TRINACRIA

Il governo italiano aumenta le indennità per gli amministratori locali. Ma in Sicilia pagano i cittadini

La legge di stabilità regionale ha introdotto una norma che prevede l’aumento delle indennità di sindaci, assessori e consiglieri comunali, facendo riferimento a una legge sullo stesso argomento varata dallo Stato italiano. 
Gli stessi amministratori siciliani, però, si sono scoperti imbrogliati: mentre la legge statale ha stanziato appositamente un fondo di 110 milioni che consentirà a ciascun Comune “del resto d’Italia” di avere una somma per aumentare gli stipendi, in Sicilia la Regione ha deciso di togliere queste cifre dai servizi o dalle altre spese del comune amministrato.
 

La patata bollente delle indennità

L’articolo 1 della legge 30 dicembre 2021, n. 234 (legge di bilancio 2022) prevede, al comma 583, un aumento delle indennità di funzione dei Sindaci dei comuni delle Regioni a Statuto ordinario parametrata al trattamento economico complessivo dei Presidenti delle Regioni e sulla base del numero di abitanti residenti, risultante dall’ultimo censimento. Le stesse indennità di funzione valgono per i Vicesindaci, gli Assessori e i Presidenti dei Consigli comunali. 
 
Tale disposizione, però, esclude i Comuni delle Regioni a Statuto speciale – dunque anche gli amministratori degli Enti della Regione Siciliana – dalla distribuzione delle risorse previste per l’aumento delle indennità. Così, dall’utilizzo del fondo previsto dalla norma nazionale – che vede un importo di 100 milioni di euro per l’anno 2022, 150 milioni di euro per l’anno 2023 e 220 milioni di euro a decorrere dall’anno 2024 – saranno esclusi i Comuni siciliani.
 
Già a gennaio di quest’anno l’Anci Sicilia, l’Associazione Dei Comuni Siciliani, aveva richiamato l’attenzione sulla particolarità della norma nazionale chiedendo di percepire quanto previsto sulla carta ed equiparando la retribuzione economica a quella del resto del paese, evitando così la continua discriminazione ingiustificata a danno dei comuni siciliani. Ma dal governo nazionale non è arrivata risposta alcuna.
 

Una guerra tra poveri Enti e cittadini

Sebbene con un comma, inserito nella legge finanziaria regionale, sia stato concesso agli Enti locali di adeguare le retribuzioni dei componenti delle giunte comunali e dei Presidenti dei Consigli comunali - così come disposto per le regioni a Statuto ordinario dal Parlamento con la legge di bilancio nazionale varata a fine 2021 - l’Ars ha inserito una piccola modifica rispetto a quanto previsto da Roma: i maggiori oneri derivanti dagli aumenti degli stipendi non saranno finanziati da un fondo ad hoc, ma peseranno sulle casse comunali. E quindi sui cittadini.
 
Per i portavoce dell'Anci Sicilia, il rischio concreto è di creare le condizioni per rafforzare il senso di malcontento dei cittadini nei confronti delle istituzioni locali. Il dubbio sorge spontaneo: non è che per garantire i nuovi aumenti i cittadini dovranno rinunciare alla “qualità” – si fa per dire - dei servizi o, peggio, dovranno vedersi innalzare i tributi locali?
 
D’altra parte, però, non si tratta del primo caso in cui si palesa la divisione tra legislazione nazionale e normativa regionale. Negli ultimi anni si sono verificate esclusioni delle Regioni a Statuto speciale che, nel caso della Sicilia, non hanno trovato alcuna compensazione in ambito regionale.
 

A chi conviene l’autonomia?

A prescindere dalla soluzione inaccettabile, in casi come questo risulta evidente come l’autonomia speciale venga applicata esclusivamente a svantaggio della Sicilia, al punto da far pagare all’isola e agli Enti locali isolani l’adeguamento a norme nazionali. Il governo nazionale pretende di trattarci come una Regione che, in virtù della sua autonomia, sia in grado di sopperire da sola a spese come questa. Così sarebbe, forse, se la Regione Siciliana effettivamente percepisce tutte le entrate dei suoi cittadini. Come sappiamo, invece, così non è, dato che buona parte delle nostre tasse finiscono nella pancia dello Stato italiano (e contribuiranno a pagare le indennità agli amministratori delle altre Regioni). 
 
Colpisce poi pensare che tutto questo sia avvenuto tramite un provvedimento passato inosservato e che non ha suscitato una discussione pubblica. Nel corso di questi mesi l'Anci ha continuato ad accusare prima il governo nazionale e poi l'Assemblea regionale siciliana, anche se nessuna dichiarazione ha veramente parlato del peso sulle tasche dei cittadini. 
Ci chiediamo se ora, con i nuovi ingressi all'interno delle amministrazioni comunali, il dibattito riprenderà coinvolgendo i veri interessati nel gioco degli aumenti delle indennità o se, al solito, il dibattito in sordina sconvolgerà improvvisamente gli abitanti dell'isola.

Il governo italiano aumenta le indennità per gli amministratori locali. Ma in Sicilia pagano i cittadini

La legge di stabilità regionale ha introdotto una norma che prevede l’aumento delle indennità di sindaci, assessori e consiglieri comunali, facendo riferimento a una legge sullo stesso argomento varata dallo Stato italiano. 
Gli stessi amministratori siciliani, però, si sono scoperti imbrogliati: mentre la legge statale ha stanziato appositamente un fondo di 110 milioni che consentirà a ciascun Comune “del resto d’Italia” di avere una somma per aumentare gli stipendi, in Sicilia la Regione ha deciso di togliere queste cifre dai servizi o dalle altre spese del comune amministrato.
 

La patata bollente delle indennità

L’articolo 1 della legge 30 dicembre 2021, n. 234 (legge di bilancio 2022) prevede, al comma 583, un aumento delle indennità di funzione dei Sindaci dei comuni delle Regioni a Statuto ordinario parametrata al trattamento economico complessivo dei Presidenti delle Regioni e sulla base del numero di abitanti residenti, risultante dall’ultimo censimento. Le stesse indennità di funzione valgono per i Vicesindaci, gli Assessori e i Presidenti dei Consigli comunali. 
 
Tale disposizione, però, esclude i Comuni delle Regioni a Statuto speciale – dunque anche gli amministratori degli Enti della Regione Siciliana – dalla distribuzione delle risorse previste per l’aumento delle indennità. Così, dall’utilizzo del fondo previsto dalla norma nazionale – che vede un importo di 100 milioni di euro per l’anno 2022, 150 milioni di euro per l’anno 2023 e 220 milioni di euro a decorrere dall’anno 2024 – saranno esclusi i Comuni siciliani.
 
Già a gennaio di quest’anno l’Anci Sicilia, l’Associazione Dei Comuni Siciliani, aveva richiamato l’attenzione sulla particolarità della norma nazionale chiedendo di percepire quanto previsto sulla carta ed equiparando la retribuzione economica a quella del resto del paese, evitando così la continua discriminazione ingiustificata a danno dei comuni siciliani. Ma dal governo nazionale non è arrivata risposta alcuna.
 

Una guerra tra poveri Enti e cittadini

Sebbene con un comma, inserito nella legge finanziaria regionale, sia stato concesso agli Enti locali di adeguare le retribuzioni dei componenti delle giunte comunali e dei Presidenti dei Consigli comunali - così come disposto per le regioni a Statuto ordinario dal Parlamento con la legge di bilancio nazionale varata a fine 2021 - l’Ars ha inserito una piccola modifica rispetto a quanto previsto da Roma: i maggiori oneri derivanti dagli aumenti degli stipendi non saranno finanziati da un fondo ad hoc, ma peseranno sulle casse comunali. E quindi sui cittadini.
 
Per i portavoce dell'Anci Sicilia, il rischio concreto è di creare le condizioni per rafforzare il senso di malcontento dei cittadini nei confronti delle istituzioni locali. Il dubbio sorge spontaneo: non è che per garantire i nuovi aumenti i cittadini dovranno rinunciare alla “qualità” – si fa per dire - dei servizi o, peggio, dovranno vedersi innalzare i tributi locali?
 
D’altra parte, però, non si tratta del primo caso in cui si palesa la divisione tra legislazione nazionale e normativa regionale. Negli ultimi anni si sono verificate esclusioni delle Regioni a Statuto speciale che, nel caso della Sicilia, non hanno trovato alcuna compensazione in ambito regionale.
 

A chi conviene l’autonomia?

A prescindere dalla soluzione inaccettabile, in casi come questo risulta evidente come l’autonomia speciale venga applicata esclusivamente a svantaggio della Sicilia, al punto da far pagare all’isola e agli Enti locali isolani l’adeguamento a norme nazionali. Il governo nazionale pretende di trattarci come una Regione che, in virtù della sua autonomia, sia in grado di sopperire da sola a spese come questa. Così sarebbe, forse, se la Regione Siciliana effettivamente percepisce tutte le entrate dei suoi cittadini. Come sappiamo, invece, così non è, dato che buona parte delle nostre tasse finiscono nella pancia dello Stato italiano (e contribuiranno a pagare le indennità agli amministratori delle altre Regioni). 
 
Colpisce poi pensare che tutto questo sia avvenuto tramite un provvedimento passato inosservato e che non ha suscitato una discussione pubblica. Nel corso di questi mesi l'Anci ha continuato ad accusare prima il governo nazionale e poi l'Assemblea regionale siciliana, anche se nessuna dichiarazione ha veramente parlato del peso sulle tasche dei cittadini. 
Ci chiediamo se ora, con i nuovi ingressi all'interno delle amministrazioni comunali, il dibattito riprenderà coinvolgendo i veri interessati nel gioco degli aumenti delle indennità o se, al solito, il dibattito in sordina sconvolgerà improvvisamente gli abitanti dell'isola.

Il governo italiano aumenta le indennità per gli amministratori locali. Ma in Sicilia pagano i cittadini

La legge di stabilità regionale ha introdotto una norma che prevede l’aumento delle indennità di sindaci, assessori e consiglieri comunali, facendo riferimento a una legge sullo stesso argomento varata dallo Stato italiano. 
Gli stessi amministratori siciliani, però, si sono scoperti imbrogliati: mentre la legge statale ha stanziato appositamente un fondo di 110 milioni che consentirà a ciascun Comune “del resto d’Italia” di avere una somma per aumentare gli stipendi, in Sicilia la Regione ha deciso di togliere queste cifre dai servizi o dalle altre spese del comune amministrato.
 

La patata bollente delle indennità

L’articolo 1 della legge 30 dicembre 2021, n. 234 (legge di bilancio 2022) prevede, al comma 583, un aumento delle indennità di funzione dei Sindaci dei comuni delle Regioni a Statuto ordinario parametrata al trattamento economico complessivo dei Presidenti delle Regioni e sulla base del numero di abitanti residenti, risultante dall’ultimo censimento. Le stesse indennità di funzione valgono per i Vicesindaci, gli Assessori e i Presidenti dei Consigli comunali. 
 
Tale disposizione, però, esclude i Comuni delle Regioni a Statuto speciale – dunque anche gli amministratori degli Enti della Regione Siciliana – dalla distribuzione delle risorse previste per l’aumento delle indennità. Così, dall’utilizzo del fondo previsto dalla norma nazionale – che vede un importo di 100 milioni di euro per l’anno 2022, 150 milioni di euro per l’anno 2023 e 220 milioni di euro a decorrere dall’anno 2024 – saranno esclusi i Comuni siciliani.
 
Già a gennaio di quest’anno l’Anci Sicilia, l’Associazione Dei Comuni Siciliani, aveva richiamato l’attenzione sulla particolarità della norma nazionale chiedendo di percepire quanto previsto sulla carta ed equiparando la retribuzione economica a quella del resto del paese, evitando così la continua discriminazione ingiustificata a danno dei comuni siciliani. Ma dal governo nazionale non è arrivata risposta alcuna.
 

Una guerra tra poveri Enti e cittadini

Sebbene con un comma, inserito nella legge finanziaria regionale, sia stato concesso agli Enti locali di adeguare le retribuzioni dei componenti delle giunte comunali e dei Presidenti dei Consigli comunali - così come disposto per le regioni a Statuto ordinario dal Parlamento con la legge di bilancio nazionale varata a fine 2021 - l’Ars ha inserito una piccola modifica rispetto a quanto previsto da Roma: i maggiori oneri derivanti dagli aumenti degli stipendi non saranno finanziati da un fondo ad hoc, ma peseranno sulle casse comunali. E quindi sui cittadini.
 
Per i portavoce dell'Anci Sicilia, il rischio concreto è di creare le condizioni per rafforzare il senso di malcontento dei cittadini nei confronti delle istituzioni locali. Il dubbio sorge spontaneo: non è che per garantire i nuovi aumenti i cittadini dovranno rinunciare alla “qualità” – si fa per dire - dei servizi o, peggio, dovranno vedersi innalzare i tributi locali?
 
D’altra parte, però, non si tratta del primo caso in cui si palesa la divisione tra legislazione nazionale e normativa regionale. Negli ultimi anni si sono verificate esclusioni delle Regioni a Statuto speciale che, nel caso della Sicilia, non hanno trovato alcuna compensazione in ambito regionale.
 

A chi conviene l’autonomia?

A prescindere dalla soluzione inaccettabile, in casi come questo risulta evidente come l’autonomia speciale venga applicata esclusivamente a svantaggio della Sicilia, al punto da far pagare all’isola e agli Enti locali isolani l’adeguamento a norme nazionali. Il governo nazionale pretende di trattarci come una Regione che, in virtù della sua autonomia, sia in grado di sopperire da sola a spese come questa. Così sarebbe, forse, se la Regione Siciliana effettivamente percepisce tutte le entrate dei suoi cittadini. Come sappiamo, invece, così non è, dato che buona parte delle nostre tasse finiscono nella pancia dello Stato italiano (e contribuiranno a pagare le indennità agli amministratori delle altre Regioni). 
 
Colpisce poi pensare che tutto questo sia avvenuto tramite un provvedimento passato inosservato e che non ha suscitato una discussione pubblica. Nel corso di questi mesi l'Anci ha continuato ad accusare prima il governo nazionale e poi l'Assemblea regionale siciliana, anche se nessuna dichiarazione ha veramente parlato del peso sulle tasche dei cittadini. 
Ci chiediamo se ora, con i nuovi ingressi all'interno delle amministrazioni comunali, il dibattito riprenderà coinvolgendo i veri interessati nel gioco degli aumenti delle indennità o se, al solito, il dibattito in sordina sconvolgerà improvvisamente gli abitanti dell'isola.