TRINACRIA

Sicilia: perché siamo sempre gli ultimi in classifica?

Sicilia ultima in classifica. È questo il verdetto che sentenziano costantemente le indagini prodotte da università e centri studi sui più svariati ambiti di interesse territoriale. Ma forse sarebbe il caso che questi enti spendessero il loro tempo a rintracciare le cause di tali dati e non a pubblicare sensazionalistiche classifiche decontestualizzate.



L’ultima indagine sulla qualità della vita

L'indagine condotta da ItaliaOggi e dall’Università La Sapienza di Roma, in collaborazione con Cattolica Assicurazioni, vede i capoluoghi siciliani ultimi nella classifica delle città italiane più vivibili per qualità di vita. La classifica prende in indagine i seguenti oggetti: affari e lavoro, ambiente, disagio sociale e personale, istruzione formazione capitale umano, popolazione, reddito e ricchezza, sicurezza, sistema salute e tempo libero.

E mentre sul podio vediamo capoluoghi come Parma, Trento e Bolzano, 8 dei 9 capoluoghi siciliani si piazzano ultimi in classifica. Trapani, Agrigento ed Enna occupano dalla 92esima alla 96esima posizione, seguite da Caltanissetta, Catania, Palermo e Messina, che si piazzano dalla 98esima alla 101esima. La più critica tra i capoluoghi siciliani è però Siracusa, trovandosi alla 104esima posizione sui 107 capoluoghi presi in analisi.

Quello che si evince dalla classifica è lampante. Aldilà dei singoli risultati, è chiaro come la posizione delle città siciliane sia indice di qualcos’altro. La classifica mostra, ancora una volta, l’enorme gap tra le città del Nord e quelle siciliane. Una distanza che separa nettamente due realtà, e che è sintomo di una mancanza radicale di interesse da parte dello Stato nel portare agli stessi livelli le due aree.



A cosa servono le classifiche?

Ogni anno siamo bombardati da un infinito numero di classifiche. La qualità della vita, così come l’istruzione, l’attrattività di un territorio, la sua operosità, ci vengono presentati incolonnati e pronti all’uso di giornali e media allo scopo di osannare e bacchettare un territorio piuttosto che un altro.

Puntualmente, le università, gli ospedali e le città siciliane si collocano agli ultimi posti. Una pessima presentazione della nostra terra, che per gli esperti che si occupano di stilare questi documenti va rivelata nuda e cruda per com’è. Con la scienza non si sbaglia, si tratta di verità oggettive – diranno loro. Mai che a questi sapienti dottori venga in mente di indagare sulle cause che si celano dietro i risultati.

La Sicilia, stretta tra le colonne di una tabella, urla ingiustizia. Il tentativo di decontestualizzare la realtà della nostra isola, privarla della sua storia, renderla mero dato competitivo, schernita da meccanismi che fanno di noi l’ultima ruota del carro dell’Italia, non fa altro che rafforzare quell’immagine di terra dannata da cui l’isola non sembra potersi liberare.


Perché la Sicilia è ultima in classifica?

Il progresso, per come lo si intende oggi, basa tutta la propria forza sul gioco del contrappeso: la ricchezza generata dalla povertà. Il progresso del Nord che avanza e si fa largo in cima alla classifica è reso possibile da una Sicilia spogliata di ogni sua risorsa, che lo Stato non smetterà certo di umiliare.

Il “progresso” per come si articola al Nord Italia, con tutti i benefici che comporta nell’ambito dei servizi e delle infrastrutture per la popolazione, per la Sicilia non è necessario. Se questo sistema per funzionare necessita più di ogni altra cosa del disequilibrio, degli estremi, della ricchezza di un’area generata dallo sfruttamento di un’altra, resa povera e marginale, allora non possiamo aspettarci che lo stesso Stato sia quello che ci tenderà la mano affinché la nostra terra possa godere di una buona qualità di vita.

Nel gioco perverso del colonialismo interno, la Sicilia è vitale, determinante per gli scopi perseguiti dallo Stato. Ma vitale e determinante è anche il fatto che le condizioni socio-economiche che si danno sul territorio rimangano quelle attuali.

Lì dove la disoccupazione prolifera, i servizi non funzionano, l’istruzione è di bassa qualità, la popolazione sarà incentivata a emigrare e a lasciare strada libera agli interessi altrui.

 
 
 

Sicilia: perché siamo sempre gli ultimi in classifica?

Sicilia ultima in classifica. È questo il verdetto che sentenziano costantemente le indagini prodotte da università e centri studi sui più svariati ambiti di interesse territoriale. Ma forse sarebbe il caso che questi enti spendessero il loro tempo a rintracciare le cause di tali dati e non a pubblicare sensazionalistiche classifiche decontestualizzate.



L’ultima indagine sulla qualità della vita

L'indagine condotta da ItaliaOggi e dall’Università La Sapienza di Roma, in collaborazione con Cattolica Assicurazioni, vede i capoluoghi siciliani ultimi nella classifica delle città italiane più vivibili per qualità di vita. La classifica prende in indagine i seguenti oggetti: affari e lavoro, ambiente, disagio sociale e personale, istruzione formazione capitale umano, popolazione, reddito e ricchezza, sicurezza, sistema salute e tempo libero.

E mentre sul podio vediamo capoluoghi come Parma, Trento e Bolzano, 8 dei 9 capoluoghi siciliani si piazzano ultimi in classifica. Trapani, Agrigento ed Enna occupano dalla 92esima alla 96esima posizione, seguite da Caltanissetta, Catania, Palermo e Messina, che si piazzano dalla 98esima alla 101esima. La più critica tra i capoluoghi siciliani è però Siracusa, trovandosi alla 104esima posizione sui 107 capoluoghi presi in analisi.

Quello che si evince dalla classifica è lampante. Aldilà dei singoli risultati, è chiaro come la posizione delle città siciliane sia indice di qualcos’altro. La classifica mostra, ancora una volta, l’enorme gap tra le città del Nord e quelle siciliane. Una distanza che separa nettamente due realtà, e che è sintomo di una mancanza radicale di interesse da parte dello Stato nel portare agli stessi livelli le due aree.



A cosa servono le classifiche?

Ogni anno siamo bombardati da un infinito numero di classifiche. La qualità della vita, così come l’istruzione, l’attrattività di un territorio, la sua operosità, ci vengono presentati incolonnati e pronti all’uso di giornali e media allo scopo di osannare e bacchettare un territorio piuttosto che un altro.

Puntualmente, le università, gli ospedali e le città siciliane si collocano agli ultimi posti. Una pessima presentazione della nostra terra, che per gli esperti che si occupano di stilare questi documenti va rivelata nuda e cruda per com’è. Con la scienza non si sbaglia, si tratta di verità oggettive – diranno loro. Mai che a questi sapienti dottori venga in mente di indagare sulle cause che si celano dietro i risultati.

La Sicilia, stretta tra le colonne di una tabella, urla ingiustizia. Il tentativo di decontestualizzare la realtà della nostra isola, privarla della sua storia, renderla mero dato competitivo, schernita da meccanismi che fanno di noi l’ultima ruota del carro dell’Italia, non fa altro che rafforzare quell’immagine di terra dannata da cui l’isola non sembra potersi liberare.


Perché la Sicilia è ultima in classifica?

Il progresso, per come lo si intende oggi, basa tutta la propria forza sul gioco del contrappeso: la ricchezza generata dalla povertà. Il progresso del Nord che avanza e si fa largo in cima alla classifica è reso possibile da una Sicilia spogliata di ogni sua risorsa, che lo Stato non smetterà certo di umiliare.

Il “progresso” per come si articola al Nord Italia, con tutti i benefici che comporta nell’ambito dei servizi e delle infrastrutture per la popolazione, per la Sicilia non è necessario. Se questo sistema per funzionare necessita più di ogni altra cosa del disequilibrio, degli estremi, della ricchezza di un’area generata dallo sfruttamento di un’altra, resa povera e marginale, allora non possiamo aspettarci che lo stesso Stato sia quello che ci tenderà la mano affinché la nostra terra possa godere di una buona qualità di vita.

Nel gioco perverso del colonialismo interno, la Sicilia è vitale, determinante per gli scopi perseguiti dallo Stato. Ma vitale e determinante è anche il fatto che le condizioni socio-economiche che si danno sul territorio rimangano quelle attuali.

Lì dove la disoccupazione prolifera, i servizi non funzionano, l’istruzione è di bassa qualità, la popolazione sarà incentivata a emigrare e a lasciare strada libera agli interessi altrui.

 
 
 

Sicilia: perché siamo sempre gli ultimi in classifica?

Sicilia ultima in classifica. È questo il verdetto che sentenziano costantemente le indagini prodotte da università e centri studi sui più svariati ambiti di interesse territoriale. Ma forse sarebbe il caso che questi enti spendessero il loro tempo a rintracciare le cause di tali dati e non a pubblicare sensazionalistiche classifiche decontestualizzate.



L’ultima indagine sulla qualità della vita

L'indagine condotta da ItaliaOggi e dall’Università La Sapienza di Roma, in collaborazione con Cattolica Assicurazioni, vede i capoluoghi siciliani ultimi nella classifica delle città italiane più vivibili per qualità di vita. La classifica prende in indagine i seguenti oggetti: affari e lavoro, ambiente, disagio sociale e personale, istruzione formazione capitale umano, popolazione, reddito e ricchezza, sicurezza, sistema salute e tempo libero.

E mentre sul podio vediamo capoluoghi come Parma, Trento e Bolzano, 8 dei 9 capoluoghi siciliani si piazzano ultimi in classifica. Trapani, Agrigento ed Enna occupano dalla 92esima alla 96esima posizione, seguite da Caltanissetta, Catania, Palermo e Messina, che si piazzano dalla 98esima alla 101esima. La più critica tra i capoluoghi siciliani è però Siracusa, trovandosi alla 104esima posizione sui 107 capoluoghi presi in analisi.

Quello che si evince dalla classifica è lampante. Aldilà dei singoli risultati, è chiaro come la posizione delle città siciliane sia indice di qualcos’altro. La classifica mostra, ancora una volta, l’enorme gap tra le città del Nord e quelle siciliane. Una distanza che separa nettamente due realtà, e che è sintomo di una mancanza radicale di interesse da parte dello Stato nel portare agli stessi livelli le due aree.



A cosa servono le classifiche?

Ogni anno siamo bombardati da un infinito numero di classifiche. La qualità della vita, così come l’istruzione, l’attrattività di un territorio, la sua operosità, ci vengono presentati incolonnati e pronti all’uso di giornali e media allo scopo di osannare e bacchettare un territorio piuttosto che un altro.

Puntualmente, le università, gli ospedali e le città siciliane si collocano agli ultimi posti. Una pessima presentazione della nostra terra, che per gli esperti che si occupano di stilare questi documenti va rivelata nuda e cruda per com’è. Con la scienza non si sbaglia, si tratta di verità oggettive – diranno loro. Mai che a questi sapienti dottori venga in mente di indagare sulle cause che si celano dietro i risultati.

La Sicilia, stretta tra le colonne di una tabella, urla ingiustizia. Il tentativo di decontestualizzare la realtà della nostra isola, privarla della sua storia, renderla mero dato competitivo, schernita da meccanismi che fanno di noi l’ultima ruota del carro dell’Italia, non fa altro che rafforzare quell’immagine di terra dannata da cui l’isola non sembra potersi liberare.


Perché la Sicilia è ultima in classifica?

Il progresso, per come lo si intende oggi, basa tutta la propria forza sul gioco del contrappeso: la ricchezza generata dalla povertà. Il progresso del Nord che avanza e si fa largo in cima alla classifica è reso possibile da una Sicilia spogliata di ogni sua risorsa, che lo Stato non smetterà certo di umiliare.

Il “progresso” per come si articola al Nord Italia, con tutti i benefici che comporta nell’ambito dei servizi e delle infrastrutture per la popolazione, per la Sicilia non è necessario. Se questo sistema per funzionare necessita più di ogni altra cosa del disequilibrio, degli estremi, della ricchezza di un’area generata dallo sfruttamento di un’altra, resa povera e marginale, allora non possiamo aspettarci che lo stesso Stato sia quello che ci tenderà la mano affinché la nostra terra possa godere di una buona qualità di vita.

Nel gioco perverso del colonialismo interno, la Sicilia è vitale, determinante per gli scopi perseguiti dallo Stato. Ma vitale e determinante è anche il fatto che le condizioni socio-economiche che si danno sul territorio rimangano quelle attuali.

Lì dove la disoccupazione prolifera, i servizi non funzionano, l’istruzione è di bassa qualità, la popolazione sarà incentivata a emigrare e a lasciare strada libera agli interessi altrui.