• Proteste, energia e caro carburante: perché in Sicilia dovremmo pagare di meno

    Proteste, energia e caro carburante: perché in Sicilia dovremmo pagare di meno

    Negli ultimi giorni, la Sicilia è attraversata da mobilitazioni e proteste in lungo e in largo. Il perdurare del caro carburante – con la benzina a prezzi stellari nonostante il price cap – è stata la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso di un malessere sociale diffuso da tempo.

    Con ordine, proveremo a porre la lente d’ingrandimento su quanto sta accadendo nella nostra isola, analizzando i punti in comune e di differenza con quanto sta accadendo nel continente, a partire dall’inferiore copertura mediatica che ci è stata riservata rispetto al nord Italia. In conclusione, lanceremo quella che è insieme una provocazione e una proposta concreta. Visto il ruolo della Sicilia nella produzione energetica, visto quel vecchio testo impolverato ma ancora legalmente valido che è lo Statuto d’Autonomia, perché noi siciliani non paghiamo il carburante meno di un euro al litro?

    Tele Meloni o tele Padania?

    Da giorni, sulle reti televisive (statali e non) e sui giornali non si parla di altro che delle mobilitazioni in corso, ma quasi esclusivamente di quelle del Nord. Peccato, però, che nel Sud e in Sicilia le manifestazioni non sono iniziate il 17 ottobre, quando le guerriglie per le strade di Milano, Torino e compagnia cantante hanno fatto guadagnare alle mobilitazioni tutte le prime pagine dei quotidiani. In Calabria, Puglia e Sicilia le mobilitazioni degli agricoltori e dei pescatori sono iniziate almeno un mese fa. Gli autotrasportatori siciliani minacciavano lo sciopero totale da settimane, poi puntualmente verificatosi per via della scelta del Ministro Salvini di incontrare soltanto le sigle di trasportisti nazionali, bypassando i comitati locali come se non avessero voce in capitolo.

    Per farla breve: le mobilitazioni hanno ottenuto la dovuta cassa di risonanza esclusivamente a seguito dell’attivazione delle regioni settentrionali. Si potrebbe obiettare che ciò sia accaduto perché soltanto adesso stiamo assistendo ad azioni eclatanti, dalle vetrine distrutte agli oltre duecento arresti a Milano fino ad arrivare all’occupazione dell’aeroporto di Genova. A chi la pensa così chiediamo se ha ricevuto notizia del fatto che, appena otto giorni fa, decine di agricoltori hanno bloccato per ore i mezzi in uscita e in entrata dalla raffineria Melilli-Priolo, paralizzando le strade del sud dell’isola. Un gesto di grande portata e coraggio che al di fuori dei giornali di provincia non si è meritato più di qualche trafiletto.

    In ogni caso, a fare notizia in Sicilia non sono le cause specifiche della protesta, non è il malcontento di tre settori chiave per la nostra economia – pesca, agricoltura e trasporti. Non è il costo della vita esorbitante che ha fatto sì che un siciliano su cinque viva in povertà¹. Sono gli scaffali vuoti dei supermercati e le pompe di benzina senza più un goccio di carburante a balzare agli onori della cronaca. Per carità, si manifesta proprio per creare un disagio che generi rumore, ma è paradossale che i giornali si interessino più ai disservizi innescati della protesta che alle cause che l’hanno prodotta.

    Ci hanno pensato poi tre Ministri a colmare il deficit di attenzione. Lollobrigida ha esordito sostenendo che tra gli autotrasportatori in protesta vi sarebbero «evidenti infiltrazioni criminali» e che la polizia starebbe indagando al riguardo. Salvini ha rincarato la dose informando tutti che là dove non siano stati rimossi i blocchi, dopo i quattro spicci concessi alle categorie, «non è più questione di autotrasporto, ma di criminalità». Ma il meglio è arrivato da un nostro conterraneo, il Ministro Musumeci, che oggi sul rischio infiltrazioni criminali nelle proteste, ha confermato l’ovvio: «non siamo a Bolzano». Un classico, d’altronde: appena la Sicilia intera si riversa nelle piazze, bloccando autostrade e porti – un’impresa forse troppo ardita per un popolo come il nostro, agli occhi di Roma – ecco che arriva necessariamente la protesta pilotata. Perché qualcuno che muove i fili deve esserci per forza, qualcuno che diriga queste «teste calde». Se poi ci mettiamo pure la chiara natura criminale dei siciliani, abbiamo colpito dritto nel segno.

    Eppure, ancora una volta, i ministri italiani mancano completamente il bersaglio: fanno finta di non vedere che ciò che sta accadendo in Sicilia è la risposta, ormai inevitabile, a rincari non più sostenibili e a interi settori produttivi messi in ginocchio.

    Tagliare carne e ossa

    E dunque, cos’è che vogliono i siciliani che da settimane impazzano per le strade di tutta l’isola? È possibile evidenziare degli elementi di discontinuità rispetto a quanto richiesto da chi protesta oltre Scilla e Cariddi? Mettiamo per un momento da parte la questione carburante, sulla quale torneremo tra poco. Per quanto riguarda agricoltori e pescatori, i problemi sono essenzialmente due: costi di produzione troppo alti a fronte di prezzi di vendita dei prodotti francamente ridicoli. Rispetto al primo, il gasolio pagato a peso d’oro chiaramente pesa e non poco, ma non è l’unico elemento. Le aziende agricole ed ittiche siciliane si distinguono per la grande qualità dei loro prodotti, ma sono quasi tutte di dimensioni piccole quando non microscopiche. Per dare un’idea, circa il 96% delle imprese agricole è a conduzione familiare². Ciò si traduce in scarsa capacità d’investimento e in una maggiore difficoltà nel reggere i contraccolpi di contingenze economiche negative. Imbarcazioni di piccolo calibro per i pescatori, bassa efficienza produttiva per gli agricoltori. Piccoli pesci in un oceano di multinazionali, naufragar non è dolce in questo mare.

    Sul prezzo di vendita dei prodotti bisognerebbe scrivere libri interi, ma rischieremmo di andare fuori strada. Restando nel merito, tanto i pescatori quanto gli agricoltori svendono i frutti del proprio lavoro a cifre irrisorie, a volte talmente basse da non permettergli nemmeno di rientrare nelle spese. Per tirare a campare aspettano e sperano nei contributi a pioggia, costringendoli a dipendere dai finanziamenti una tantum di Regione, Stato e Unione Europea. Aziende di media-grossa statura con una maggiore efficienza produttiva possono provare a sbarcare comunque il lunario, ma non quelle siciliane che, come dicevamo, sono di un’altra statura. Ed è questa la differenza sostanziale tra la Sicilia e il nord Italia. Le loro aziende sono più grandi delle nostre. Tengono meglio botta ai colpi inferti da un mercato inondato da prodotti agricoli e ittici provenienti da tutto il mondo. Noi facciamo parecchia fatica, e qui andiamo al cuore del problema. Negli ultimi trent’anni né a Montecitorio né a Palazzo dei Normanni si sono spremuti più di tanto le meningi per pensare a misure specifiche per le esigenze produttive di pescatori e agricoltori siciliani; e i risultati si vedono.

    Per quanto riguarda gli autotrasportatori, rivendicazioni settoriali di misure ad hoc per il comparto si legano al mancato riconoscimento politico da parte del Ministero dei Trasporti, che nelle scorse settimane ha tagliato fuori i comitati siciliani dalle interlocuzioni con le sigle di grosso calibro. Ma a far da padrone è il macrotema del caro carburante. Un problema comune a tutto lo Stato italiano, ma per il quale la Sicilia ha da tempo la soluzione servita su un piatto d’argento, senza che nessuno a Palazzo d’Orléans, però, abbia il coraggio di reclamare la propria fetta di torta.

    Sogno o son desto: carburante a prezzo ribassato per i siciliani?

    Per onestà intellettuale, è corretto precisare che, in effetti, il governo Meloni può fare relativamente poco per calmierare i prezzi alla pompa. Il prezzo del carburante è il risultato di tre fattori: costo di produzione e trasporto, prezzo del petrolio in borsa, accise + IVA riscosse dallo Stato. Nel primo caso, la delocalizzazione degli impianti produttivi fuori dal continente europeo (ben 35 raffinerie hanno chiuso i battenti in Europa dal 2008 ad oggi) ha progressivamente fatto lievitare i costi³. Aggiungiamoci l’inflazione e l’aumento dei tempi di trasporto per i conflitti militari a Hormuz e Bab el-Mandeb e la frittata è fatta. È vero, il petrolio in borsa viaggia a cifre simili al 2008, quando la benzina non costava di certo così tanto. Però, è bene ricordarsi che l’oro nero viene quotato in dollari, non in euro, e negli ultimi tre lustri la moneta comune europea si è di molto indebolita rispetto al dollaro, rendendo di fatto il petrolio parecchio più costoso per noi.

    Sulle accise, poco da dire, nello Stato italiano si pagano care ed amare, anzi amarissime: valgono 0,67€ al litro, senza contare l’applicazione dell’IVA sul prezzo finale, che da sola vale circa il 19% del costo complessivo. Il governo Meloni avrebbe potuto utilizzare l’extra gettito nelle casse pubbliche dovuto al rialzo dei prezzi per tagliare le accise in maniera corposa, e non dandogli solo una sforbiciata? Probabilmente sì. L’esecutivo avrebbe potuto imporre alle multinazionali il versamento di una quota dei celeberrimi extra profitti delle multinazionali, invece di accontentarsi del ben meno oneroso tetto del prezzo alla pompa? Difficile a dirsi, ma non sarebbe stato male tentare.

    Al netto di questi fattori generali, il caso siciliano è assai interessante perché caratterizzato da due elementi di potenziale vantaggio e un paradosso. Siamo la centrale energetica di Roma e disponiamo di norme statutarie di cui avvalerci per poter drenare risorse per abbassare il prezzo alla pompa. Qual è il paradosso? Che paghiamo comunque la benzina più cara d’Italia.

    Secondo i dati forniti dal Mase, nel 2025 dal sottosuolo siciliano sono state estratte 383 mila tonnellate di gas naturale, olio greggio e gasolina. Se a questo aggiungiamo gli idrocarburi estratti nelle zone marine C e G, appartenenti o limitrofe alle acque territoriali siciliane, arriviamo alla bellezza di 1,2 milioni di tonnellate l’anno. Numeri che rendono la Sicilia la seconda regione più importante in materia di estrazione energetica, superata soltanto dalla Basilicata.

    Per quanto riguarda la raffinazione, invece, non ce n’è per nessuno: siamo primi per enorme distacco. Secondo un report dell’Unem, nel 2024 la capacità di raffinazione degli idrocarburi nello Stato italiano è pari a 87,5 milioni di tonnellate. Di questi, ben 38 milioni, quindi il 43% del totale, vengono lavorati nella sola Sicilia, negli impianti dislocati lungo la fascia orientale tra i comuni di Augusta, Priolo Gargallo, Melilli e Siracusa, zona meglio conosciuta come il quadrilatero della morte.

    Siamo indispensabili per il sostentamento energetico della Penisola e ne paghiamo i costi ambientali e sociali, e in cambio? Ci lasciano le briciole. Sempre secondo il Mase, i proventi delle royalties versati dalle multinazionali alla Regione Siciliana nel 2024 corrispondono ad appena 1,2 milioni di euro, mentre nelle casse dello Stato e di altre regioni e comuni sono arrivati la bellezza di 252 milioni euro. Ricapitolando: siamo la seconda regione per estrazione di idrocarburi e la prima per raffinazione, ma ai siciliani resta lo 0,48% del totale.

    L’IVA ai siciliani

    Non di certo la più felice delle situazioni, ma potrebbe esserci una via d’uscita; qui entra in gioco lo Statuto. Senza barcamenarsi nell’annosa questione del pagamento delle royalties alla Regione Siciliana – altrettanto saliente ma più ingarbugliata – proviamo a porre l’accento sull’IVA, l’imposta di consumo per eccellenza in Italia. L’articolo 36 della Carta recita:

    «Al fabbisogno finanziario della Regione si provvede con i redditi patrimoniali della Regione e a mezzo di tributi, deliberati dalla medesima.

    Sono però riservate allo Stato le imposte di produzione e le entrate dei tabacchi e del lotto».

    Secondo quanto sancito nel lontano 1946, dunque, l’IVA nella sua interezza dovrebbe entrare direttamente nelle casse della Regione Siciliana. Come vi potete aspettare, la storia ha preso tutt’altra piega, e delle risorse che ci spetterebbero per diritto ci è toccato ben poco. Nei decenni si è aperto un contenzioso tra Sicilia e Stato italiano, risoltosi (si fa per dire) soltanto in tempi recenti con d.lgs. n. 16/2018. Questi attribuisce alla Regione Siciliana il 34,6% gettito IVA maturato nel nostro territorio. Non è poco, ma non è quello per cui generazioni di siciliani hanno lottato. Pertanto, crediamo che un governo regionale coscienzioso dovrebbe fare il possibile per sedersi al tavolo delle trattative con Roma per rivendicare quanto promesso al popolo siciliano ottant’anni fa.

    Ma questo cosa c’entra con il caro carburante? Se l’IVA maturata in Sicilia venisse versata per intero nelle nostre tasse potremmo decidere di tagliare la tanto odiata tassa sulla tassa alla pompa? Allo stato attuale ciò non sarebbe possibile, Palermo non può intervenire per ribassare la leva fiscale sui carburanti – di competenza esclusiva di Roma – ma può agire per via indiretta. Servirsi delle risorse di cui Roma si è appropriata per bonus permanenti tanto per i lavoratori dei comparti più esposti ai rincari del carburante – autotrasportatori, agricoltori e pescatori – quanto per il resto della popolazione.

    Non si tratterebbe di elemosina né di carità, ma di una misura necessaria per restituire ai siciliani quanto gli è stato indebitamente sottratto; per permettere a questa terra di vivere dignitosamente con i frutti del proprio lavoro, senza dover andare da Roma col cappello in mano a chiedere a testa china una mano d’aiuto nei momenti di crisi. Per una Sicilia che si autofinanzia e si autogoverna.

    Note:

    ¹ La povertà in Italia – anno 2025 in «Istat», ottobre 2026;

    ²https://www.trinacria.info/01/03/2024/sezioni/editoriali/ritorno-al-futuro-con-i-trattori-la-sicilia-si-rialza/

    ³ https://ageei.eu/energia-europa-perde-carburanti-30-raffinerie-chiuse-in-un-decennio-e-mezzo-infografica-e-dati/

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