TRINACRIA

Lettera di una studentessa siciliana a Gianni Riotta di laRepubblica

Oggi un editoriale di Gianni Riotta su «laRepubblica» torna su un tema centrale per la Sicilia, quello dell’emigrazione (per leggerlo clicca qui) . Pubblichiamo la risposta di Tiziana Albanese, studentessa siciliana dell’Università di Palermo.

Lettera di una studentessa che ha scelto di rimanere in Sicilia

Sono una studentessa siciliana, iscritta all’Università di Palermo. L’ultimo anno di liceo è stato un tira e molla tra la voglia di restare e l’obbligo di dovermene andare. Alla fine ho scelto di rimanere e ogni volta che sento parlare di emigrazione, mi sento tirata in causa. So che è un tema delicato, tocca le corde e il cuore di tutti noi siciliani. I nostri nonni, valige di cartone alla mano, piangevano sulle navi in partenza per la rotta transatlantica; i nostri genitori piangono oggi in aeroporto, mentre con i nostri trolley ci accingiamo a partire per le città che proveremo a far diventare le nostre nuove case. Case che però non sanno mai di casa: troppo diverse – gli odori, i paesaggi, le usanze non ci appartengono. Eppure, ci adattiamo, soffrendo, perché non abbiamo alternative.

E ci incazziamo quando sentiamo o leggiamo banalizzazioni sul tema. Non fanno bene a noi, che sappiamo quali sono le ragioni per cui emigriamo. E non fanno bene alla Sicilia, che a forza di luoghi comuni di certo non riuscirà mai a eliminare la sua etichetta, degna del positivismo scientifico che tanto di moda andava un tempo, di “terra dannata”. Eppure, è un linguaggio che va molto di moda, purtroppo anche oggi.

Ogni qual volta sento parlare della nostra mentalità retrograda e fuori dal tempo, mi chiedo sempre se chi parla si senta esonerato da questa etichetta. Mi chiedo chi sia questo “siciliano medio” a cui tanto ci si riferisce e che si fa portatore di questa mentalità. Sarà l’autore? Suo padre? Il suo vicino di casa che lavora al Comune? O non è che, forse, sono io? Se sono io, se siamo tutti noi siciliani, ugualmente colpevoli, vorrei chiedere a chi parla come ci si libera di questo fardello. Sarà un biglietto aereo a comprare il mio ingresso nella civiltà?

Lo scontro di civiltà interno all’Italia – una operosa e civile al Nord e una parassita e barbara al Sud – è stato il cavallo di battaglia di partiti come la Lega Nord che negli anni hanno costruito il loro consenso elettorale contro il Meridione. Io me lo ricordo ancora il Ministro dell’Istruzione leghista Bussetti, quando diceva che il problema delle scuole del Sud era che gli insegnanti dovevano impegnarsi di più.

La Sicilia, terra abitata da parassiti sociali, criminali, mafiosi, è causa dei suoi mali. E chi è causa dei suoi mali pianga se stesso. O, nel caso in cui non voglia puntarsi il dito direttamente contro, lo sposti di qualche centimetro verso: gli impiegati comunali, i sindaci ladri, la classe politica regionale incapace. Tutti soggetti che, sicuramente, potrebbero impegnarsi di più – come gli insegnanti di Bussetti. Mai, però, che il dito si punti alla luna.

Si parla tanto di giovani ed emigrazione. Del fenomeno inarrestabile che ci porta a studiare fuori dall’isola. Ma se le università siciliane negli ultimi 10 anni sono state le più definanziate d’Italia, è colpa della mentalità feudale che attanaglia l’isola? Se non abbiamo laboratori, edifici sicuri, un turn over nell’insegnamento, è solo colpa dei rettori siciliani che stanno tutto il giorno a grattarsi la pancia? O è colpa di un sistema volutamente penalizzante nei confronti degli atenei meridionali? Lo stesso discorso potremmo farlo su più fronti. Un terzo dei Comuni della regione sono in dissesto, non potendo erogare servizi ai cittadini. I sindaci, che ogni giorno devono fronteggiare l’emergenza, non mi sembrano i diretti colpevoli del problema. Stesso discorso potremmo farlo per gli investimenti sull’istruzione (gli asili nido in Sicilia non esistono), sulle infrastrutture, sulla sanità. Recentemente è arrivato il primo Frecciabianca in Sicilia. I Ministri dei Trasporti degli ultimi decenni non si erano accorti che qui stavamo senza treni?

Per carità, ognuno ha le proprie colpe. Ma prima di prendermela con me stessa che ho scelto l’isolamento, restando nella mia terra, vorrei che fosse lo Stato a eliminare quell’idea feudale, clientelare e rassegnata che ha della Sicilia. È vero, idee e fermento non sono certo nei piani della classe politica regionale. Ma sinistra, centro e destra si sono per anni alternati al governo della Regione – e la solfa rimane sempre la stessa. Eppure, la classe politica siciliana risponde a partiti nazionali che, in altre regioni, sono stati capaci di portare “sviluppo”, “progresso”, “innovazione”.

La Sicilia ha bisogno di rinnovamento, di menti giovani che decidano di restare per cambiare le cose. Ne abbiamo tanti, di piccoli esempi in giro per il territorio, di siciliani che scommettono su questa terra. Ma il siciliano che si impegna per cambiare le cose rema contro uno Stato che ha per la Sicilia altri progetti, altri piani. Se proprio una ”mentalità siciliana” esiste, è frutto dell’adattamento alle condizioni di vita nel territorio.

E allora non è tanto la mentalità a determinare il cambiamento, quanto il cambiamento a determinare la mentalità. E se il cambiamento non viene da fuori, la vera presa di coscienza utile non è comprendere di essere tutti criminali, mafiosi, retrogradi. È rendersi conto di vivere in una terra volutamente abbandonata dagli investimenti, in cui non si spende in servizi per i cittadini, in cui non si punta a costruire un futuro.

 

 

Lettera di una studentessa siciliana a Gianni Riotta di laRepubblica

Oggi un editoriale di Gianni Riotta su «laRepubblica» torna su un tema centrale per la Sicilia, quello dell’emigrazione (per leggerlo clicca qui) . Pubblichiamo la risposta di Tiziana Albanese, studentessa siciliana dell’Università di Palermo.

Lettera di una studentessa che ha scelto di rimanere in Sicilia

Sono una studentessa siciliana, iscritta all’Università di Palermo. L’ultimo anno di liceo è stato un tira e molla tra la voglia di restare e l’obbligo di dovermene andare. Alla fine ho scelto di rimanere e ogni volta che sento parlare di emigrazione, mi sento tirata in causa. So che è un tema delicato, tocca le corde e il cuore di tutti noi siciliani. I nostri nonni, valige di cartone alla mano, piangevano sulle navi in partenza per la rotta transatlantica; i nostri genitori piangono oggi in aeroporto, mentre con i nostri trolley ci accingiamo a partire per le città che proveremo a far diventare le nostre nuove case. Case che però non sanno mai di casa: troppo diverse – gli odori, i paesaggi, le usanze non ci appartengono. Eppure, ci adattiamo, soffrendo, perché non abbiamo alternative.

E ci incazziamo quando sentiamo o leggiamo banalizzazioni sul tema. Non fanno bene a noi, che sappiamo quali sono le ragioni per cui emigriamo. E non fanno bene alla Sicilia, che a forza di luoghi comuni di certo non riuscirà mai a eliminare la sua etichetta, degna del positivismo scientifico che tanto di moda andava un tempo, di “terra dannata”. Eppure, è un linguaggio che va molto di moda, purtroppo anche oggi.

Ogni qual volta sento parlare della nostra mentalità retrograda e fuori dal tempo, mi chiedo sempre se chi parla si senta esonerato da questa etichetta. Mi chiedo chi sia questo “siciliano medio” a cui tanto ci si riferisce e che si fa portatore di questa mentalità. Sarà l’autore? Suo padre? Il suo vicino di casa che lavora al Comune? O non è che, forse, sono io? Se sono io, se siamo tutti noi siciliani, ugualmente colpevoli, vorrei chiedere a chi parla come ci si libera di questo fardello. Sarà un biglietto aereo a comprare il mio ingresso nella civiltà?

Lo scontro di civiltà interno all’Italia – una operosa e civile al Nord e una parassita e barbara al Sud – è stato il cavallo di battaglia di partiti come la Lega Nord che negli anni hanno costruito il loro consenso elettorale contro il Meridione. Io me lo ricordo ancora il Ministro dell’Istruzione leghista Bussetti, quando diceva che il problema delle scuole del Sud era che gli insegnanti dovevano impegnarsi di più.

La Sicilia, terra abitata da parassiti sociali, criminali, mafiosi, è causa dei suoi mali. E chi è causa dei suoi mali pianga se stesso. O, nel caso in cui non voglia puntarsi il dito direttamente contro, lo sposti di qualche centimetro verso: gli impiegati comunali, i sindaci ladri, la classe politica regionale incapace. Tutti soggetti che, sicuramente, potrebbero impegnarsi di più – come gli insegnanti di Bussetti. Mai, però, che il dito si punti alla luna.

Si parla tanto di giovani ed emigrazione. Del fenomeno inarrestabile che ci porta a studiare fuori dall’isola. Ma se le università siciliane negli ultimi 10 anni sono state le più definanziate d’Italia, è colpa della mentalità feudale che attanaglia l’isola? Se non abbiamo laboratori, edifici sicuri, un turn over nell’insegnamento, è solo colpa dei rettori siciliani che stanno tutto il giorno a grattarsi la pancia? O è colpa di un sistema volutamente penalizzante nei confronti degli atenei meridionali? Lo stesso discorso potremmo farlo su più fronti. Un terzo dei Comuni della regione sono in dissesto, non potendo erogare servizi ai cittadini. I sindaci, che ogni giorno devono fronteggiare l’emergenza, non mi sembrano i diretti colpevoli del problema. Stesso discorso potremmo farlo per gli investimenti sull’istruzione (gli asili nido in Sicilia non esistono), sulle infrastrutture, sulla sanità. Recentemente è arrivato il primo Frecciabianca in Sicilia. I Ministri dei Trasporti degli ultimi decenni non si erano accorti che qui stavamo senza treni?

Per carità, ognuno ha le proprie colpe. Ma prima di prendermela con me stessa che ho scelto l’isolamento, restando nella mia terra, vorrei che fosse lo Stato a eliminare quell’idea feudale, clientelare e rassegnata che ha della Sicilia. È vero, idee e fermento non sono certo nei piani della classe politica regionale. Ma sinistra, centro e destra si sono per anni alternati al governo della Regione – e la solfa rimane sempre la stessa. Eppure, la classe politica siciliana risponde a partiti nazionali che, in altre regioni, sono stati capaci di portare “sviluppo”, “progresso”, “innovazione”.

La Sicilia ha bisogno di rinnovamento, di menti giovani che decidano di restare per cambiare le cose. Ne abbiamo tanti, di piccoli esempi in giro per il territorio, di siciliani che scommettono su questa terra. Ma il siciliano che si impegna per cambiare le cose rema contro uno Stato che ha per la Sicilia altri progetti, altri piani. Se proprio una ”mentalità siciliana” esiste, è frutto dell’adattamento alle condizioni di vita nel territorio.

E allora non è tanto la mentalità a determinare il cambiamento, quanto il cambiamento a determinare la mentalità. E se il cambiamento non viene da fuori, la vera presa di coscienza utile non è comprendere di essere tutti criminali, mafiosi, retrogradi. È rendersi conto di vivere in una terra volutamente abbandonata dagli investimenti, in cui non si spende in servizi per i cittadini, in cui non si punta a costruire un futuro.

 

 

Lettera di una studentessa siciliana a Gianni Riotta di laRepubblica

Oggi un editoriale di Gianni Riotta su «laRepubblica» torna su un tema centrale per la Sicilia, quello dell’emigrazione (per leggerlo clicca qui) . Pubblichiamo la risposta di Tiziana Albanese, studentessa siciliana dell’Università di Palermo.

Lettera di una studentessa che ha scelto di rimanere in Sicilia

Sono una studentessa siciliana, iscritta all’Università di Palermo. L’ultimo anno di liceo è stato un tira e molla tra la voglia di restare e l’obbligo di dovermene andare. Alla fine ho scelto di rimanere e ogni volta che sento parlare di emigrazione, mi sento tirata in causa. So che è un tema delicato, tocca le corde e il cuore di tutti noi siciliani. I nostri nonni, valige di cartone alla mano, piangevano sulle navi in partenza per la rotta transatlantica; i nostri genitori piangono oggi in aeroporto, mentre con i nostri trolley ci accingiamo a partire per le città che proveremo a far diventare le nostre nuove case. Case che però non sanno mai di casa: troppo diverse – gli odori, i paesaggi, le usanze non ci appartengono. Eppure, ci adattiamo, soffrendo, perché non abbiamo alternative.

E ci incazziamo quando sentiamo o leggiamo banalizzazioni sul tema. Non fanno bene a noi, che sappiamo quali sono le ragioni per cui emigriamo. E non fanno bene alla Sicilia, che a forza di luoghi comuni di certo non riuscirà mai a eliminare la sua etichetta, degna del positivismo scientifico che tanto di moda andava un tempo, di “terra dannata”. Eppure, è un linguaggio che va molto di moda, purtroppo anche oggi.

Ogni qual volta sento parlare della nostra mentalità retrograda e fuori dal tempo, mi chiedo sempre se chi parla si senta esonerato da questa etichetta. Mi chiedo chi sia questo “siciliano medio” a cui tanto ci si riferisce e che si fa portatore di questa mentalità. Sarà l’autore? Suo padre? Il suo vicino di casa che lavora al Comune? O non è che, forse, sono io? Se sono io, se siamo tutti noi siciliani, ugualmente colpevoli, vorrei chiedere a chi parla come ci si libera di questo fardello. Sarà un biglietto aereo a comprare il mio ingresso nella civiltà?

Lo scontro di civiltà interno all’Italia – una operosa e civile al Nord e una parassita e barbara al Sud – è stato il cavallo di battaglia di partiti come la Lega Nord che negli anni hanno costruito il loro consenso elettorale contro il Meridione. Io me lo ricordo ancora il Ministro dell’Istruzione leghista Bussetti, quando diceva che il problema delle scuole del Sud era che gli insegnanti dovevano impegnarsi di più.

La Sicilia, terra abitata da parassiti sociali, criminali, mafiosi, è causa dei suoi mali. E chi è causa dei suoi mali pianga se stesso. O, nel caso in cui non voglia puntarsi il dito direttamente contro, lo sposti di qualche centimetro verso: gli impiegati comunali, i sindaci ladri, la classe politica regionale incapace. Tutti soggetti che, sicuramente, potrebbero impegnarsi di più – come gli insegnanti di Bussetti. Mai, però, che il dito si punti alla luna.

Si parla tanto di giovani ed emigrazione. Del fenomeno inarrestabile che ci porta a studiare fuori dall’isola. Ma se le università siciliane negli ultimi 10 anni sono state le più definanziate d’Italia, è colpa della mentalità feudale che attanaglia l’isola? Se non abbiamo laboratori, edifici sicuri, un turn over nell’insegnamento, è solo colpa dei rettori siciliani che stanno tutto il giorno a grattarsi la pancia? O è colpa di un sistema volutamente penalizzante nei confronti degli atenei meridionali? Lo stesso discorso potremmo farlo su più fronti. Un terzo dei Comuni della regione sono in dissesto, non potendo erogare servizi ai cittadini. I sindaci, che ogni giorno devono fronteggiare l’emergenza, non mi sembrano i diretti colpevoli del problema. Stesso discorso potremmo farlo per gli investimenti sull’istruzione (gli asili nido in Sicilia non esistono), sulle infrastrutture, sulla sanità. Recentemente è arrivato il primo Frecciabianca in Sicilia. I Ministri dei Trasporti degli ultimi decenni non si erano accorti che qui stavamo senza treni?

Per carità, ognuno ha le proprie colpe. Ma prima di prendermela con me stessa che ho scelto l’isolamento, restando nella mia terra, vorrei che fosse lo Stato a eliminare quell’idea feudale, clientelare e rassegnata che ha della Sicilia. È vero, idee e fermento non sono certo nei piani della classe politica regionale. Ma sinistra, centro e destra si sono per anni alternati al governo della Regione – e la solfa rimane sempre la stessa. Eppure, la classe politica siciliana risponde a partiti nazionali che, in altre regioni, sono stati capaci di portare “sviluppo”, “progresso”, “innovazione”.

La Sicilia ha bisogno di rinnovamento, di menti giovani che decidano di restare per cambiare le cose. Ne abbiamo tanti, di piccoli esempi in giro per il territorio, di siciliani che scommettono su questa terra. Ma il siciliano che si impegna per cambiare le cose rema contro uno Stato che ha per la Sicilia altri progetti, altri piani. Se proprio una ”mentalità siciliana” esiste, è frutto dell’adattamento alle condizioni di vita nel territorio.

E allora non è tanto la mentalità a determinare il cambiamento, quanto il cambiamento a determinare la mentalità. E se il cambiamento non viene da fuori, la vera presa di coscienza utile non è comprendere di essere tutti criminali, mafiosi, retrogradi. È rendersi conto di vivere in una terra volutamente abbandonata dagli investimenti, in cui non si spende in servizi per i cittadini, in cui non si punta a costruire un futuro.