TRINACRIA

Sulla crisi del petrolchimico di Siracusa c'è un dossier fantasma

Uno spettro si aggira per la Sicilia... è lo spettro del dossier di Musumeci sull'area industriale di Siracusa, dove sono contenuti i sogni degli affaristi per il territorio. Peccato però che solo pochi eletti possano accedervi, i cittadini e le cittadine del siracusano - dopo più di 15 giorni dalla presentazione al Mise - sono ancora tenuti all’oscuro.

 

La storia dell'ecomostro

Il polo industriale di Siracusa occupa quasi 30 km del tratto di costa che va da Siracusa ad Augusta. L’area costiera industrializzata della Sicilia orientale si estende nei comuni di Siracusa, Augusta, Priolo Gargallo e Melilli. Entrato in funzione nel 1950, le attività principali sono la raffinazione del petrolio, la trasformazione dei suoi derivati e la produzione energetica. Per la sua realizzazione a metà del secolo scorso sono stati investiti 130 miliardi di lire in impianti industriali, circa il 15% di tutti gli investimenti industriali fatti nel Sud Italia. 

La prima attività a entrare in funzione fu la raffineria RASIOM, aperta nel 1948 nella zona nord di Augusta dall’imprenditore milanese Moratti. A questo impianto sono state man mano collegate delle infrastrutture accessorie all’attività di raffinazione. Per tutto il corso del diciannovesimo secolo sono continuate le inaugurazioni di nuovi impianti. Ma ancora nel 2010 a Priolo-Gargallo nasce la centrale termodinamica “Archimede” di ENEL. 

Attualmente, gli impianti attivi del polo industriale riguardano diversi settori. Per quanto riguarda la raffinazione, sono attive la Sonatrach ad Augusta (ex RASIOM) e la LUKOIL a Marina di Melilli/Priolo-Gargallo (ex ISAB ed ex AGIP). Per il settore chimico, sono attive la Versalis (parte dell’ex SINCAT), la SASOL e l’Enichem. Inoltre, sono attivi anche: l’ISAB Energy, impianto di gassificazione e cogenerazione; l’Air Liquide, industria per la produzione di gas liquidi; Cementeria Augusta; la centrale elettrica Archimede dell’ENEL. Legati alla presenza del polo industriale, ci sono i pontili delle varie aziende presenti nel porto di Augusta e il depuratore IAS per i reflui industriali.

 

L'opposizione della comunità e la dichiarazione di "alto rischio ambientale"

L’opposizione al polo industriale è vecchia quanto lo stesso. Fin dagli anni Settanta la popolazione ha cominciato a riconoscere la profonda nocività degli impianti. La si vedeva nel mare inquinato e dalle morie di pesci, dalla puzza per le strade, dalla gente che cominciava a morire sempre più di tumore o a nascere con malattie congenite. Tra gli anni Settanta e agli anni Ottanta si sono registrati incrementi notevoli nel tasso di tumori (soprattutto nella popolazione maschile, quella che lavorava dentro gli stabilimenti).

Le comunità si sono quindi organizzate e hanno fatto pressione affinché si facesse ricerca scientifica su quello che stava succedendo nel “triangolo della morte”. Nel novembre del 1990 la zona industriale tra Siracusa ed Augusta è stata dichiarata «ad alto rischio di crisi ambientale». La dichiarazione però non ha portato a nessun intervento reale sul territorio, tant’è che dodici anni dopo, nel 2002, lo stesso Ministero dell’Ambiente in un documento della commissione ambiente del Senato riconosce come l’area Priolo-Melilli-Augusta non sia più a rischio di crisi ambientale, ma «un area in piena crisi ambientale per la quale si rendono indispensabili interventi legislativi e finanziari che consentano di affrontare con tempestività la drammatica emergenza». 

 

Il deludente sistema si monitoraggio NOSE

Da qualche anno è attivo sul territorio un sistema di monitoraggio NOSE (Network for Odour Sensitivity) in collaborazione fra ARPA Sicilia e Consiglio Nazionale delle Ricerche - Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (CNR-ISAC). Il funzionamento del sistema si basa sulla raccolta di segnalazioni di molestie olfattive avvertite nei comuni di Augusta, Floridia, Melilli, Priolo Gargallo, Siracusa e Solarino, ricadenti nella zona AERCA di Siracusa. NOSE utilizza una web app che consente ai cittadini di segnalare in tempo reale e in modalità anonima. Raggiunto un certo numero di segnalazioni (Alert), ARPA Sicilia procede al prelievo di campioni dell’aria da analizzare in laboratorio.

Leggendo l’ultimo report disponibile, salta subito all’occhio il costante superamento della soglia dei parametri di idrocarburi non metanici indicata da Arpa Sicilia. Con un limite fissato a 200 microgrammi per metrocubo, si registrano numeri che arrivano invece fino a 700 microgrammi. Dato raggiunto fino a qualche giorno fa, il 23 novembre, quando tantissimi cittadini hanno segnalato molestie olfattive nella zona di Augusta. Il report, tra l’altro, comprende soltanto i dati sulle sostanze normate. La mancanza di un Piano regionale per la qualità dell’aria non permette, infatti, di imporre dei parametri su molte sostanze non previste dalla normativa nazionale. 

Un’altra criticità nel controllo sulle sostanze nocive riguarda il funzionamento stesso del sistema di monitoraggio. Le segnalazioni avvengono infatti a valle (cioè quando vengono rilevate dagli abitanti in città), cosa che rende quasi impossibile il tracciamento della provenienza degli idrocarburi, data la presenza sul territorio di diversi impianti. Non è un caso, infatti, che a fronte delle violazioni giornaliere dei parametri, sono state aperte, nella storia del funzionamento del sistema di controllo, solo due inchieste a carico di due stabilimenti, entrambe nel 2017. 
I cittadini però continuano a vivere in una condizione di nocività permanente. Dal report emergono diversi disturbi che la popolazione avverte in corrispondenza alle ventate di veleni: mal di testa, bruciore agli occhi/occhi rossi, difficoltà respiratorie, prurito/irritazione al naso, bruciore/irritazione alla gola. 

 

L'area di crisi industriale complessa: nuova occasione di speculazione

La Regione Siciliana, nel frattempo, punta al riconoscimento dell’area come «di crisi industriale complessa», al fine di ottenere fondi statali dedicati «necessari ad abbattere i costi di investimento delle imprese». Per questo, quindici giorni fa Musumeci ha presentato a Siracusa un dossier al Ministero dello Sviluppo Economico proprio sulla crisi dell’area di Siracusa. 
Il dossier è firmato, oltre che dalla Regione, anche dalle aziende del polo petrolchimico, dai sindaci dei comuni di Augusta, Avola, Canicattini Bagni, Cassaro, Ferla, Floridia, Melilli, Priolo Gargallo, Siracusa, Solarino e Sortino, da altre autorità del territorio e dai sindacati confederati Cgil Sicilia, Cisl Sicilia, Uil Sicilia e Ugl Sicilia.

La pandemia da Covid-19 ha infatti determinato un calo nel fatturato delle aziende del complesso industriale. Nel 2020 il fatturato complessivo è crollato da 12 miliardi e 412 milioni di euro a 7 miliardi e 122 milioni. In pratica cinque miliardi e 290 milioni di euro in meno, il 42%, che sono andati a incidere in maniera consistente anche sul valore aggiunto riversato sul territorio. 

I fondi a cui punta Musumeci sono quelli del Contratto di Sviluppo, Accordi di Innovazione e Fondo di Transizione Industriale. A questi potrebbero essere aggiunti anche altri finanziamenti europei, come ad esempio Horizon Europe, i fondi Bei e, naturalmente, quelli del Pnrr. In più, le risorse finanziarie di Cassa Depositi e Prestiti, ovvero il Fondo per la Crescita Sostenibile e il Fondo per l’Innovazione Tecnologica. L’ente regionale ha già le sue stime rispetto ai costi dei progetti di riconversione: si aggirerebbero intorno ai tre miliardi di euro. 

Un ulteriore motivo della richiesta di fondi è legato all’aumento dei costi del mercato delle emissioni di carbonio che, nel settembre del 2021, è passato da 30 a 60 euro per tonnellata. Gli obiettivi europei del Piano Energia e Clima 2030 e del cosiddetto “Green Deal” prevedono l’abbattimento del 55% rispetto al livello del 1990 delle emissioni di anidride carbonica (CO2). Una spesa che il fatturato del polo industriale siracusano non potrebbe reggere da solo. 

 

Quanto vale una vita al margine?

A leggere le firme del dossier sorgono già i primi dubbi sui reali interessi di questa mossa. Il documento è stato voluto proprio dai colossi dell’area industriale che puntano ai fondi del PNRR per un’ulteriore speculazione sul territorio. Chiedere al governo centrale l’area di crisi industriale sembrerebbe proprio un’ottima strategia per accedere alla pioggia di fondi europei. 
Con la favola della transizione ecologica si apre una fase molto ghiotta per i grandi speculatori, che con una spruzzatina di verde stanno provando a ottenere i finanziamenti, in barba al disastro ecologico e sociale che hanno creato fino a questo momento.

Da quando si è iniziato a parlare di transizione energetica, la Joint Venture ha iniziato a parlare di impianti per catturare la CO2. Una ennesima opera in contrasto con il territorio, sia per l'alta sismicità del siracusano, sia perché i CCS non sono affatto un reale esempio di riconversione. Non a caso persino l'Unione Europea ha bocciato un progetto analogo di Eni a Ravenna. Anche dalla Lukoil arrivano voci poco confortanti, come la proposta di trasformare gli impianti chiusi in inceneritori. 

Ad aggravare il tutto ci ha pensato, come al solito, il buon Musumeci, che sta tenendo sottochiave il dossier. Questo non è stato infatti ancora pubblicato sul sito della Regione, né inviato ai cittadini e ai comitati siracusani. Il velo di segreto su questo documento puzza quasi quanto gli impianti stessi. Se in quelle pagine c’è scritto il possibile futuro dell’area industriale, come mai i cittadini e le cittadine non sono stati interpellati? Perché i comitati e le associazioni che da anni si battono per la difesa del territorio non sono stati gli attori principali di questi ragionamenti? Tutte domande lecite, ma che ahinoi trovano sempre la stessa risposta: le vite dei siciliani non contano nulla. Non contano nulla davanti agli interessi dei colossi dell’industria e delle istituzioni regionali e nazionali che, come al solito, se la cantano e se la suonano tra di loro.

Per approfondire:

Sulla crisi del petrolchimico di Siracusa c'è un dossier fantasma

Uno spettro si aggira per la Sicilia... è lo spettro del dossier di Musumeci sull'area industriale di Siracusa, dove sono contenuti i sogni degli affaristi per il territorio. Peccato però che solo pochi eletti possano accedervi, i cittadini e le cittadine del siracusano - dopo più di 15 giorni dalla presentazione al Mise - sono ancora tenuti all’oscuro.

 

La storia dell'ecomostro

Il polo industriale di Siracusa occupa quasi 30 km del tratto di costa che va da Siracusa ad Augusta. L’area costiera industrializzata della Sicilia orientale si estende nei comuni di Siracusa, Augusta, Priolo Gargallo e Melilli. Entrato in funzione nel 1950, le attività principali sono la raffinazione del petrolio, la trasformazione dei suoi derivati e la produzione energetica. Per la sua realizzazione a metà del secolo scorso sono stati investiti 130 miliardi di lire in impianti industriali, circa il 15% di tutti gli investimenti industriali fatti nel Sud Italia. 

La prima attività a entrare in funzione fu la raffineria RASIOM, aperta nel 1948 nella zona nord di Augusta dall’imprenditore milanese Moratti. A questo impianto sono state man mano collegate delle infrastrutture accessorie all’attività di raffinazione. Per tutto il corso del diciannovesimo secolo sono continuate le inaugurazioni di nuovi impianti. Ma ancora nel 2010 a Priolo-Gargallo nasce la centrale termodinamica “Archimede” di ENEL. 

Attualmente, gli impianti attivi del polo industriale riguardano diversi settori. Per quanto riguarda la raffinazione, sono attive la Sonatrach ad Augusta (ex RASIOM) e la LUKOIL a Marina di Melilli/Priolo-Gargallo (ex ISAB ed ex AGIP). Per il settore chimico, sono attive la Versalis (parte dell’ex SINCAT), la SASOL e l’Enichem. Inoltre, sono attivi anche: l’ISAB Energy, impianto di gassificazione e cogenerazione; l’Air Liquide, industria per la produzione di gas liquidi; Cementeria Augusta; la centrale elettrica Archimede dell’ENEL. Legati alla presenza del polo industriale, ci sono i pontili delle varie aziende presenti nel porto di Augusta e il depuratore IAS per i reflui industriali.

 

L'opposizione della comunità e la dichiarazione di "alto rischio ambientale"

L’opposizione al polo industriale è vecchia quanto lo stesso. Fin dagli anni Settanta la popolazione ha cominciato a riconoscere la profonda nocività degli impianti. La si vedeva nel mare inquinato e dalle morie di pesci, dalla puzza per le strade, dalla gente che cominciava a morire sempre più di tumore o a nascere con malattie congenite. Tra gli anni Settanta e agli anni Ottanta si sono registrati incrementi notevoli nel tasso di tumori (soprattutto nella popolazione maschile, quella che lavorava dentro gli stabilimenti).

Le comunità si sono quindi organizzate e hanno fatto pressione affinché si facesse ricerca scientifica su quello che stava succedendo nel “triangolo della morte”. Nel novembre del 1990 la zona industriale tra Siracusa ed Augusta è stata dichiarata «ad alto rischio di crisi ambientale». La dichiarazione però non ha portato a nessun intervento reale sul territorio, tant’è che dodici anni dopo, nel 2002, lo stesso Ministero dell’Ambiente in un documento della commissione ambiente del Senato riconosce come l’area Priolo-Melilli-Augusta non sia più a rischio di crisi ambientale, ma «un area in piena crisi ambientale per la quale si rendono indispensabili interventi legislativi e finanziari che consentano di affrontare con tempestività la drammatica emergenza». 

 

Il deludente sistema si monitoraggio NOSE

Da qualche anno è attivo sul territorio un sistema di monitoraggio NOSE (Network for Odour Sensitivity) in collaborazione fra ARPA Sicilia e Consiglio Nazionale delle Ricerche - Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (CNR-ISAC). Il funzionamento del sistema si basa sulla raccolta di segnalazioni di molestie olfattive avvertite nei comuni di Augusta, Floridia, Melilli, Priolo Gargallo, Siracusa e Solarino, ricadenti nella zona AERCA di Siracusa. NOSE utilizza una web app che consente ai cittadini di segnalare in tempo reale e in modalità anonima. Raggiunto un certo numero di segnalazioni (Alert), ARPA Sicilia procede al prelievo di campioni dell’aria da analizzare in laboratorio.

Leggendo l’ultimo report disponibile, salta subito all’occhio il costante superamento della soglia dei parametri di idrocarburi non metanici indicata da Arpa Sicilia. Con un limite fissato a 200 microgrammi per metrocubo, si registrano numeri che arrivano invece fino a 700 microgrammi. Dato raggiunto fino a qualche giorno fa, il 23 novembre, quando tantissimi cittadini hanno segnalato molestie olfattive nella zona di Augusta. Il report, tra l’altro, comprende soltanto i dati sulle sostanze normate. La mancanza di un Piano regionale per la qualità dell’aria non permette, infatti, di imporre dei parametri su molte sostanze non previste dalla normativa nazionale. 

Un’altra criticità nel controllo sulle sostanze nocive riguarda il funzionamento stesso del sistema di monitoraggio. Le segnalazioni avvengono infatti a valle (cioè quando vengono rilevate dagli abitanti in città), cosa che rende quasi impossibile il tracciamento della provenienza degli idrocarburi, data la presenza sul territorio di diversi impianti. Non è un caso, infatti, che a fronte delle violazioni giornaliere dei parametri, sono state aperte, nella storia del funzionamento del sistema di controllo, solo due inchieste a carico di due stabilimenti, entrambe nel 2017. 
I cittadini però continuano a vivere in una condizione di nocività permanente. Dal report emergono diversi disturbi che la popolazione avverte in corrispondenza alle ventate di veleni: mal di testa, bruciore agli occhi/occhi rossi, difficoltà respiratorie, prurito/irritazione al naso, bruciore/irritazione alla gola. 

 

L'area di crisi industriale complessa: nuova occasione di speculazione

La Regione Siciliana, nel frattempo, punta al riconoscimento dell’area come «di crisi industriale complessa», al fine di ottenere fondi statali dedicati «necessari ad abbattere i costi di investimento delle imprese». Per questo, quindici giorni fa Musumeci ha presentato a Siracusa un dossier al Ministero dello Sviluppo Economico proprio sulla crisi dell’area di Siracusa. 
Il dossier è firmato, oltre che dalla Regione, anche dalle aziende del polo petrolchimico, dai sindaci dei comuni di Augusta, Avola, Canicattini Bagni, Cassaro, Ferla, Floridia, Melilli, Priolo Gargallo, Siracusa, Solarino e Sortino, da altre autorità del territorio e dai sindacati confederati Cgil Sicilia, Cisl Sicilia, Uil Sicilia e Ugl Sicilia.

La pandemia da Covid-19 ha infatti determinato un calo nel fatturato delle aziende del complesso industriale. Nel 2020 il fatturato complessivo è crollato da 12 miliardi e 412 milioni di euro a 7 miliardi e 122 milioni. In pratica cinque miliardi e 290 milioni di euro in meno, il 42%, che sono andati a incidere in maniera consistente anche sul valore aggiunto riversato sul territorio. 

I fondi a cui punta Musumeci sono quelli del Contratto di Sviluppo, Accordi di Innovazione e Fondo di Transizione Industriale. A questi potrebbero essere aggiunti anche altri finanziamenti europei, come ad esempio Horizon Europe, i fondi Bei e, naturalmente, quelli del Pnrr. In più, le risorse finanziarie di Cassa Depositi e Prestiti, ovvero il Fondo per la Crescita Sostenibile e il Fondo per l’Innovazione Tecnologica. L’ente regionale ha già le sue stime rispetto ai costi dei progetti di riconversione: si aggirerebbero intorno ai tre miliardi di euro. 

Un ulteriore motivo della richiesta di fondi è legato all’aumento dei costi del mercato delle emissioni di carbonio che, nel settembre del 2021, è passato da 30 a 60 euro per tonnellata. Gli obiettivi europei del Piano Energia e Clima 2030 e del cosiddetto “Green Deal” prevedono l’abbattimento del 55% rispetto al livello del 1990 delle emissioni di anidride carbonica (CO2). Una spesa che il fatturato del polo industriale siracusano non potrebbe reggere da solo. 

 

Quanto vale una vita al margine?

A leggere le firme del dossier sorgono già i primi dubbi sui reali interessi di questa mossa. Il documento è stato voluto proprio dai colossi dell’area industriale che puntano ai fondi del PNRR per un’ulteriore speculazione sul territorio. Chiedere al governo centrale l’area di crisi industriale sembrerebbe proprio un’ottima strategia per accedere alla pioggia di fondi europei. 
Con la favola della transizione ecologica si apre una fase molto ghiotta per i grandi speculatori, che con una spruzzatina di verde stanno provando a ottenere i finanziamenti, in barba al disastro ecologico e sociale che hanno creato fino a questo momento.

Da quando si è iniziato a parlare di transizione energetica, la Joint Venture ha iniziato a parlare di impianti per catturare la CO2. Una ennesima opera in contrasto con il territorio, sia per l'alta sismicità del siracusano, sia perché i CCS non sono affatto un reale esempio di riconversione. Non a caso persino l'Unione Europea ha bocciato un progetto analogo di Eni a Ravenna. Anche dalla Lukoil arrivano voci poco confortanti, come la proposta di trasformare gli impianti chiusi in inceneritori. 

Ad aggravare il tutto ci ha pensato, come al solito, il buon Musumeci, che sta tenendo sottochiave il dossier. Questo non è stato infatti ancora pubblicato sul sito della Regione, né inviato ai cittadini e ai comitati siracusani. Il velo di segreto su questo documento puzza quasi quanto gli impianti stessi. Se in quelle pagine c’è scritto il possibile futuro dell’area industriale, come mai i cittadini e le cittadine non sono stati interpellati? Perché i comitati e le associazioni che da anni si battono per la difesa del territorio non sono stati gli attori principali di questi ragionamenti? Tutte domande lecite, ma che ahinoi trovano sempre la stessa risposta: le vite dei siciliani non contano nulla. Non contano nulla davanti agli interessi dei colossi dell’industria e delle istituzioni regionali e nazionali che, come al solito, se la cantano e se la suonano tra di loro.

Per approfondire:

Sulla crisi del petrolchimico di Siracusa c'è un dossier fantasma

Uno spettro si aggira per la Sicilia... è lo spettro del dossier di Musumeci sull'area industriale di Siracusa, dove sono contenuti i sogni degli affaristi per il territorio. Peccato però che solo pochi eletti possano accedervi, i cittadini e le cittadine del siracusano - dopo più di 15 giorni dalla presentazione al Mise - sono ancora tenuti all’oscuro.

 

La storia dell'ecomostro

Il polo industriale di Siracusa occupa quasi 30 km del tratto di costa che va da Siracusa ad Augusta. L’area costiera industrializzata della Sicilia orientale si estende nei comuni di Siracusa, Augusta, Priolo Gargallo e Melilli. Entrato in funzione nel 1950, le attività principali sono la raffinazione del petrolio, la trasformazione dei suoi derivati e la produzione energetica. Per la sua realizzazione a metà del secolo scorso sono stati investiti 130 miliardi di lire in impianti industriali, circa il 15% di tutti gli investimenti industriali fatti nel Sud Italia. 

La prima attività a entrare in funzione fu la raffineria RASIOM, aperta nel 1948 nella zona nord di Augusta dall’imprenditore milanese Moratti. A questo impianto sono state man mano collegate delle infrastrutture accessorie all’attività di raffinazione. Per tutto il corso del diciannovesimo secolo sono continuate le inaugurazioni di nuovi impianti. Ma ancora nel 2010 a Priolo-Gargallo nasce la centrale termodinamica “Archimede” di ENEL. 

Attualmente, gli impianti attivi del polo industriale riguardano diversi settori. Per quanto riguarda la raffinazione, sono attive la Sonatrach ad Augusta (ex RASIOM) e la LUKOIL a Marina di Melilli/Priolo-Gargallo (ex ISAB ed ex AGIP). Per il settore chimico, sono attive la Versalis (parte dell’ex SINCAT), la SASOL e l’Enichem. Inoltre, sono attivi anche: l’ISAB Energy, impianto di gassificazione e cogenerazione; l’Air Liquide, industria per la produzione di gas liquidi; Cementeria Augusta; la centrale elettrica Archimede dell’ENEL. Legati alla presenza del polo industriale, ci sono i pontili delle varie aziende presenti nel porto di Augusta e il depuratore IAS per i reflui industriali.

 

L'opposizione della comunità e la dichiarazione di "alto rischio ambientale"

L’opposizione al polo industriale è vecchia quanto lo stesso. Fin dagli anni Settanta la popolazione ha cominciato a riconoscere la profonda nocività degli impianti. La si vedeva nel mare inquinato e dalle morie di pesci, dalla puzza per le strade, dalla gente che cominciava a morire sempre più di tumore o a nascere con malattie congenite. Tra gli anni Settanta e agli anni Ottanta si sono registrati incrementi notevoli nel tasso di tumori (soprattutto nella popolazione maschile, quella che lavorava dentro gli stabilimenti).

Le comunità si sono quindi organizzate e hanno fatto pressione affinché si facesse ricerca scientifica su quello che stava succedendo nel “triangolo della morte”. Nel novembre del 1990 la zona industriale tra Siracusa ed Augusta è stata dichiarata «ad alto rischio di crisi ambientale». La dichiarazione però non ha portato a nessun intervento reale sul territorio, tant’è che dodici anni dopo, nel 2002, lo stesso Ministero dell’Ambiente in un documento della commissione ambiente del Senato riconosce come l’area Priolo-Melilli-Augusta non sia più a rischio di crisi ambientale, ma «un area in piena crisi ambientale per la quale si rendono indispensabili interventi legislativi e finanziari che consentano di affrontare con tempestività la drammatica emergenza». 

 

Il deludente sistema si monitoraggio NOSE

Da qualche anno è attivo sul territorio un sistema di monitoraggio NOSE (Network for Odour Sensitivity) in collaborazione fra ARPA Sicilia e Consiglio Nazionale delle Ricerche - Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (CNR-ISAC). Il funzionamento del sistema si basa sulla raccolta di segnalazioni di molestie olfattive avvertite nei comuni di Augusta, Floridia, Melilli, Priolo Gargallo, Siracusa e Solarino, ricadenti nella zona AERCA di Siracusa. NOSE utilizza una web app che consente ai cittadini di segnalare in tempo reale e in modalità anonima. Raggiunto un certo numero di segnalazioni (Alert), ARPA Sicilia procede al prelievo di campioni dell’aria da analizzare in laboratorio.

Leggendo l’ultimo report disponibile, salta subito all’occhio il costante superamento della soglia dei parametri di idrocarburi non metanici indicata da Arpa Sicilia. Con un limite fissato a 200 microgrammi per metrocubo, si registrano numeri che arrivano invece fino a 700 microgrammi. Dato raggiunto fino a qualche giorno fa, il 23 novembre, quando tantissimi cittadini hanno segnalato molestie olfattive nella zona di Augusta. Il report, tra l’altro, comprende soltanto i dati sulle sostanze normate. La mancanza di un Piano regionale per la qualità dell’aria non permette, infatti, di imporre dei parametri su molte sostanze non previste dalla normativa nazionale. 

Un’altra criticità nel controllo sulle sostanze nocive riguarda il funzionamento stesso del sistema di monitoraggio. Le segnalazioni avvengono infatti a valle (cioè quando vengono rilevate dagli abitanti in città), cosa che rende quasi impossibile il tracciamento della provenienza degli idrocarburi, data la presenza sul territorio di diversi impianti. Non è un caso, infatti, che a fronte delle violazioni giornaliere dei parametri, sono state aperte, nella storia del funzionamento del sistema di controllo, solo due inchieste a carico di due stabilimenti, entrambe nel 2017. 
I cittadini però continuano a vivere in una condizione di nocività permanente. Dal report emergono diversi disturbi che la popolazione avverte in corrispondenza alle ventate di veleni: mal di testa, bruciore agli occhi/occhi rossi, difficoltà respiratorie, prurito/irritazione al naso, bruciore/irritazione alla gola. 

 

L'area di crisi industriale complessa: nuova occasione di speculazione

La Regione Siciliana, nel frattempo, punta al riconoscimento dell’area come «di crisi industriale complessa», al fine di ottenere fondi statali dedicati «necessari ad abbattere i costi di investimento delle imprese». Per questo, quindici giorni fa Musumeci ha presentato a Siracusa un dossier al Ministero dello Sviluppo Economico proprio sulla crisi dell’area di Siracusa. 
Il dossier è firmato, oltre che dalla Regione, anche dalle aziende del polo petrolchimico, dai sindaci dei comuni di Augusta, Avola, Canicattini Bagni, Cassaro, Ferla, Floridia, Melilli, Priolo Gargallo, Siracusa, Solarino e Sortino, da altre autorità del territorio e dai sindacati confederati Cgil Sicilia, Cisl Sicilia, Uil Sicilia e Ugl Sicilia.

La pandemia da Covid-19 ha infatti determinato un calo nel fatturato delle aziende del complesso industriale. Nel 2020 il fatturato complessivo è crollato da 12 miliardi e 412 milioni di euro a 7 miliardi e 122 milioni. In pratica cinque miliardi e 290 milioni di euro in meno, il 42%, che sono andati a incidere in maniera consistente anche sul valore aggiunto riversato sul territorio. 

I fondi a cui punta Musumeci sono quelli del Contratto di Sviluppo, Accordi di Innovazione e Fondo di Transizione Industriale. A questi potrebbero essere aggiunti anche altri finanziamenti europei, come ad esempio Horizon Europe, i fondi Bei e, naturalmente, quelli del Pnrr. In più, le risorse finanziarie di Cassa Depositi e Prestiti, ovvero il Fondo per la Crescita Sostenibile e il Fondo per l’Innovazione Tecnologica. L’ente regionale ha già le sue stime rispetto ai costi dei progetti di riconversione: si aggirerebbero intorno ai tre miliardi di euro. 

Un ulteriore motivo della richiesta di fondi è legato all’aumento dei costi del mercato delle emissioni di carbonio che, nel settembre del 2021, è passato da 30 a 60 euro per tonnellata. Gli obiettivi europei del Piano Energia e Clima 2030 e del cosiddetto “Green Deal” prevedono l’abbattimento del 55% rispetto al livello del 1990 delle emissioni di anidride carbonica (CO2). Una spesa che il fatturato del polo industriale siracusano non potrebbe reggere da solo. 

 

Quanto vale una vita al margine?

A leggere le firme del dossier sorgono già i primi dubbi sui reali interessi di questa mossa. Il documento è stato voluto proprio dai colossi dell’area industriale che puntano ai fondi del PNRR per un’ulteriore speculazione sul territorio. Chiedere al governo centrale l’area di crisi industriale sembrerebbe proprio un’ottima strategia per accedere alla pioggia di fondi europei. 
Con la favola della transizione ecologica si apre una fase molto ghiotta per i grandi speculatori, che con una spruzzatina di verde stanno provando a ottenere i finanziamenti, in barba al disastro ecologico e sociale che hanno creato fino a questo momento.

Da quando si è iniziato a parlare di transizione energetica, la Joint Venture ha iniziato a parlare di impianti per catturare la CO2. Una ennesima opera in contrasto con il territorio, sia per l'alta sismicità del siracusano, sia perché i CCS non sono affatto un reale esempio di riconversione. Non a caso persino l'Unione Europea ha bocciato un progetto analogo di Eni a Ravenna. Anche dalla Lukoil arrivano voci poco confortanti, come la proposta di trasformare gli impianti chiusi in inceneritori. 

Ad aggravare il tutto ci ha pensato, come al solito, il buon Musumeci, che sta tenendo sottochiave il dossier. Questo non è stato infatti ancora pubblicato sul sito della Regione, né inviato ai cittadini e ai comitati siracusani. Il velo di segreto su questo documento puzza quasi quanto gli impianti stessi. Se in quelle pagine c’è scritto il possibile futuro dell’area industriale, come mai i cittadini e le cittadine non sono stati interpellati? Perché i comitati e le associazioni che da anni si battono per la difesa del territorio non sono stati gli attori principali di questi ragionamenti? Tutte domande lecite, ma che ahinoi trovano sempre la stessa risposta: le vite dei siciliani non contano nulla. Non contano nulla davanti agli interessi dei colossi dell’industria e delle istituzioni regionali e nazionali che, come al solito, se la cantano e se la suonano tra di loro.

Per approfondire: