TRINACRIA

«Pir meu cori allegrari» - un commento di Lanfranco Caminiti a laRepubblica Palermo





di Lanfranco Caminiti


Hanno ragione Giuseppe, Michele, Anna Maria, Francesca, Sofia, i bambini coinvolti nell’esperimento condotto dagli studenti del corso di laurea magistrale di Italianistica dell'Università di Palermo intorno la domanda «Secondo te, qual è la differenza tra l'italiano e il dialetto?» – di cui dà conto un brutto titolaccio e un ancor peggiore articolo de «la Repubblica – Palermo»: «la polizia, la maestra e i bambini perbene si esprimono in italiano». Solo che le nostre scuole non sono quelle del libro “Cuore” e i nostri bambini non sono tutti Derossi, primi della classe. E non lo sono perché mancano aule, mancano maestri, mancano strumenti didattici e ogni tanto le scuole ci cascano addosso.

Al momento dell’Unità d’Italia, 1860, solo il 2,5 percento della popolazione italiana parlava l’italiano in famiglia. Fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani – e tra i “passaggi” più importanti ci fu la scuola: dei primi cinque ministri della Pubblica istruzione del Regno d’Italia, tra il 1861 e il 1865, quattro erano meridionali: Francesco De Sanctis, di Morra Irpina; Pasquale Stanislao Mancini, di Castel Baronia; Michele Amari, di Palermo; Giuseppe Natoli, di Messina; nel mezzo c’era stato un forlivese. Due campani e due siciliani: dai luoghi dove ancora oggi l’uso del dialetto è sociale.

Ma in italiano erano redatti i bandi di coscrizione obbligatoria che il Regno d’Italia si premurò di emanare subito e le regole delle nuove tasse, e in italiano era redatta la lingua delle leggi contro il brigantaggio, che insanguinò l’isola: non era lingua per noi siciliani, l’italiano. Era e restava “la lingua dei cappelli”.

Uno dei più bei romanzi del Novecento è “Terra matta”: l’ha scritto un cantoniere semianalfabeta di Chiaromonte Gulfi, provincia di Ragusa, che a novant’anni s’è messo alla macchina da scrivere, a spazio uno su carta velina senza punteggiatura. «Se all'uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare» – e ne aveva da raccontare Rabito, nato nel 1899, già bambino a lavorare nei campi, poi in trincea della Prima guerra, poi il fascismo e poi il resto. Rabito scrive in una lingua “sua”, che è un “ammiscamento” del chiaromontese con l’italiano – e ne viene fuori una vivacità, una musicalità, una straordinaria capacità di adesione alle “cose”. Le scritture più belle e innovative del Novecento italiano sono proprio questo tentativo di “ammiscamento”: quello di Fenoglio del “Partigiano Johnny”, quello di Gadda del “Pasticciaccio di via Merulana”, quello del Pasolini di “Ragazzi di vita”. Quello di Rabito.

Ma qui dobbiamo fare a capirci: quando qui da noi si recitava «Rosa fresca aulentissima» o «Io m’aggio posto in core a Dio servire», nelle brumose lande delle Padanie si comunicava con suoni gutturali appena articolati – non ce ne vogliano a male, è storia. E il Dante conosceva benissimo la lingua della Scuola siciliana. Pure lui “ammiscò”, il siciliano e il toscano. Eppure, a nessuno è mai venuto in mente di dire che “l’unificazione” di questo paese sia accaduto anche grazie alla lingua della Scuola siciliana, che non erano solo sonetti, visto che tutti i notari di Federico II registravano ogni movimento amministrativo, economico, militare, demografico in quella lingua.

L’italiano è una lingua morta – come il latino, come il greco antico. Si parla solo nei documenti ufficiali. E alla televisione – rabberciato e balbettante, va da sé. Ha ragione il piccolo Antonio: «Uso il siciliano per scherzare o quando sono arrabbiato o felice». E a cos’altro dovrebbe servire una lingua, se non per rappresentare i nostri sentimenti? Se non per giocare, per dire la rabbia, per raccontare l’amore?

A voi lasciamo l’italiano degli atti ufficiali, dei pignoramenti, degli sfratti, delle tasse, delle bollette, delle lettere di licenziamento. Noi parleremo siciliano – quando siamo arrabbiati e quando siamo felici.

11 febbraio 2022

«Pir meu cori allegrari» - un commento di Lanfranco Caminiti a laRepubblica Palermo





di Lanfranco Caminiti


Hanno ragione Giuseppe, Michele, Anna Maria, Francesca, Sofia, i bambini coinvolti nell’esperimento condotto dagli studenti del corso di laurea magistrale di Italianistica dell'Università di Palermo intorno la domanda «Secondo te, qual è la differenza tra l'italiano e il dialetto?» – di cui dà conto un brutto titolaccio e un ancor peggiore articolo de «la Repubblica – Palermo»: «la polizia, la maestra e i bambini perbene si esprimono in italiano». Solo che le nostre scuole non sono quelle del libro “Cuore” e i nostri bambini non sono tutti Derossi, primi della classe. E non lo sono perché mancano aule, mancano maestri, mancano strumenti didattici e ogni tanto le scuole ci cascano addosso.

Al momento dell’Unità d’Italia, 1860, solo il 2,5 percento della popolazione italiana parlava l’italiano in famiglia. Fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani – e tra i “passaggi” più importanti ci fu la scuola: dei primi cinque ministri della Pubblica istruzione del Regno d’Italia, tra il 1861 e il 1865, quattro erano meridionali: Francesco De Sanctis, di Morra Irpina; Pasquale Stanislao Mancini, di Castel Baronia; Michele Amari, di Palermo; Giuseppe Natoli, di Messina; nel mezzo c’era stato un forlivese. Due campani e due siciliani: dai luoghi dove ancora oggi l’uso del dialetto è sociale.

Ma in italiano erano redatti i bandi di coscrizione obbligatoria che il Regno d’Italia si premurò di emanare subito e le regole delle nuove tasse, e in italiano era redatta la lingua delle leggi contro il brigantaggio, che insanguinò l’isola: non era lingua per noi siciliani, l’italiano. Era e restava “la lingua dei cappelli”.

Uno dei più bei romanzi del Novecento è “Terra matta”: l’ha scritto un cantoniere semianalfabeta di Chiaromonte Gulfi, provincia di Ragusa, che a novant’anni s’è messo alla macchina da scrivere, a spazio uno su carta velina senza punteggiatura. «Se all'uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare» – e ne aveva da raccontare Rabito, nato nel 1899, già bambino a lavorare nei campi, poi in trincea della Prima guerra, poi il fascismo e poi il resto. Rabito scrive in una lingua “sua”, che è un “ammiscamento” del chiaromontese con l’italiano – e ne viene fuori una vivacità, una musicalità, una straordinaria capacità di adesione alle “cose”. Le scritture più belle e innovative del Novecento italiano sono proprio questo tentativo di “ammiscamento”: quello di Fenoglio del “Partigiano Johnny”, quello di Gadda del “Pasticciaccio di via Merulana”, quello del Pasolini di “Ragazzi di vita”. Quello di Rabito.

Ma qui dobbiamo fare a capirci: quando qui da noi si recitava «Rosa fresca aulentissima» o «Io m’aggio posto in core a Dio servire», nelle brumose lande delle Padanie si comunicava con suoni gutturali appena articolati – non ce ne vogliano a male, è storia. E il Dante conosceva benissimo la lingua della Scuola siciliana. Pure lui “ammiscò”, il siciliano e il toscano. Eppure, a nessuno è mai venuto in mente di dire che “l’unificazione” di questo paese sia accaduto anche grazie alla lingua della Scuola siciliana, che non erano solo sonetti, visto che tutti i notari di Federico II registravano ogni movimento amministrativo, economico, militare, demografico in quella lingua.

L’italiano è una lingua morta – come il latino, come il greco antico. Si parla solo nei documenti ufficiali. E alla televisione – rabberciato e balbettante, va da sé. Ha ragione il piccolo Antonio: «Uso il siciliano per scherzare o quando sono arrabbiato o felice». E a cos’altro dovrebbe servire una lingua, se non per rappresentare i nostri sentimenti? Se non per giocare, per dire la rabbia, per raccontare l’amore?

A voi lasciamo l’italiano degli atti ufficiali, dei pignoramenti, degli sfratti, delle tasse, delle bollette, delle lettere di licenziamento. Noi parleremo siciliano – quando siamo arrabbiati e quando siamo felici.

11 febbraio 2022

«Pir meu cori allegrari» - un commento di Lanfranco Caminiti a laRepubblica Palermo





di Lanfranco Caminiti


Hanno ragione Giuseppe, Michele, Anna Maria, Francesca, Sofia, i bambini coinvolti nell’esperimento condotto dagli studenti del corso di laurea magistrale di Italianistica dell'Università di Palermo intorno la domanda «Secondo te, qual è la differenza tra l'italiano e il dialetto?» – di cui dà conto un brutto titolaccio e un ancor peggiore articolo de «la Repubblica – Palermo»: «la polizia, la maestra e i bambini perbene si esprimono in italiano». Solo che le nostre scuole non sono quelle del libro “Cuore” e i nostri bambini non sono tutti Derossi, primi della classe. E non lo sono perché mancano aule, mancano maestri, mancano strumenti didattici e ogni tanto le scuole ci cascano addosso.

Al momento dell’Unità d’Italia, 1860, solo il 2,5 percento della popolazione italiana parlava l’italiano in famiglia. Fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani – e tra i “passaggi” più importanti ci fu la scuola: dei primi cinque ministri della Pubblica istruzione del Regno d’Italia, tra il 1861 e il 1865, quattro erano meridionali: Francesco De Sanctis, di Morra Irpina; Pasquale Stanislao Mancini, di Castel Baronia; Michele Amari, di Palermo; Giuseppe Natoli, di Messina; nel mezzo c’era stato un forlivese. Due campani e due siciliani: dai luoghi dove ancora oggi l’uso del dialetto è sociale.

Ma in italiano erano redatti i bandi di coscrizione obbligatoria che il Regno d’Italia si premurò di emanare subito e le regole delle nuove tasse, e in italiano era redatta la lingua delle leggi contro il brigantaggio, che insanguinò l’isola: non era lingua per noi siciliani, l’italiano. Era e restava “la lingua dei cappelli”.

Uno dei più bei romanzi del Novecento è “Terra matta”: l’ha scritto un cantoniere semianalfabeta di Chiaromonte Gulfi, provincia di Ragusa, che a novant’anni s’è messo alla macchina da scrivere, a spazio uno su carta velina senza punteggiatura. «Se all'uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare» – e ne aveva da raccontare Rabito, nato nel 1899, già bambino a lavorare nei campi, poi in trincea della Prima guerra, poi il fascismo e poi il resto. Rabito scrive in una lingua “sua”, che è un “ammiscamento” del chiaromontese con l’italiano – e ne viene fuori una vivacità, una musicalità, una straordinaria capacità di adesione alle “cose”. Le scritture più belle e innovative del Novecento italiano sono proprio questo tentativo di “ammiscamento”: quello di Fenoglio del “Partigiano Johnny”, quello di Gadda del “Pasticciaccio di via Merulana”, quello del Pasolini di “Ragazzi di vita”. Quello di Rabito.

Ma qui dobbiamo fare a capirci: quando qui da noi si recitava «Rosa fresca aulentissima» o «Io m’aggio posto in core a Dio servire», nelle brumose lande delle Padanie si comunicava con suoni gutturali appena articolati – non ce ne vogliano a male, è storia. E il Dante conosceva benissimo la lingua della Scuola siciliana. Pure lui “ammiscò”, il siciliano e il toscano. Eppure, a nessuno è mai venuto in mente di dire che “l’unificazione” di questo paese sia accaduto anche grazie alla lingua della Scuola siciliana, che non erano solo sonetti, visto che tutti i notari di Federico II registravano ogni movimento amministrativo, economico, militare, demografico in quella lingua.

L’italiano è una lingua morta – come il latino, come il greco antico. Si parla solo nei documenti ufficiali. E alla televisione – rabberciato e balbettante, va da sé. Ha ragione il piccolo Antonio: «Uso il siciliano per scherzare o quando sono arrabbiato o felice». E a cos’altro dovrebbe servire una lingua, se non per rappresentare i nostri sentimenti? Se non per giocare, per dire la rabbia, per raccontare l’amore?

A voi lasciamo l’italiano degli atti ufficiali, dei pignoramenti, degli sfratti, delle tasse, delle bollette, delle lettere di licenziamento. Noi parleremo siciliano – quando siamo arrabbiati e quando siamo felici.

11 febbraio 2022

  • Informazioni sull'autore: Lanfranco caminiti, siciliano, indipendentista, scrive articoli, storie e saggi.