TRINACRIA

Caro voli: l'emigrazione non è un lusso

Ventitremila è il numero di siciliani che, negli ultimi due anni, hanno lasciato la Sicilia per andare a cercare diverse condizioni formative e lavorative fuori. Alla totale mancanza di investimenti all’interno del nostro territorio da parte del governo centrale - madre della “mancanza di opportunità” che viene interpellata continuamente quando si parla di giovani e lavoratori in Sicilia - si affianca la beffa: come se fornire iscritti alle Università del Nord e manodopera alle industrie del Settentrione non bastasse, lo Stato italiano riesce a speculare anche sul ritorno a casa degli emigrati.

 

Diverse soluzioni, tutte pessime

Si avvicina, infatti, il Natale, e i costi dei biglietti aerei per tornare a casa dalle famiglie, quest’anno, oscillano tra i 200 e i 600 euro. Se si decide di risparmiare almeno un po’, si è certamente liberi di farlo, impiegando dalle 6 alle 72 ore per effettuare uno o più scali e poter usufruire, da Kiev in Ucraina o da Varsavia in Polonia, del lusso di far parte di un’Unione Europea che garantisce la continuità territoriale. Laddove schizzinosi rifiutassero l’aereo, per raggiungere i propri affetti potrebbero ancora optare per un comodo viaggio in pullman, della durata complessiva di un’Odissea.

Lo schizzare dei prezzi in corrispondenza delle vacanze non è cosa nuova alle orecchie degli emigrati siciliani, costretti ogni anno a decidere, conti alla mano, se questa volta valga la pena di tornare a casa. Ma dopo un 2020 che, attraverso il lockdown, ha già tenuto lontani gli emigrati dai propri paesi, la speculazione sulla loro pelle assume una sfumatura fortemente provocatoria, sfacciata.

 

Lo Stato italiano specula sulla casa che ti ha fatto lasciare.

All’interno di un sistema statale come quello italiano, che concentra il proprio tessuto produttivo nel Settentrione e coagula intorno a questo l’intera vita del Paese, le garanzie circa le possibilità lavorative e di formazione hanno quanta più attendibilità - e, di conseguenza, possibilità di ricatto - tanto più ci si avvicina all’epicentro della produzione e ai centri privilegiati del consumo, tutti situati da Roma in su. Così, la migrazione dalla Sicilia assume tutte le caratteristiche di una scelta obbligata, all’interno di un territorio che viene diviso in base alle necessità dei mercati e alla competitività all’interno della rete globale.

I meccanismi che innescano l’emigrazione dalla Sicilia - e quindi lo spopolamento dei comuni siciliani, oltre che l’abbandono delle famiglie, dei luoghi cari, delle radici - fanno di per sé parte di una scelta ben precisa, presa non di certo da chi è costretto a fuoriuscire, ma da chi, a monte, detiene la decisionalità sulla nostra terra e le sue sorti.

Cosa c’è, quindi, di profondamente provocatorio in un volo Milano - Palermo che, in data 23 dicembre, prevede due scali, di cui uno a Budapest? La risata di uno Stato che ci lascia da soli ad affrontare il dramma dell’emigrazione, dopo averci fatto partire da casa con un biglietto di sola andata da €9. L’ironia amara di uno Stato che, col coltello dalla parte del manico, attraverso il caro voli ci comunica che tornare dalle nostre famiglie è un lusso, un problema nostro, una pausa dai meccanismi virtuosi - a cui ci avviciniamo trasferendoci finalmente altrove - che non possiamo permetterci. 

 

2+2

Il problema da affrontare e risolvere alla radice è quello dell’emigrazione forzata dall’isola. Ma se si volesse intanto agire per limitare i danni, una soluzione potrebbe essere la messa in campo di politiche di sostegno e bonus ai fuorisede, permettendo loro di rientrare senza dover sostenere spese esorbitanti. Sarebbe un segnale di presa in carico da parte dello Stato dei costi dell’emigrazione.

E, in effetti, l’idea ha sfiorato la mente anche del Ministro alle infrastrutture e delle mobilità sostenibili Enrico Giovannini, che si è premurato di stanziare 57 milioni di euro per attuare uno sconto del 30% sui voli da e verso Palermo e Catania rivolto a lavoratori - entro una certa soglia di reddito - e studenti fuorisede, disabili gravi e gravissimi e migranti per ragioni sanitarie. Il principale limite è, però, che lo sconto è applicabile solo sui voli acquistati dalla compagnia Ita Airways (ex Alitalia) e non sulle altre. Inoltre, il bonus viene applicato su tariffe che partono da prezzi già altissimi e che finiscono per mantenersi al pari di voli, a prezzo pieno, di altre compagnie aeree.

Davanti a questo maldestro tentativo di conciliare speculazione e bisogni di migliaia di famiglie siciliane - scegliendo sempre in favore della prima - noi rilanciamo con un suggerimento: biglietti gratis, offerti dal Ministero, magari di solo ritorno.



Per approfondire:

Caro voli: l'emigrazione non è un lusso

Ventitremila è il numero di siciliani che, negli ultimi due anni, hanno lasciato la Sicilia per andare a cercare diverse condizioni formative e lavorative fuori. Alla totale mancanza di investimenti all’interno del nostro territorio da parte del governo centrale - madre della “mancanza di opportunità” che viene interpellata continuamente quando si parla di giovani e lavoratori in Sicilia - si affianca la beffa: come se fornire iscritti alle Università del Nord e manodopera alle industrie del Settentrione non bastasse, lo Stato italiano riesce a speculare anche sul ritorno a casa degli emigrati.

 

Diverse soluzioni, tutte pessime

Si avvicina, infatti, il Natale, e i costi dei biglietti aerei per tornare a casa dalle famiglie, quest’anno, oscillano tra i 200 e i 600 euro. Se si decide di risparmiare almeno un po’, si è certamente liberi di farlo, impiegando dalle 6 alle 72 ore per effettuare uno o più scali e poter usufruire, da Kiev in Ucraina o da Varsavia in Polonia, del lusso di far parte di un’Unione Europea che garantisce la continuità territoriale. Laddove schizzinosi rifiutassero l’aereo, per raggiungere i propri affetti potrebbero ancora optare per un comodo viaggio in pullman, della durata complessiva di un’Odissea.

Lo schizzare dei prezzi in corrispondenza delle vacanze non è cosa nuova alle orecchie degli emigrati siciliani, costretti ogni anno a decidere, conti alla mano, se questa volta valga la pena di tornare a casa. Ma dopo un 2020 che, attraverso il lockdown, ha già tenuto lontani gli emigrati dai propri paesi, la speculazione sulla loro pelle assume una sfumatura fortemente provocatoria, sfacciata.

 

Lo Stato italiano specula sulla casa che ti ha fatto lasciare.

All’interno di un sistema statale come quello italiano, che concentra il proprio tessuto produttivo nel Settentrione e coagula intorno a questo l’intera vita del Paese, le garanzie circa le possibilità lavorative e di formazione hanno quanta più attendibilità - e, di conseguenza, possibilità di ricatto - tanto più ci si avvicina all’epicentro della produzione e ai centri privilegiati del consumo, tutti situati da Roma in su. Così, la migrazione dalla Sicilia assume tutte le caratteristiche di una scelta obbligata, all’interno di un territorio che viene diviso in base alle necessità dei mercati e alla competitività all’interno della rete globale.

I meccanismi che innescano l’emigrazione dalla Sicilia - e quindi lo spopolamento dei comuni siciliani, oltre che l’abbandono delle famiglie, dei luoghi cari, delle radici - fanno di per sé parte di una scelta ben precisa, presa non di certo da chi è costretto a fuoriuscire, ma da chi, a monte, detiene la decisionalità sulla nostra terra e le sue sorti.

Cosa c’è, quindi, di profondamente provocatorio in un volo Milano - Palermo che, in data 23 dicembre, prevede due scali, di cui uno a Budapest? La risata di uno Stato che ci lascia da soli ad affrontare il dramma dell’emigrazione, dopo averci fatto partire da casa con un biglietto di sola andata da €9. L’ironia amara di uno Stato che, col coltello dalla parte del manico, attraverso il caro voli ci comunica che tornare dalle nostre famiglie è un lusso, un problema nostro, una pausa dai meccanismi virtuosi - a cui ci avviciniamo trasferendoci finalmente altrove - che non possiamo permetterci. 

 

2+2

Il problema da affrontare e risolvere alla radice è quello dell’emigrazione forzata dall’isola. Ma se si volesse intanto agire per limitare i danni, una soluzione potrebbe essere la messa in campo di politiche di sostegno e bonus ai fuorisede, permettendo loro di rientrare senza dover sostenere spese esorbitanti. Sarebbe un segnale di presa in carico da parte dello Stato dei costi dell’emigrazione.

E, in effetti, l’idea ha sfiorato la mente anche del Ministro alle infrastrutture e delle mobilità sostenibili Enrico Giovannini, che si è premurato di stanziare 57 milioni di euro per attuare uno sconto del 30% sui voli da e verso Palermo e Catania rivolto a lavoratori - entro una certa soglia di reddito - e studenti fuorisede, disabili gravi e gravissimi e migranti per ragioni sanitarie. Il principale limite è, però, che lo sconto è applicabile solo sui voli acquistati dalla compagnia Ita Airways (ex Alitalia) e non sulle altre. Inoltre, il bonus viene applicato su tariffe che partono da prezzi già altissimi e che finiscono per mantenersi al pari di voli, a prezzo pieno, di altre compagnie aeree.

Davanti a questo maldestro tentativo di conciliare speculazione e bisogni di migliaia di famiglie siciliane - scegliendo sempre in favore della prima - noi rilanciamo con un suggerimento: biglietti gratis, offerti dal Ministero, magari di solo ritorno.



Per approfondire:

Caro voli: l'emigrazione non è un lusso

Ventitremila è il numero di siciliani che, negli ultimi due anni, hanno lasciato la Sicilia per andare a cercare diverse condizioni formative e lavorative fuori. Alla totale mancanza di investimenti all’interno del nostro territorio da parte del governo centrale - madre della “mancanza di opportunità” che viene interpellata continuamente quando si parla di giovani e lavoratori in Sicilia - si affianca la beffa: come se fornire iscritti alle Università del Nord e manodopera alle industrie del Settentrione non bastasse, lo Stato italiano riesce a speculare anche sul ritorno a casa degli emigrati.

 

Diverse soluzioni, tutte pessime

Si avvicina, infatti, il Natale, e i costi dei biglietti aerei per tornare a casa dalle famiglie, quest’anno, oscillano tra i 200 e i 600 euro. Se si decide di risparmiare almeno un po’, si è certamente liberi di farlo, impiegando dalle 6 alle 72 ore per effettuare uno o più scali e poter usufruire, da Kiev in Ucraina o da Varsavia in Polonia, del lusso di far parte di un’Unione Europea che garantisce la continuità territoriale. Laddove schizzinosi rifiutassero l’aereo, per raggiungere i propri affetti potrebbero ancora optare per un comodo viaggio in pullman, della durata complessiva di un’Odissea.

Lo schizzare dei prezzi in corrispondenza delle vacanze non è cosa nuova alle orecchie degli emigrati siciliani, costretti ogni anno a decidere, conti alla mano, se questa volta valga la pena di tornare a casa. Ma dopo un 2020 che, attraverso il lockdown, ha già tenuto lontani gli emigrati dai propri paesi, la speculazione sulla loro pelle assume una sfumatura fortemente provocatoria, sfacciata.

 

Lo Stato italiano specula sulla casa che ti ha fatto lasciare.

All’interno di un sistema statale come quello italiano, che concentra il proprio tessuto produttivo nel Settentrione e coagula intorno a questo l’intera vita del Paese, le garanzie circa le possibilità lavorative e di formazione hanno quanta più attendibilità - e, di conseguenza, possibilità di ricatto - tanto più ci si avvicina all’epicentro della produzione e ai centri privilegiati del consumo, tutti situati da Roma in su. Così, la migrazione dalla Sicilia assume tutte le caratteristiche di una scelta obbligata, all’interno di un territorio che viene diviso in base alle necessità dei mercati e alla competitività all’interno della rete globale.

I meccanismi che innescano l’emigrazione dalla Sicilia - e quindi lo spopolamento dei comuni siciliani, oltre che l’abbandono delle famiglie, dei luoghi cari, delle radici - fanno di per sé parte di una scelta ben precisa, presa non di certo da chi è costretto a fuoriuscire, ma da chi, a monte, detiene la decisionalità sulla nostra terra e le sue sorti.

Cosa c’è, quindi, di profondamente provocatorio in un volo Milano - Palermo che, in data 23 dicembre, prevede due scali, di cui uno a Budapest? La risata di uno Stato che ci lascia da soli ad affrontare il dramma dell’emigrazione, dopo averci fatto partire da casa con un biglietto di sola andata da €9. L’ironia amara di uno Stato che, col coltello dalla parte del manico, attraverso il caro voli ci comunica che tornare dalle nostre famiglie è un lusso, un problema nostro, una pausa dai meccanismi virtuosi - a cui ci avviciniamo trasferendoci finalmente altrove - che non possiamo permetterci. 

 

2+2

Il problema da affrontare e risolvere alla radice è quello dell’emigrazione forzata dall’isola. Ma se si volesse intanto agire per limitare i danni, una soluzione potrebbe essere la messa in campo di politiche di sostegno e bonus ai fuorisede, permettendo loro di rientrare senza dover sostenere spese esorbitanti. Sarebbe un segnale di presa in carico da parte dello Stato dei costi dell’emigrazione.

E, in effetti, l’idea ha sfiorato la mente anche del Ministro alle infrastrutture e delle mobilità sostenibili Enrico Giovannini, che si è premurato di stanziare 57 milioni di euro per attuare uno sconto del 30% sui voli da e verso Palermo e Catania rivolto a lavoratori - entro una certa soglia di reddito - e studenti fuorisede, disabili gravi e gravissimi e migranti per ragioni sanitarie. Il principale limite è, però, che lo sconto è applicabile solo sui voli acquistati dalla compagnia Ita Airways (ex Alitalia) e non sulle altre. Inoltre, il bonus viene applicato su tariffe che partono da prezzi già altissimi e che finiscono per mantenersi al pari di voli, a prezzo pieno, di altre compagnie aeree.

Davanti a questo maldestro tentativo di conciliare speculazione e bisogni di migliaia di famiglie siciliane - scegliendo sempre in favore della prima - noi rilanciamo con un suggerimento: biglietti gratis, offerti dal Ministero, magari di solo ritorno.



Per approfondire: