista, riscoprire le genealogie dimenticate, rimettere in discussione le mappe del sapere, i canoni, le categorie stesse con cui interpretiamo la realtà. Non un’operazione nostalgica o identitaria in senso conservatore e chiuso; ma un esercizio critico e creativo, per aprire nuove possibilità nel presente e verso il futuro.

    Questo libro nasce da queste urgenze. L’intento non è semplicemente quello di denunciare le distorsioni del sapere dominante, ma di offrire strumenti teorici e pratici per intraprendere un processo di decolonizzazione del sapere attivo, concreto, capace di restituire voce e dignità a quelle forme di conoscenza che per troppo tempo sono state oscurate o marginalizzate.

    Non un percorso neutro; ma una scelta politica radicale, che comporta la messa in discussione di assetti di potere consolidati, di narrazioni dominanti e di gerarchie cognitive e culturali che ancora oggi determinano chi può parlare, cosa può essere detto, e cosa invece deve restare ai margini.

    La decolonizzazione del sapere è allo stesso tempo punto di partenza e orizzonte: un primo passo per spezzare le catene cognitive dell’asservimento, e un invito a immaginare una Sicilia libera, capace di parlare di sé da sé, di produrre conoscenza in proprio e da posizioni finalmente indipendenti.

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