TRINACRIA

Report crisi idrica: in Sicilia neanche l’acqua è un diritto

Si celebra oggi la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e la siccità. Un tema che ci tocca particolarmente: la Sicilia è una terra rinomatamente a rischio desertificazione, particolarmente soggetta ai danni dovuti al cambiamento climatico e all'intensificazione dei fenomeni meteorologici estremi. 
 
In questi giorni l’allarme desertificazione e siccità è in prima pagina su tutti i giornali e in tv nei principali telegiornali. Ma mentre in Sicilia il 70% dei suoli è a rischio, nei media non è sicuramente della Sicilia che si parla. Il grande eco mediatico è dato dal fatto che per adesso con i rubinetti a secco si sta trovando anche il Nord Italia. La Pianura Padana sta attraversando mesi di secca notevole, con il Po praticamente svuotato. 
 
Vista la ricorrenza di oggi e l’attenzione del mainstream sul tema vale la pena analizzare qualche dato per osservare il quadro di disuguaglianza e sfruttamento che viviamo in Sicilia su un bene tanto basilare come l’acqua.
Se da un lato è infatti innegabile l’effetto devastante del cambiamento climatico sulla disponibilità di acqua dolce, sarebbe estremamente errato assolvere dalle fortissime responsabilità dal punto di vista della gestione della rete idrica le istituzioni statali e regionali.
 

La Sicilia è la regione in cui si spreca di più…

Dall’ultimo report dell’Istat sulla gestione delle risorse idriche emergono dei dati allarmanti. La media italiana di spreco per “vetustà degli impianti e problemi di misurazione” si attesta al  36,2 %. Il dato siciliano, invece, arriva a superare il 47%. Non a caso l’Isola detiene il record di capoluoghi di provincia che nel corso del 2020 hanno dovuto ricorrere al razionamento. Dal report Istat si legge infatti che l’adozione di misure di razionamento dell’acqua ha coinvolto sette capoluoghi di provincia: a parte Avellino, tutti situati in Sicilia. Le misure restrittive hanno interessato circa 227mila residenti, soprattutto siciliani (13,9% della popolazione residente nei capoluoghi della Regione). A Catania la distribuzione dell'acqua è stata ridotta per fascia oraria per sei giorni nel mese di luglio; a Palermo l'erogazione dell'acqua è stata sospesa nell’arco dell’anno, per 183 giorni, soprattutto nelle ore notturne, per consentire il riempimento delle vasche di alimentazione della rete di distribuzione, coinvolgendo l’11,1% dei residenti. A Caltanissetta il 20,8% dei residenti è stato sottoposto a una riduzione o sospensione nell’erogazione dell’acqua per complessivi 211 giorni. A Ragusa si è fatto ricorso a turni di erogazione o sospensione dell’acqua per 75 giorni in alcune zone della città, interessando il 13,9% dei residenti. Le situazioni più critiche ad Agrigento e Trapani, dove l'erogazione dell'acqua è stata sospesa o ridotta in tutti i giorni dell'anno, con turni diversi di erogazione estesi a tutta la popolazione residente. 
 

… ma anche dove si immette di meno

Rispetto al 2018 i volumi d’acqua immessi nella rete nazionale sono stati ridotti di oltre il 4%, mentre i volumi erogati dell’1,6%. L’intensità dell’erogazione dell’acqua è fortemente eterogenea sul territorio italiano, e legata alle caratteristiche infrastrutturali e socio-economiche dei Comuni. Nei Comuni capoluogo del Nord i volumi erogati raggiungono il massimo (256 litri per abitante al giorno in media). Il quantitativo erogato si riduce nei capoluoghi del Centro (231 litri) e del Sud (221), per poi raggiungere il minimo nelle città delle Isole, Sicilia e Sardegna (194). Tra i 109 capoluoghi, volumi superiori ai 300 litri per abitante al giorno si riscontrano nelle città di Milano, Isernia, Cosenza, L’Aquila, Pavia e Brescia. Di contro, sotto i 150 litri per abitante si trovano Barletta, Arezzo, Agrigento, Andria e Caltanissetta; ben due su cinque sono Comuni siciliani. 
 

L’irregolarità stabile dell’erogazione 

Dalle indagini statistiche condotte la quota di famiglie che lamentano irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua nelle loro abitazioni è pari al 9,4% nel 2021. Il disservizio investe in percentuali molto diverse tutte le regioni. Critica la situazione in Sicilia, dove non solo si registra la quota più elevata di famiglie che lamentano irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua (29,0%), ma anche un sensibile peggioramento rispetto all’anno precedente, pari a poco più di sette punti percentuali. Di contro, quote esigue si registrano nel Nord-ovest (3,1%) e nel Nord-est (3,5%), mentre nel Centro Italia meno di una famiglia su 10 dichiara che il servizio di erogazione è irregolare. 
 
Già da queste prime carrellate di dati emerge in modo allarmante lo squilibro nell’accessibilità alle risorse idriche tra il Nord e la Sicilia. Un divario tutt’altro che impercettibile che delinea un quadro molto chiaro rispetto alla gestione delle risorse, anche primarie e fondamentali come l’acqua da parte dello Stato italiano.
 

Sfiducia verso i propri rubinetti e spese per l’acqua

Stando sempre ai dati del 2020 le famiglie hanno speso in media 14,68 euro al mese per la fornitura di acqua nelle abitazioni, pari allo 0,6% della spesa complessiva per il consumo di beni e servizi. La spesa mensile delle famiglie però risulta anche in questo caso parecchio eterogenea. Essa risulta infatti superiore alla media nazionale nel Mezzogiorno (17,48 euro) e al Centro (16,50 euro), inferiore al Nord (12,05 euro).
 
Un dato altrettanto interessante riguarda invece la spesa per l’acquisto dell’acqua minerale. Guardando ai dati di consumo dell’acqua in bottiglia riscontriamo in Sicilia una percentuale del 69,7%. Per avere un’idea di paragone, nella Provincia autonoma di Trento la percentuale scende al 43,9%. Questa scelta non è da attribuire però a una passione innata dei siciliani verso le bottiglie di plastica (che hanno un elevato costo per le famiglie), ma al timore di bere un’acqua che passa da una rete idrica che cade a pezzi, con tubature vecchie e spesso danneggiate che non ne rendono affatto sicura la fruizione. 
 

L’estrazione di acque minerali naturali però è in continuo aumento

In Sicilia sono circa una ventina le aziende che estraggono acqua minerale solo ai fini del commercio, e diverse migliaia sono i metri cubi di acqua che ogni anno si estraggono a fine di produzione. Il dato interessante è che a fronte della scarsità di accessibilità dell’acqua da parte dei siciliani nelle proprie case, la Sicilia è tra le Regioni che hanno subito un maggiore incremento nell’estrazione. Infatti tra le 14 regioni che contribuiscono all’incremento nazionale rispetto all'anno precedente, gli aumenti più rilevanti interessano la Lombardia (+609mila metri cubi estratti, +19,2%), il Veneto (+294mila metri cubi, +16%) e la Sicilia (+221mila metri cubi, +43,4%). 
 
A fronte di questo però non si riscontra alcun beneficio da parte della popolazione.  Se la media nazionale di soddisfazione in merito all'odore, al sapore e alla limpidezza dell’acqua è al 76,2%, in Sicilia scende al 59,7%.
 

Senza acqua non c'è vita

In conclusione, alla luce di questi dati, si può tranquillamente affermare che in Sicilia neppure un diritto fondamentale come l’accesso all’acqua viene garantito dallo Stato italiano. In una terra con il 70% delle aree a rischio desertificazione, dove però si registra una forte attività estrattiva, il modello di gestione statale impone ai siciliani sacrifici e razionamenti, talvolta emergenziali, talvolta, come per i cittadini di Agrigento e Trapani, permanenti. La beffa è che l’acqua ci sarebbe, viene però dispersa in quantità mostruose per la mancanza di interventi di risanamento e manutenzione della rete idrica, ridotta a un colabrodo. In una fase storica come quella che stiamo attraversando minacciata dal cambiamento climatico e la siccità, è come se stessimo vagando nel deserto con una borraccia bucata. Non intervenire in questo senso è un atto criminale, un ennesimo sopruso nei confronti dei siciliani. E allora servirebbe mettere in campo azioni concrete per risolvere questa situazione, smetterla di incolpare il cambiamento climatico, gli alieni, i percettori di reddito e presentare progetti per opere risolutive. Sono queste le reali opere utili che dovrebbero essere messe in campo con i fondi del PNRR, opere di rifacimento dell’intera rete idrica, necessarie e urgenti. Un ragionamento finale sulla vicenda appare abbastanza ovvio, quasi un sillogismo: senza acqua non c’è vita, sotto lo Stato italiano non c’è acqua… proseguite voi.

Report crisi idrica: in Sicilia neanche l’acqua è un diritto

Si celebra oggi la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e la siccità. Un tema che ci tocca particolarmente: la Sicilia è una terra rinomatamente a rischio desertificazione, particolarmente soggetta ai danni dovuti al cambiamento climatico e all'intensificazione dei fenomeni meteorologici estremi. 
 
In questi giorni l’allarme desertificazione e siccità è in prima pagina su tutti i giornali e in tv nei principali telegiornali. Ma mentre in Sicilia il 70% dei suoli è a rischio, nei media non è sicuramente della Sicilia che si parla. Il grande eco mediatico è dato dal fatto che per adesso con i rubinetti a secco si sta trovando anche il Nord Italia. La Pianura Padana sta attraversando mesi di secca notevole, con il Po praticamente svuotato. 
 
Vista la ricorrenza di oggi e l’attenzione del mainstream sul tema vale la pena analizzare qualche dato per osservare il quadro di disuguaglianza e sfruttamento che viviamo in Sicilia su un bene tanto basilare come l’acqua.
Se da un lato è infatti innegabile l’effetto devastante del cambiamento climatico sulla disponibilità di acqua dolce, sarebbe estremamente errato assolvere dalle fortissime responsabilità dal punto di vista della gestione della rete idrica le istituzioni statali e regionali.
 

La Sicilia è la regione in cui si spreca di più…

Dall’ultimo report dell’Istat sulla gestione delle risorse idriche emergono dei dati allarmanti. La media italiana di spreco per “vetustà degli impianti e problemi di misurazione” si attesta al  36,2 %. Il dato siciliano, invece, arriva a superare il 47%. Non a caso l’Isola detiene il record di capoluoghi di provincia che nel corso del 2020 hanno dovuto ricorrere al razionamento. Dal report Istat si legge infatti che l’adozione di misure di razionamento dell’acqua ha coinvolto sette capoluoghi di provincia: a parte Avellino, tutti situati in Sicilia. Le misure restrittive hanno interessato circa 227mila residenti, soprattutto siciliani (13,9% della popolazione residente nei capoluoghi della Regione). A Catania la distribuzione dell'acqua è stata ridotta per fascia oraria per sei giorni nel mese di luglio; a Palermo l'erogazione dell'acqua è stata sospesa nell’arco dell’anno, per 183 giorni, soprattutto nelle ore notturne, per consentire il riempimento delle vasche di alimentazione della rete di distribuzione, coinvolgendo l’11,1% dei residenti. A Caltanissetta il 20,8% dei residenti è stato sottoposto a una riduzione o sospensione nell’erogazione dell’acqua per complessivi 211 giorni. A Ragusa si è fatto ricorso a turni di erogazione o sospensione dell’acqua per 75 giorni in alcune zone della città, interessando il 13,9% dei residenti. Le situazioni più critiche ad Agrigento e Trapani, dove l'erogazione dell'acqua è stata sospesa o ridotta in tutti i giorni dell'anno, con turni diversi di erogazione estesi a tutta la popolazione residente. 
 

… ma anche dove si immette di meno

Rispetto al 2018 i volumi d’acqua immessi nella rete nazionale sono stati ridotti di oltre il 4%, mentre i volumi erogati dell’1,6%. L’intensità dell’erogazione dell’acqua è fortemente eterogenea sul territorio italiano, e legata alle caratteristiche infrastrutturali e socio-economiche dei Comuni. Nei Comuni capoluogo del Nord i volumi erogati raggiungono il massimo (256 litri per abitante al giorno in media). Il quantitativo erogato si riduce nei capoluoghi del Centro (231 litri) e del Sud (221), per poi raggiungere il minimo nelle città delle Isole, Sicilia e Sardegna (194). Tra i 109 capoluoghi, volumi superiori ai 300 litri per abitante al giorno si riscontrano nelle città di Milano, Isernia, Cosenza, L’Aquila, Pavia e Brescia. Di contro, sotto i 150 litri per abitante si trovano Barletta, Arezzo, Agrigento, Andria e Caltanissetta; ben due su cinque sono Comuni siciliani. 
 

L’irregolarità stabile dell’erogazione 

Dalle indagini statistiche condotte la quota di famiglie che lamentano irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua nelle loro abitazioni è pari al 9,4% nel 2021. Il disservizio investe in percentuali molto diverse tutte le regioni. Critica la situazione in Sicilia, dove non solo si registra la quota più elevata di famiglie che lamentano irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua (29,0%), ma anche un sensibile peggioramento rispetto all’anno precedente, pari a poco più di sette punti percentuali. Di contro, quote esigue si registrano nel Nord-ovest (3,1%) e nel Nord-est (3,5%), mentre nel Centro Italia meno di una famiglia su 10 dichiara che il servizio di erogazione è irregolare. 
 
Già da queste prime carrellate di dati emerge in modo allarmante lo squilibro nell’accessibilità alle risorse idriche tra il Nord e la Sicilia. Un divario tutt’altro che impercettibile che delinea un quadro molto chiaro rispetto alla gestione delle risorse, anche primarie e fondamentali come l’acqua da parte dello Stato italiano.
 

Sfiducia verso i propri rubinetti e spese per l’acqua

Stando sempre ai dati del 2020 le famiglie hanno speso in media 14,68 euro al mese per la fornitura di acqua nelle abitazioni, pari allo 0,6% della spesa complessiva per il consumo di beni e servizi. La spesa mensile delle famiglie però risulta anche in questo caso parecchio eterogenea. Essa risulta infatti superiore alla media nazionale nel Mezzogiorno (17,48 euro) e al Centro (16,50 euro), inferiore al Nord (12,05 euro).
 
Un dato altrettanto interessante riguarda invece la spesa per l’acquisto dell’acqua minerale. Guardando ai dati di consumo dell’acqua in bottiglia riscontriamo in Sicilia una percentuale del 69,7%. Per avere un’idea di paragone, nella Provincia autonoma di Trento la percentuale scende al 43,9%. Questa scelta non è da attribuire però a una passione innata dei siciliani verso le bottiglie di plastica (che hanno un elevato costo per le famiglie), ma al timore di bere un’acqua che passa da una rete idrica che cade a pezzi, con tubature vecchie e spesso danneggiate che non ne rendono affatto sicura la fruizione. 
 

L’estrazione di acque minerali naturali però è in continuo aumento

In Sicilia sono circa una ventina le aziende che estraggono acqua minerale solo ai fini del commercio, e diverse migliaia sono i metri cubi di acqua che ogni anno si estraggono a fine di produzione. Il dato interessante è che a fronte della scarsità di accessibilità dell’acqua da parte dei siciliani nelle proprie case, la Sicilia è tra le Regioni che hanno subito un maggiore incremento nell’estrazione. Infatti tra le 14 regioni che contribuiscono all’incremento nazionale rispetto all'anno precedente, gli aumenti più rilevanti interessano la Lombardia (+609mila metri cubi estratti, +19,2%), il Veneto (+294mila metri cubi, +16%) e la Sicilia (+221mila metri cubi, +43,4%). 
 
A fronte di questo però non si riscontra alcun beneficio da parte della popolazione.  Se la media nazionale di soddisfazione in merito all'odore, al sapore e alla limpidezza dell’acqua è al 76,2%, in Sicilia scende al 59,7%.
 

Senza acqua non c'è vita

In conclusione, alla luce di questi dati, si può tranquillamente affermare che in Sicilia neppure un diritto fondamentale come l’accesso all’acqua viene garantito dallo Stato italiano. In una terra con il 70% delle aree a rischio desertificazione, dove però si registra una forte attività estrattiva, il modello di gestione statale impone ai siciliani sacrifici e razionamenti, talvolta emergenziali, talvolta, come per i cittadini di Agrigento e Trapani, permanenti. La beffa è che l’acqua ci sarebbe, viene però dispersa in quantità mostruose per la mancanza di interventi di risanamento e manutenzione della rete idrica, ridotta a un colabrodo. In una fase storica come quella che stiamo attraversando minacciata dal cambiamento climatico e la siccità, è come se stessimo vagando nel deserto con una borraccia bucata. Non intervenire in questo senso è un atto criminale, un ennesimo sopruso nei confronti dei siciliani. E allora servirebbe mettere in campo azioni concrete per risolvere questa situazione, smetterla di incolpare il cambiamento climatico, gli alieni, i percettori di reddito e presentare progetti per opere risolutive. Sono queste le reali opere utili che dovrebbero essere messe in campo con i fondi del PNRR, opere di rifacimento dell’intera rete idrica, necessarie e urgenti. Un ragionamento finale sulla vicenda appare abbastanza ovvio, quasi un sillogismo: senza acqua non c’è vita, sotto lo Stato italiano non c’è acqua… proseguite voi.

Report crisi idrica: in Sicilia neanche l’acqua è un diritto

Si celebra oggi la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e la siccità. Un tema che ci tocca particolarmente: la Sicilia è una terra rinomatamente a rischio desertificazione, particolarmente soggetta ai danni dovuti al cambiamento climatico e all'intensificazione dei fenomeni meteorologici estremi. 
 
In questi giorni l’allarme desertificazione e siccità è in prima pagina su tutti i giornali e in tv nei principali telegiornali. Ma mentre in Sicilia il 70% dei suoli è a rischio, nei media non è sicuramente della Sicilia che si parla. Il grande eco mediatico è dato dal fatto che per adesso con i rubinetti a secco si sta trovando anche il Nord Italia. La Pianura Padana sta attraversando mesi di secca notevole, con il Po praticamente svuotato. 
 
Vista la ricorrenza di oggi e l’attenzione del mainstream sul tema vale la pena analizzare qualche dato per osservare il quadro di disuguaglianza e sfruttamento che viviamo in Sicilia su un bene tanto basilare come l’acqua.
Se da un lato è infatti innegabile l’effetto devastante del cambiamento climatico sulla disponibilità di acqua dolce, sarebbe estremamente errato assolvere dalle fortissime responsabilità dal punto di vista della gestione della rete idrica le istituzioni statali e regionali.
 

La Sicilia è la regione in cui si spreca di più…

Dall’ultimo report dell’Istat sulla gestione delle risorse idriche emergono dei dati allarmanti. La media italiana di spreco per “vetustà degli impianti e problemi di misurazione” si attesta al  36,2 %. Il dato siciliano, invece, arriva a superare il 47%. Non a caso l’Isola detiene il record di capoluoghi di provincia che nel corso del 2020 hanno dovuto ricorrere al razionamento. Dal report Istat si legge infatti che l’adozione di misure di razionamento dell’acqua ha coinvolto sette capoluoghi di provincia: a parte Avellino, tutti situati in Sicilia. Le misure restrittive hanno interessato circa 227mila residenti, soprattutto siciliani (13,9% della popolazione residente nei capoluoghi della Regione). A Catania la distribuzione dell'acqua è stata ridotta per fascia oraria per sei giorni nel mese di luglio; a Palermo l'erogazione dell'acqua è stata sospesa nell’arco dell’anno, per 183 giorni, soprattutto nelle ore notturne, per consentire il riempimento delle vasche di alimentazione della rete di distribuzione, coinvolgendo l’11,1% dei residenti. A Caltanissetta il 20,8% dei residenti è stato sottoposto a una riduzione o sospensione nell’erogazione dell’acqua per complessivi 211 giorni. A Ragusa si è fatto ricorso a turni di erogazione o sospensione dell’acqua per 75 giorni in alcune zone della città, interessando il 13,9% dei residenti. Le situazioni più critiche ad Agrigento e Trapani, dove l'erogazione dell'acqua è stata sospesa o ridotta in tutti i giorni dell'anno, con turni diversi di erogazione estesi a tutta la popolazione residente. 
 

… ma anche dove si immette di meno

Rispetto al 2018 i volumi d’acqua immessi nella rete nazionale sono stati ridotti di oltre il 4%, mentre i volumi erogati dell’1,6%. L’intensità dell’erogazione dell’acqua è fortemente eterogenea sul territorio italiano, e legata alle caratteristiche infrastrutturali e socio-economiche dei Comuni. Nei Comuni capoluogo del Nord i volumi erogati raggiungono il massimo (256 litri per abitante al giorno in media). Il quantitativo erogato si riduce nei capoluoghi del Centro (231 litri) e del Sud (221), per poi raggiungere il minimo nelle città delle Isole, Sicilia e Sardegna (194). Tra i 109 capoluoghi, volumi superiori ai 300 litri per abitante al giorno si riscontrano nelle città di Milano, Isernia, Cosenza, L’Aquila, Pavia e Brescia. Di contro, sotto i 150 litri per abitante si trovano Barletta, Arezzo, Agrigento, Andria e Caltanissetta; ben due su cinque sono Comuni siciliani. 
 

L’irregolarità stabile dell’erogazione 

Dalle indagini statistiche condotte la quota di famiglie che lamentano irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua nelle loro abitazioni è pari al 9,4% nel 2021. Il disservizio investe in percentuali molto diverse tutte le regioni. Critica la situazione in Sicilia, dove non solo si registra la quota più elevata di famiglie che lamentano irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua (29,0%), ma anche un sensibile peggioramento rispetto all’anno precedente, pari a poco più di sette punti percentuali. Di contro, quote esigue si registrano nel Nord-ovest (3,1%) e nel Nord-est (3,5%), mentre nel Centro Italia meno di una famiglia su 10 dichiara che il servizio di erogazione è irregolare. 
 
Già da queste prime carrellate di dati emerge in modo allarmante lo squilibro nell’accessibilità alle risorse idriche tra il Nord e la Sicilia. Un divario tutt’altro che impercettibile che delinea un quadro molto chiaro rispetto alla gestione delle risorse, anche primarie e fondamentali come l’acqua da parte dello Stato italiano.
 

Sfiducia verso i propri rubinetti e spese per l’acqua

Stando sempre ai dati del 2020 le famiglie hanno speso in media 14,68 euro al mese per la fornitura di acqua nelle abitazioni, pari allo 0,6% della spesa complessiva per il consumo di beni e servizi. La spesa mensile delle famiglie però risulta anche in questo caso parecchio eterogenea. Essa risulta infatti superiore alla media nazionale nel Mezzogiorno (17,48 euro) e al Centro (16,50 euro), inferiore al Nord (12,05 euro).
 
Un dato altrettanto interessante riguarda invece la spesa per l’acquisto dell’acqua minerale. Guardando ai dati di consumo dell’acqua in bottiglia riscontriamo in Sicilia una percentuale del 69,7%. Per avere un’idea di paragone, nella Provincia autonoma di Trento la percentuale scende al 43,9%. Questa scelta non è da attribuire però a una passione innata dei siciliani verso le bottiglie di plastica (che hanno un elevato costo per le famiglie), ma al timore di bere un’acqua che passa da una rete idrica che cade a pezzi, con tubature vecchie e spesso danneggiate che non ne rendono affatto sicura la fruizione. 
 

L’estrazione di acque minerali naturali però è in continuo aumento

In Sicilia sono circa una ventina le aziende che estraggono acqua minerale solo ai fini del commercio, e diverse migliaia sono i metri cubi di acqua che ogni anno si estraggono a fine di produzione. Il dato interessante è che a fronte della scarsità di accessibilità dell’acqua da parte dei siciliani nelle proprie case, la Sicilia è tra le Regioni che hanno subito un maggiore incremento nell’estrazione. Infatti tra le 14 regioni che contribuiscono all’incremento nazionale rispetto all'anno precedente, gli aumenti più rilevanti interessano la Lombardia (+609mila metri cubi estratti, +19,2%), il Veneto (+294mila metri cubi, +16%) e la Sicilia (+221mila metri cubi, +43,4%). 
 
A fronte di questo però non si riscontra alcun beneficio da parte della popolazione.  Se la media nazionale di soddisfazione in merito all'odore, al sapore e alla limpidezza dell’acqua è al 76,2%, in Sicilia scende al 59,7%.
 

Senza acqua non c'è vita

In conclusione, alla luce di questi dati, si può tranquillamente affermare che in Sicilia neppure un diritto fondamentale come l’accesso all’acqua viene garantito dallo Stato italiano. In una terra con il 70% delle aree a rischio desertificazione, dove però si registra una forte attività estrattiva, il modello di gestione statale impone ai siciliani sacrifici e razionamenti, talvolta emergenziali, talvolta, come per i cittadini di Agrigento e Trapani, permanenti. La beffa è che l’acqua ci sarebbe, viene però dispersa in quantità mostruose per la mancanza di interventi di risanamento e manutenzione della rete idrica, ridotta a un colabrodo. In una fase storica come quella che stiamo attraversando minacciata dal cambiamento climatico e la siccità, è come se stessimo vagando nel deserto con una borraccia bucata. Non intervenire in questo senso è un atto criminale, un ennesimo sopruso nei confronti dei siciliani. E allora servirebbe mettere in campo azioni concrete per risolvere questa situazione, smetterla di incolpare il cambiamento climatico, gli alieni, i percettori di reddito e presentare progetti per opere risolutive. Sono queste le reali opere utili che dovrebbero essere messe in campo con i fondi del PNRR, opere di rifacimento dell’intera rete idrica, necessarie e urgenti. Un ragionamento finale sulla vicenda appare abbastanza ovvio, quasi un sillogismo: senza acqua non c’è vita, sotto lo Stato italiano non c’è acqua… proseguite voi.