TRINACRIA

Il Coordinamento NoTriv presenta ricorso al Tar contro il Pitesai

Ventiquattro comuni hanno deciso di contestare il Pitesai, Piano della transizione energetica sostenibile delle aree idonee volto a individuare le aree in cui sono consentite le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi sul territorio italiano. A due mesi dalla pubblicazione, avvenuta da parte del Ministero della Transizione ecologica con il decreto n. 548 del 28 dicembre 2021, alcuni Comuni colpiti dalla misura hanno deciso di fare ricorso al Tar Lazio per chiedere l’annullamento del piano.
 

Le ragioni della richiesta

La richiesta dell’annullamento, portata avanti sotto la guida del Coordinamento No Triv, si basa su quattro punti fondamentali.
Il primo riguarda il ritardo nell’adozione del Pitesai, che avrebbe dovuto essere adottato entro il 30 settembre 2021, ma la pubblicazione in Gazzetta è avvenuta l’11 febbraio 2022, ben oltre il termine previsto.
Ma il ricorso mette anche a critica il contenuto del Piano. Secondo i firmatari del ricorso, il Pitesai sarebbe in contrasto con la normativa e la giurisprudenza europee, in quanto non tiene in considerazione gli effetti cumulativi dei progetti esistenti con quelli che potranno essere richiesti. Come scritto nel ricorso, il piano «avrebbe dovuto valutare se la sommatoria dei progetti esistenti e potenziali possa recare danno al bene ambientale». Al contrario, non vi è traccia di valutazioni circa gli effetti cumulativi dei progetti esistenti e potenziali.
 
I Comuni evidenziano anche come il Pitesai non rispecchi l’obbiettivo per il quale è stato pensato: individuare chiaramente le aree idonee all’estrazione di idrocarburi. Il quadro che ne deriva dalla sua adozione, si legge nel ricorso, «non è, come invece la legge avrebbe voluto, un atto di pianificazione che va a definire “zone aperte” e “zone chiuse” alle attività minerarie con mappature chiare e senza relativizzazioni di sorta. È piuttosto, come dichiara la stessa relazione illustrativa, un “atto di indirizzo generale al fine di guidare la gestione delle procedure”».
 
Infine, l’approvazione del Pitesai prevede un’intesa nella Conferenza unificata di Regioni ed enti locali, tenutasi il 16 aprile 2021, legata «alla garanzia che, nelle aree definite idonee dal Piano, il prosieguo delle attività connesse ai permessi di ricerca di idrocarburi si limitino esclusivamente al gas»; e non, dunque, al petrolio. 
Ma i permessi di ricerca, rilasciati per condurre indagini volte al rinvenimento di idrocarburi, non possono conoscere prima delle trivellazioni il contenuto di quanto deve essere ancora cercato e, pertanto, non potranno mai essere accordati permessi per una sola tipologia di idrocarburi. La limitazione posta dal Pitesai non è dunque conforme alla sua base giuridica né, per altro, alla fonte normativa che regola i permessi di ricerca.


 
Anche la Val di Noto respinge il piano

Tra i Comuni firmatari del ricorso, figura anche il comune di Noto (Siracusa).
Secondo il Comitato NoTriv Val di Noto, il Piano dà la possibilità di perforare oltre l’80% del territorio siciliano e, per giunta, non ha tenuto in nessuna considerazione le osservazioni contrarie espresse dalla Commissione Tecnica Scientifica della Regione Siciliana che rivelava gravi incongruenze e carenze di valutazioni.

«Il Pitesai non può e non deve ignorare la valutazione operata dalla Regione – afferma il Comitato in una nota - e deve tener conto di tutte le caratteristiche del territorio, sociali, industriali, urbanistiche e morfologiche, con particolare riferimento all’assetto idrogeologico ed alle vigenti pianificazioni, compresi i Piani Paesaggistici vigenti, strumenti fondamentali per la tutela dei territori e del paesaggio». Soprattutto, «deve tener conto delle attività agricole di pregio e del turismo sostenibile che, specie in Sicilia, rappresentano un modello di sviluppo virtuoso e importante per il futuro delle nuove generazioni» – al contrario delle trivellazioni, che ci hanno regalato solo morte, devastazione ambientale e inquinamento.

Il Coordinamento NoTriv presenta ricorso al Tar contro il Pitesai

Ventiquattro comuni hanno deciso di contestare il Pitesai, Piano della transizione energetica sostenibile delle aree idonee volto a individuare le aree in cui sono consentite le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi sul territorio italiano. A due mesi dalla pubblicazione, avvenuta da parte del Ministero della Transizione ecologica con il decreto n. 548 del 28 dicembre 2021, alcuni Comuni colpiti dalla misura hanno deciso di fare ricorso al Tar Lazio per chiedere l’annullamento del piano.
 

Le ragioni della richiesta

La richiesta dell’annullamento, portata avanti sotto la guida del Coordinamento No Triv, si basa su quattro punti fondamentali.
Il primo riguarda il ritardo nell’adozione del Pitesai, che avrebbe dovuto essere adottato entro il 30 settembre 2021, ma la pubblicazione in Gazzetta è avvenuta l’11 febbraio 2022, ben oltre il termine previsto.
Ma il ricorso mette anche a critica il contenuto del Piano. Secondo i firmatari del ricorso, il Pitesai sarebbe in contrasto con la normativa e la giurisprudenza europee, in quanto non tiene in considerazione gli effetti cumulativi dei progetti esistenti con quelli che potranno essere richiesti. Come scritto nel ricorso, il piano «avrebbe dovuto valutare se la sommatoria dei progetti esistenti e potenziali possa recare danno al bene ambientale». Al contrario, non vi è traccia di valutazioni circa gli effetti cumulativi dei progetti esistenti e potenziali.
 
I Comuni evidenziano anche come il Pitesai non rispecchi l’obbiettivo per il quale è stato pensato: individuare chiaramente le aree idonee all’estrazione di idrocarburi. Il quadro che ne deriva dalla sua adozione, si legge nel ricorso, «non è, come invece la legge avrebbe voluto, un atto di pianificazione che va a definire “zone aperte” e “zone chiuse” alle attività minerarie con mappature chiare e senza relativizzazioni di sorta. È piuttosto, come dichiara la stessa relazione illustrativa, un “atto di indirizzo generale al fine di guidare la gestione delle procedure”».
 
Infine, l’approvazione del Pitesai prevede un’intesa nella Conferenza unificata di Regioni ed enti locali, tenutasi il 16 aprile 2021, legata «alla garanzia che, nelle aree definite idonee dal Piano, il prosieguo delle attività connesse ai permessi di ricerca di idrocarburi si limitino esclusivamente al gas»; e non, dunque, al petrolio. 
Ma i permessi di ricerca, rilasciati per condurre indagini volte al rinvenimento di idrocarburi, non possono conoscere prima delle trivellazioni il contenuto di quanto deve essere ancora cercato e, pertanto, non potranno mai essere accordati permessi per una sola tipologia di idrocarburi. La limitazione posta dal Pitesai non è dunque conforme alla sua base giuridica né, per altro, alla fonte normativa che regola i permessi di ricerca.


 
Anche la Val di Noto respinge il piano

Tra i Comuni firmatari del ricorso, figura anche il comune di Noto (Siracusa).
Secondo il Comitato NoTriv Val di Noto, il Piano dà la possibilità di perforare oltre l’80% del territorio siciliano e, per giunta, non ha tenuto in nessuna considerazione le osservazioni contrarie espresse dalla Commissione Tecnica Scientifica della Regione Siciliana che rivelava gravi incongruenze e carenze di valutazioni.

«Il Pitesai non può e non deve ignorare la valutazione operata dalla Regione – afferma il Comitato in una nota - e deve tener conto di tutte le caratteristiche del territorio, sociali, industriali, urbanistiche e morfologiche, con particolare riferimento all’assetto idrogeologico ed alle vigenti pianificazioni, compresi i Piani Paesaggistici vigenti, strumenti fondamentali per la tutela dei territori e del paesaggio». Soprattutto, «deve tener conto delle attività agricole di pregio e del turismo sostenibile che, specie in Sicilia, rappresentano un modello di sviluppo virtuoso e importante per il futuro delle nuove generazioni» – al contrario delle trivellazioni, che ci hanno regalato solo morte, devastazione ambientale e inquinamento.

Il Coordinamento NoTriv presenta ricorso al Tar contro il Pitesai

Ventiquattro comuni hanno deciso di contestare il Pitesai, Piano della transizione energetica sostenibile delle aree idonee volto a individuare le aree in cui sono consentite le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi sul territorio italiano. A due mesi dalla pubblicazione, avvenuta da parte del Ministero della Transizione ecologica con il decreto n. 548 del 28 dicembre 2021, alcuni Comuni colpiti dalla misura hanno deciso di fare ricorso al Tar Lazio per chiedere l’annullamento del piano.
 

Le ragioni della richiesta

La richiesta dell’annullamento, portata avanti sotto la guida del Coordinamento No Triv, si basa su quattro punti fondamentali.
Il primo riguarda il ritardo nell’adozione del Pitesai, che avrebbe dovuto essere adottato entro il 30 settembre 2021, ma la pubblicazione in Gazzetta è avvenuta l’11 febbraio 2022, ben oltre il termine previsto.
Ma il ricorso mette anche a critica il contenuto del Piano. Secondo i firmatari del ricorso, il Pitesai sarebbe in contrasto con la normativa e la giurisprudenza europee, in quanto non tiene in considerazione gli effetti cumulativi dei progetti esistenti con quelli che potranno essere richiesti. Come scritto nel ricorso, il piano «avrebbe dovuto valutare se la sommatoria dei progetti esistenti e potenziali possa recare danno al bene ambientale». Al contrario, non vi è traccia di valutazioni circa gli effetti cumulativi dei progetti esistenti e potenziali.
 
I Comuni evidenziano anche come il Pitesai non rispecchi l’obbiettivo per il quale è stato pensato: individuare chiaramente le aree idonee all’estrazione di idrocarburi. Il quadro che ne deriva dalla sua adozione, si legge nel ricorso, «non è, come invece la legge avrebbe voluto, un atto di pianificazione che va a definire “zone aperte” e “zone chiuse” alle attività minerarie con mappature chiare e senza relativizzazioni di sorta. È piuttosto, come dichiara la stessa relazione illustrativa, un “atto di indirizzo generale al fine di guidare la gestione delle procedure”».
 
Infine, l’approvazione del Pitesai prevede un’intesa nella Conferenza unificata di Regioni ed enti locali, tenutasi il 16 aprile 2021, legata «alla garanzia che, nelle aree definite idonee dal Piano, il prosieguo delle attività connesse ai permessi di ricerca di idrocarburi si limitino esclusivamente al gas»; e non, dunque, al petrolio. 
Ma i permessi di ricerca, rilasciati per condurre indagini volte al rinvenimento di idrocarburi, non possono conoscere prima delle trivellazioni il contenuto di quanto deve essere ancora cercato e, pertanto, non potranno mai essere accordati permessi per una sola tipologia di idrocarburi. La limitazione posta dal Pitesai non è dunque conforme alla sua base giuridica né, per altro, alla fonte normativa che regola i permessi di ricerca.


 
Anche la Val di Noto respinge il piano

Tra i Comuni firmatari del ricorso, figura anche il comune di Noto (Siracusa).
Secondo il Comitato NoTriv Val di Noto, il Piano dà la possibilità di perforare oltre l’80% del territorio siciliano e, per giunta, non ha tenuto in nessuna considerazione le osservazioni contrarie espresse dalla Commissione Tecnica Scientifica della Regione Siciliana che rivelava gravi incongruenze e carenze di valutazioni.

«Il Pitesai non può e non deve ignorare la valutazione operata dalla Regione – afferma il Comitato in una nota - e deve tener conto di tutte le caratteristiche del territorio, sociali, industriali, urbanistiche e morfologiche, con particolare riferimento all’assetto idrogeologico ed alle vigenti pianificazioni, compresi i Piani Paesaggistici vigenti, strumenti fondamentali per la tutela dei territori e del paesaggio». Soprattutto, «deve tener conto delle attività agricole di pregio e del turismo sostenibile che, specie in Sicilia, rappresentano un modello di sviluppo virtuoso e importante per il futuro delle nuove generazioni» – al contrario delle trivellazioni, che ci hanno regalato solo morte, devastazione ambientale e inquinamento.