TRINACRIA

CHI SIAMO?

Cambiare il presente per costruire il futuro significa riattualizzare i propri linguaggi, modificare le proprie forme.
Cambiare pelle, come i serpenti della Gorgone, per rigenerarsi. 

È ora di fare la muta. 
È tempo di una nuova Trinacria



Trinacria, da τρεῖς «tre» e ἄκρα «promontorio», è l’antico nome con cui i Greci indicavano la Sicilia. I tre promontori che la caratterizzano, capo Pachino, capo Peloro e capo Lilibeo, e le sue tre punte delineano una forma che rimanda a un triangolo. Una testa di Gorgone – figura mitologica di donna in grado, con uno sguardo, di pietrificare un uomo - con tre gambe che partono dal capo e si piegano all’altezza del ginocchio. Con questo aspetto viene, da secoli, raffigurata la Trinacria.

 Nel 1282 la Trinacria fu posta al centro della bandiera che per quasi mille anni ha rappresentato la nostra isola. Proprio a partire da quell’anno, nel quale la Rivoluzione del Vespro insorse, la Trinacria divenne uno dei principali simboli dell’indipendentismo siciliano. Sentimento ben radicato nella Sicilia oppressa dalle dominazioni straniere, l’indipendentismo ha dominato lo scenario politico siciliano nei secoli a venire. 

 Scomparsi gli angioini, il sentimento non sparì ma si riversò contro i dominatori successivi. Col tempo gli strumenti e le forme dell’oppressione sono cambiati, così come sono cambiate le forme con cui l’indipendenza prende vita sul nostro territorio. Le lotte che si danno oggi in Sicilia, anche se non esplicitamente schierate, muovono tutte verso un’unica direzione. Rivendicano autodeterminazione e autogoverno, esasperano le contraddizioni che ci legano alla forma Stato e al centralismo decisionale. 

 L’indipendenza non va fraintesa. Non è un sentimento escludente, divisivo. Non è un lusso, egoismo territoriale o ricerca di egemonia. L’indipendenza è una necessità storica, un obbiettivo oltre che una prospettiva strategica. È l’istanza che più lega gli abitanti al loro territorio: è voglia di riscatto collettivo, di difesa da qualunque sopraffazione esterna. È l’istinto naturale che spinge una madre Gorgone ad aizzare i suoi serpenti. Si tratta di un desiderio mai sopito, di una rivendicazione mai ottenuta. È ciò che rivendicavano i Fasci dei Lavoratori: «nostra è la terra»; è ciò che rivendichiamo oggi chiedendo il potere di poter decidere sui nostri territori: «nostro è il futuro»

 Trinacria, simbolo eterno della lotta contro gli oppressori, si schiera dalla parte dei siciliani che hanno a cuore la loro terra. È una lente triangolare, rigorosamente di parte, con cui analizzare le lotte che si danno quotidianamente nella nostra isola, con cui guardare oltre le dicotomie e le banalizzazioni della politica. Ma Trinacria è anche un laboratorio politico dove costruire le nuove forme con cui l’indipendenza si esprime oggi. Un laboratorio in cui sperimentarsi e sperimentare, in cui dare voce alla Sicilia e ai siciliani. 

Cambiare il presente per costruire il futuro significa riattualizzare i propri linguaggi, modificare le proprie forme.
Cambiare pelle, come i serpenti della Gorgone, per rigenerarsi. 

È ora di fare la muta. 
È tempo di una nuova Trinacria.

Trinacria, da τρεῖς «tre» e ἄκρα «promontorio», è l’antico nome con cui i Greci indicavano la Sicilia. I tre promontori che la caratterizzano, capo Pachino, capo Peloro e capo Lilibeo, e le sue tre punte delineano una forma che rimanda a un triangolo. Una testa di Gorgone – figura mitologica di donna in grado, con uno sguardo, di pietrificare un uomo - con tre gambe che partono dal capo e si piegano all’altezza del ginocchio. Con questo aspetto viene, da secoli, raffigurata la Trinacria.

 Nel 1282 la Trinacria fu posta al centro della bandiera che per quasi mille anni ha rappresentato la nostra isola. Proprio a partire da quell’anno, nel quale la Rivoluzione del Vespro insorse, la Trinacria divenne uno dei principali simboli dell’indipendentismo siciliano. Sentimento ben radicato nella Sicilia oppressa dalle dominazioni straniere, l’indipendentismo ha dominato lo scenario politico siciliano nei secoli a venire.

 Scomparsi gli angioini, il sentimento non sparì ma si riversò contro i dominatori successivi. Col tempo gli strumenti e le forme dell’oppressione sono cambiati, così come sono cambiate le forme con cui l’indipendenza prende vita sul nostro territorio. Le lotte che si danno oggi in Sicilia, anche se non esplicitamente schierate, muovono tutte verso un’unica direzione. Rivendicano autodeterminazione e autogoverno, esasperano le contraddizioni che ci legano alla forma Stato e al centralismo decisionale. 

L’indipendenza non va fraintesa. Non è un sentimento escludente, divisivo. Non è un lusso, egoismo territoriale o ricerca di egemonia. L’indipendenza è una necessità storica, un obbiettivo oltre che una prospettiva strategica. È l’istanza che più lega gli abitanti al loro territorio: è voglia di riscatto collettivo, di difesa da qualunque sopraffazione esterna. È l’istinto naturale che spinge una madre Gorgone ad aizzare i suoi serpenti. Si tratta di un desiderio mai sopito, di una rivendicazione mai ottenuta. È ciò che rivendicavano i Fasci dei Lavoratori: «nostra è la terra»; è ciò che rivendichiamo oggi chiedendo il potere di poter decidere sui nostri territori: «nostro è il futuro».

Trinacria, simbolo eterno della lotta contro gli oppressori, si schiera dalla parte dei siciliani che hanno a cuore la loro terra. È una lente triangolare, rigorosamente di parte, con cui analizzare le lotte che si danno quotidianamente nella nostra isola, con cui guardare oltre le dicotomie e le banalizzazioni della politica. Ma Trinacria è anche un laboratorio politico dove costruire le nuove forme con cui l’indipendenza si esprime oggi. Un laboratorio in cui sperimentarsi e sperimentare, in cui dare voce alla Sicilia e ai siciliani.