TRINACRIA

Sversamenti di petrolio a Moncillè: dopo tre anni ancora nessuna risposta

Nella primavera del 2019 era trapelata la notizia dello sversamento nell’area di estrazione di contrada Moncillè, di proprietà Eni, nel torrente Moncillè, in provincia di Ragusa.

L’entità del danno e le cause furono dichiarate ignote. Un silenzio assordante delle autorità comunali e regionali era calato sia sulle proteste di associazioni e cittadini sia sulle interrogazioni parlamentari di alcuni deputati, che avevano ricevuto risposte tardive e vaghe - un problema di “difficile identificazione”, l’avevano definito.


Dopo un anno «lo sversamento non sembra fermarsi»

All’epoca, una mobilitazione aveva acceso i riflettori sull’accaduto, contestando in particolare che un’azienda come Eni, che si vanta di operare con la massima sicurezza, sia responsabile da mesi di una perdita di idrocarburi a grave danno dell'ambiente e a minaccia delle falde acquifere e del Moncillè, affluente dell'Irminio, in una zona non lontana dalla Riserva naturale Macchia Foresta. La totale mancanza di trasparenza nei confronti dei siciliani suggeriva la volontà di non far emergere il problema, e anzi di tacerlo.
Più di un anno dopo, nel settembre del 2020, la Provincia regionale di Ragusa aveva redatto una relazione trasmessa alla Procura sulla «potenziale contaminazione relativa al sito ‘Area pozzo Ragusa 16 localizzata nel comune di Ragusa’ nei pressi del torrente Moncillè che ha interessato le matrici ambientali: suolo e sottosuolo, acque superficiali e sedimenti». Sarebbero stati oltre 1.500 i metri cubi di greggio frammisto ad acqua al 25-30% finiti nel torrente Moncillè; ma «lo sversamento non sembra fermarsi».


Provincia e Eni, le due relazioni contrapposte

La relazione del settore Ambiente e Geologia della Provincia provava non solo che lo sversamento fosse ancora in corso, ma anche che non fosse addebitabile a cause naturali. Questa relazione veniva prodotta in contrasto con uno studio commissionato da Eni all’Università di Catania, che assolveva del tutto il cane a sei zampe, attribuendo la responsabilità dei danni a cause del tutto naturali. «Risalita naturale dovuta ad attività sismica» sentenziava la ricerca.
Secondo la relazione della Provincia, invece, «tale sversamento non sarebbe addebitabile – come invece sostenuto da Enimed – a una “risalita naturale” dovuta ad attività sismica, dal momento che nella zona dove si sta verificando lo sversamento non risulta spazialmente alcun ipocentro di terremoto per un raggio di almeno 12 km». Veniva anche contestato l’impegno della società a verificare «se tale fenomeno abbia cause non naturali, considerato che tale contaminazione risulta localizzata a ridosso del pozzo “Ragusa 16” e tutta l’area circostante risulta interessata da altri pozzi e relative opere accessorie dedicate».

Insomma, tra la relazione della Provincia e lo studio commissionato da Eni c’è un’evidente contraddizione. Certo è che, pur non volendo peccare di malafede, tra la Provincia di Ragusa e la multinazionale del fossile responsabile di buona parte dei disastri ambientali sul pianeta, a noi non viene difficile immaginare chi stia dicendo la verità.


Dopo tre anni: cosa si è risolto?

In questi giorni la questione è tornata al centro del dibattito pubblico siciliano a seguito di una nuova interrogazione parlamentare della deputata regionale Stefania Campo. La parlamentare ribadisce che «l’inquinamento è tuttora in corso»; per questo ha fatto scattare un’altra interrogazione, che segue precedenti atti su cui si attendono ancora risposte e accertamento della verità. «Non è possibile assistere ancora al silenzio assordante, rispetto alla vicenda dall’inquinamento, tuttora in corso, caratterizzato da fuoriuscita di greggio, in prossimità del pozzo petrolifero “Ragusa 16” nei pressi del torrente Moncillè. Malgrado siano passati più di due anni e mezzo, le attività di recupero dell’olio continuano a tutt’oggi e non è stato possibile terminare le operazioni di messa in sicurezza in emergenza».

È da anni che questo problema attanaglia la zona, eppure tutti gli ostacoli che Eni ha messo in campo per non ammettere le proprie responsabilità e di conseguenza porvi rimedio, hanno ad oggi reso impossibile determinare gli effettivi danni sul fiume, alle falde acquifere e all’area appena a valle dei pozzi.

La vicenda nel ragusano è paradigmatica rispetto all’azione estrattivista della multinazionale di Stato in Sicilia. Eni arriva, fa soldi, distrugge e va via, senza farsi minimamente carico dei disastri che produce, nonostante i miliardi di euro che fattura.

Lo sversamento continua, anzi no; le cause sono naturali, anzi no; interveniamo, anzi no. Ma tanto della salute dei siciliani, della salute della Sicilia, a chi importa? Allo Stato italiano, anzi no.

Sversamenti di petrolio a Moncillè: dopo tre anni ancora nessuna risposta

Nella primavera del 2019 era trapelata la notizia dello sversamento nell’area di estrazione di contrada Moncillè, di proprietà Eni, nel torrente Moncillè, in provincia di Ragusa.

L’entità del danno e le cause furono dichiarate ignote. Un silenzio assordante delle autorità comunali e regionali era calato sia sulle proteste di associazioni e cittadini sia sulle interrogazioni parlamentari di alcuni deputati, che avevano ricevuto risposte tardive e vaghe - un problema di “difficile identificazione”, l’avevano definito.


Dopo un anno «lo sversamento non sembra fermarsi»

All’epoca, una mobilitazione aveva acceso i riflettori sull’accaduto, contestando in particolare che un’azienda come Eni, che si vanta di operare con la massima sicurezza, sia responsabile da mesi di una perdita di idrocarburi a grave danno dell'ambiente e a minaccia delle falde acquifere e del Moncillè, affluente dell'Irminio, in una zona non lontana dalla Riserva naturale Macchia Foresta. La totale mancanza di trasparenza nei confronti dei siciliani suggeriva la volontà di non far emergere il problema, e anzi di tacerlo.
Più di un anno dopo, nel settembre del 2020, la Provincia regionale di Ragusa aveva redatto una relazione trasmessa alla Procura sulla «potenziale contaminazione relativa al sito ‘Area pozzo Ragusa 16 localizzata nel comune di Ragusa’ nei pressi del torrente Moncillè che ha interessato le matrici ambientali: suolo e sottosuolo, acque superficiali e sedimenti». Sarebbero stati oltre 1.500 i metri cubi di greggio frammisto ad acqua al 25-30% finiti nel torrente Moncillè; ma «lo sversamento non sembra fermarsi».


Provincia e Eni, le due relazioni contrapposte

La relazione del settore Ambiente e Geologia della Provincia provava non solo che lo sversamento fosse ancora in corso, ma anche che non fosse addebitabile a cause naturali. Questa relazione veniva prodotta in contrasto con uno studio commissionato da Eni all’Università di Catania, che assolveva del tutto il cane a sei zampe, attribuendo la responsabilità dei danni a cause del tutto naturali. «Risalita naturale dovuta ad attività sismica» sentenziava la ricerca.
Secondo la relazione della Provincia, invece, «tale sversamento non sarebbe addebitabile – come invece sostenuto da Enimed – a una “risalita naturale” dovuta ad attività sismica, dal momento che nella zona dove si sta verificando lo sversamento non risulta spazialmente alcun ipocentro di terremoto per un raggio di almeno 12 km». Veniva anche contestato l’impegno della società a verificare «se tale fenomeno abbia cause non naturali, considerato che tale contaminazione risulta localizzata a ridosso del pozzo “Ragusa 16” e tutta l’area circostante risulta interessata da altri pozzi e relative opere accessorie dedicate».

Insomma, tra la relazione della Provincia e lo studio commissionato da Eni c’è un’evidente contraddizione. Certo è che, pur non volendo peccare di malafede, tra la Provincia di Ragusa e la multinazionale del fossile responsabile di buona parte dei disastri ambientali sul pianeta, a noi non viene difficile immaginare chi stia dicendo la verità.


Dopo tre anni: cosa si è risolto?

In questi giorni la questione è tornata al centro del dibattito pubblico siciliano a seguito di una nuova interrogazione parlamentare della deputata regionale Stefania Campo. La parlamentare ribadisce che «l’inquinamento è tuttora in corso»; per questo ha fatto scattare un’altra interrogazione, che segue precedenti atti su cui si attendono ancora risposte e accertamento della verità. «Non è possibile assistere ancora al silenzio assordante, rispetto alla vicenda dall’inquinamento, tuttora in corso, caratterizzato da fuoriuscita di greggio, in prossimità del pozzo petrolifero “Ragusa 16” nei pressi del torrente Moncillè. Malgrado siano passati più di due anni e mezzo, le attività di recupero dell’olio continuano a tutt’oggi e non è stato possibile terminare le operazioni di messa in sicurezza in emergenza».

È da anni che questo problema attanaglia la zona, eppure tutti gli ostacoli che Eni ha messo in campo per non ammettere le proprie responsabilità e di conseguenza porvi rimedio, hanno ad oggi reso impossibile determinare gli effettivi danni sul fiume, alle falde acquifere e all’area appena a valle dei pozzi.

La vicenda nel ragusano è paradigmatica rispetto all’azione estrattivista della multinazionale di Stato in Sicilia. Eni arriva, fa soldi, distrugge e va via, senza farsi minimamente carico dei disastri che produce, nonostante i miliardi di euro che fattura.

Lo sversamento continua, anzi no; le cause sono naturali, anzi no; interveniamo, anzi no. Ma tanto della salute dei siciliani, della salute della Sicilia, a chi importa? Allo Stato italiano, anzi no.

Sversamenti di petrolio a Moncillè: dopo tre anni ancora nessuna risposta

Nella primavera del 2019 era trapelata la notizia dello sversamento nell’area di estrazione di contrada Moncillè, di proprietà Eni, nel torrente Moncillè, in provincia di Ragusa.

L’entità del danno e le cause furono dichiarate ignote. Un silenzio assordante delle autorità comunali e regionali era calato sia sulle proteste di associazioni e cittadini sia sulle interrogazioni parlamentari di alcuni deputati, che avevano ricevuto risposte tardive e vaghe - un problema di “difficile identificazione”, l’avevano definito.


Dopo un anno «lo sversamento non sembra fermarsi»

All’epoca, una mobilitazione aveva acceso i riflettori sull’accaduto, contestando in particolare che un’azienda come Eni, che si vanta di operare con la massima sicurezza, sia responsabile da mesi di una perdita di idrocarburi a grave danno dell'ambiente e a minaccia delle falde acquifere e del Moncillè, affluente dell'Irminio, in una zona non lontana dalla Riserva naturale Macchia Foresta. La totale mancanza di trasparenza nei confronti dei siciliani suggeriva la volontà di non far emergere il problema, e anzi di tacerlo.
Più di un anno dopo, nel settembre del 2020, la Provincia regionale di Ragusa aveva redatto una relazione trasmessa alla Procura sulla «potenziale contaminazione relativa al sito ‘Area pozzo Ragusa 16 localizzata nel comune di Ragusa’ nei pressi del torrente Moncillè che ha interessato le matrici ambientali: suolo e sottosuolo, acque superficiali e sedimenti». Sarebbero stati oltre 1.500 i metri cubi di greggio frammisto ad acqua al 25-30% finiti nel torrente Moncillè; ma «lo sversamento non sembra fermarsi».


Provincia e Eni, le due relazioni contrapposte

La relazione del settore Ambiente e Geologia della Provincia provava non solo che lo sversamento fosse ancora in corso, ma anche che non fosse addebitabile a cause naturali. Questa relazione veniva prodotta in contrasto con uno studio commissionato da Eni all’Università di Catania, che assolveva del tutto il cane a sei zampe, attribuendo la responsabilità dei danni a cause del tutto naturali. «Risalita naturale dovuta ad attività sismica» sentenziava la ricerca.
Secondo la relazione della Provincia, invece, «tale sversamento non sarebbe addebitabile – come invece sostenuto da Enimed – a una “risalita naturale” dovuta ad attività sismica, dal momento che nella zona dove si sta verificando lo sversamento non risulta spazialmente alcun ipocentro di terremoto per un raggio di almeno 12 km». Veniva anche contestato l’impegno della società a verificare «se tale fenomeno abbia cause non naturali, considerato che tale contaminazione risulta localizzata a ridosso del pozzo “Ragusa 16” e tutta l’area circostante risulta interessata da altri pozzi e relative opere accessorie dedicate».

Insomma, tra la relazione della Provincia e lo studio commissionato da Eni c’è un’evidente contraddizione. Certo è che, pur non volendo peccare di malafede, tra la Provincia di Ragusa e la multinazionale del fossile responsabile di buona parte dei disastri ambientali sul pianeta, a noi non viene difficile immaginare chi stia dicendo la verità.


Dopo tre anni: cosa si è risolto?

In questi giorni la questione è tornata al centro del dibattito pubblico siciliano a seguito di una nuova interrogazione parlamentare della deputata regionale Stefania Campo. La parlamentare ribadisce che «l’inquinamento è tuttora in corso»; per questo ha fatto scattare un’altra interrogazione, che segue precedenti atti su cui si attendono ancora risposte e accertamento della verità. «Non è possibile assistere ancora al silenzio assordante, rispetto alla vicenda dall’inquinamento, tuttora in corso, caratterizzato da fuoriuscita di greggio, in prossimità del pozzo petrolifero “Ragusa 16” nei pressi del torrente Moncillè. Malgrado siano passati più di due anni e mezzo, le attività di recupero dell’olio continuano a tutt’oggi e non è stato possibile terminare le operazioni di messa in sicurezza in emergenza».

È da anni che questo problema attanaglia la zona, eppure tutti gli ostacoli che Eni ha messo in campo per non ammettere le proprie responsabilità e di conseguenza porvi rimedio, hanno ad oggi reso impossibile determinare gli effettivi danni sul fiume, alle falde acquifere e all’area appena a valle dei pozzi.

La vicenda nel ragusano è paradigmatica rispetto all’azione estrattivista della multinazionale di Stato in Sicilia. Eni arriva, fa soldi, distrugge e va via, senza farsi minimamente carico dei disastri che produce, nonostante i miliardi di euro che fattura.

Lo sversamento continua, anzi no; le cause sono naturali, anzi no; interveniamo, anzi no. Ma tanto della salute dei siciliani, della salute della Sicilia, a chi importa? Allo Stato italiano, anzi no.