• 1848, L’ultima indipendenza siciliana

    1848, L’ultima indipendenza siciliana

    Capitolo IV: Napoli sul filo del rasoio. I moti del ‘20 e del ‘37

    Pubblichiamo la quarta parte del testo “1848, L’ultima indipendenza siciliana”. Il seguente capitolo descriverà gli eventi salienti dei due moti rivoluzionari del 1820 e del 1837, cercando di metterne in luce sia gli aspetti comuni che gli elementi di discontinuità. Se all’altezza del ‘20 il rifiuto in toto della dinastia borbonica non era ascrivibile all’intera isola, i fatti del ‘37 stravolgono il quadro, preparando il terreno per la Rivoluzione che divamperà di lì a un decennio.

    1820: Palermo vs Sicilia

    Nell’estate del 1820 i moti carbonari infiammarono il Regno delle due Sicilie citra e ultra farum. La rivolta si accese a Napoli e, quando il 7 luglio Ferdinando I si decise a concedere una Costituzione sul modello spagnolo, anche la Sicilia entrò in agitazione. I rivoltosi nell’isola, però, pur essendo accomunati al rivolgimento napoletano per la contestazione dell’assolutismo, presero tutt’altra strada.
    L’obiettivo dell’insurrezione era la costituzione di un Regno a sé, l’indipendenza politica della Sicilia.

    Il 15 luglio, all’indomani del “festino” di Santa Rosalia, a Palermo esplose la rivolta. A guidarla gli uomini dell’aristocrazia già protagonisti nel 1812, come Ruggero Settimo e il principe di Castelnuovo. Ma vi presero parte anche membri delle corporazioni artigiane, esponenti del clero e contadini delle campagne circostanti.

    Sull’inizio dei moti, avrebbe scritto così Antonio Salinas diversi decenni più tardi:

    «Nei ricordi della memoranda rivoluzione del 1820 si vuole significare in tutti i modi l’aspirata indipendenza da Napoli. Alla coccarda col tricolore de’ Carbonari si aggiunsero i nastri col giallo siciliano e con gli emblemi di Palermo (l’aquila) e di Sicilia (la trinacria), accompagnati dalla figura di S. Rosalia, incarnazione della città di Palermo nel suo ideale politico non disgiunto dall’ ideale religioso. Viva Palermu e Santa Rusulia, grida il buon palermitano vantando i pregi della sua città; e al grido di Viva /SY. Rusulia si è sempre levato il popolo di Palermo, invocando in suo ajuto la memoria della gentile romita, che secondo la pia leggenda, nel secolo XII offriva la propria vita pel bene della sua patria» ¹¹.

    Tempo tre giorni e i rivoltosi riuscirono a scacciare i 5000 soldati napoletani di stanza in città, uccidendone 300¹². Venne istituito un governo provvisorio, formato da esponenti della nobiltà. Ben presto, però, quella che era iniziata come una rivoluzione contro l’oppressore straniero, si trasformò in una guerra civile tra indipendentisti e filo-napoletani. All’altezza del 1820, infatti, a differenza di quanto accadrà nel ‘48, non tutti i centri siciliani erano compatti nel perseguire la strada dell’indipendenza.

    Il motivo va ricercato nello storico municipalismo siciliano e nell’ostilità crescente tra Palermo e le altre città dell’isola per via degli eventi del ‘16. Se la secolare capitale dell’ormai fu Regno di Sicilia fu fortemente danneggiata dal centralismo amministrativo, il nuovo quadro politico, nel complesso, sorrise alle altre grandi città. La costituzione delle intendenze gratificò le città di Messina, Catania, Agrigento, Caltanissetta, Siracusa e Trapani, che giovarono di nuovi impieghi pubblici fino ad allora inesistenti. Fu questo il motivo per cui l’unico grande centro che si schierò a favore di Palermo fu Agrigento, seguito però da una numerosa schiera di comuni minori.

    La conflittualità degenerò in un bagno di sangue. Il governo provvisorio organizzò delle guerriglie, alle quali le città filo-napoletane risposero in maniera analoga. Il momento di massima tensione si raggiunse il 10-11 agosto, quando il fronte palermitano assediò Caltanissetta, bruciando 83 case e uccidendo 45 persone¹³. Nelle prime battute, gli indipendentisti ottennero importanti risultati militari, e più di due terzi dei comuni siciliani aderirono ad una petizione per mettere al voto l’indipendenza della Sicilia.

    Nel frattempo, le forze borboniche, inizialmente colte di sorpresa dall’impeto dei rivolgimenti palermitani e dalla necessità di sedare il tumulto tanto nell’isola quanto nel continente, si riorganizzarono. Guidate da Florestano Pepe, vinsero numerosi scontri contro gli indipendentisti e il 22 settembre si giunse a un accordo col governo provvisorio per evitare la strage: «la maggioranza dei voti dei siciliani, legalmente convocati, deciderà dell’unità o della separazione della rappresentativa nazionale del Regno delle Due Sicilie» e «la Costituzione di Spagna del 1812, confermata da Sua Maestà Cattolica nel 1820, è riconosciuta in Sicilia» ¹⁴.

    Un compromesso che non fece felice nessuno. Il popolo palermitano accusò di tradimento il principe di Villafranca, a capo del governo provvisorio, e ne saccheggiò il palazzo, mentre Napoli rigettò il patto stipulato da Pepe, per poi isolare e infine sottomettere Palermo con la forza, senza concedere alcuna garanzia costituzionale. La Sicilia, di fatto, fu piegata nel giro di poche settimane per via di conflittualità intestine, che trasformarono una rivoluzione contro il dominio straniero in uno scontro tra bande. Errore di cui si farà tesoro negli anni a venire.

    Altro giro altra corsa. Il ‘37 tra repressione e stretta centralista

    Gli anni che separano i moti del ’20 dal tumulto del ’37 a un primo sguardo sono trascorsi nel segno della continuità. Focolai di sovversione spenti a colpi di fucile, politiche di accentramento da parte di Napoli, domino incontrastato del latifondo.
    Apparentemente, nulla di nuovo sotto il sole; ma, in realtà, c’è una differenza sostanziale.

    Nel ‘20 le grandi città dell’isola si schierarono a fianco delle truppe borboniche, preferendo il nuovo stato di cose alla rivendicazione nazionale partita da Palermo, interpretata come un tentativo di prevaricazione da parte della storica capitale. Ma nel giro di una manciata di anni la percezione della Sicilia orientale nei confronti del sistema borbonico cambiò rapidamente, per via dell’impoverimento diffuso dei ceti più poveri e della stretta autoritaria della monarchia, che sul medio periodo restrinse lo spazio di manovra alla nobiltà di casa nostra.

    Il 1837 è essenzialmente questo: una rivolta compiutamente nazionale, in cui è ormai chiaro a tutti, palermitani e non, che la risoluzione della questione siciliana debba passare dall’indipendenza da Napoli.
    In questo caso, l’insurrezione nasce da una crisi sanitaria fattasi immediatamente politica. In quell’anno, infatti, scoppiò un’epidemia di colera che, partendo dalla Puglia, investì Napoli e successivamente arrivò in Sicilia. Il bollettino fu devastante: quasi 70 mila morti nell’isola in pochi mesi¹⁵. Si generò un’ondata di isteria collettiva, che spinse i siciliani tutti a considerare come untori i rappresentanti del governo.

    L’astio nei confronti degli amministratori napoletani era così alto da costringere la direzione di polizia di Palermo a pubblicare un manifesto, in data 24 luglio, per discolparsi:
    «L’invasione del colera disgraziatamente verificatasi prima in questa Capitale, e successivamente in alcuni altri comuni dell’Isola, come ancora il timore di potere il male assalire gli altri paesi che tuttavia ne sono esenti, ha fatto sorgere una calunniosa e maligna voce, che il morbo lungi d’essere l’effetto di una naturale calamità, che ha da più anni afflitto non poche nazioni, sia piuttosto l’opera di un veleno, che scioccamente dicesi sparso né diversi generi di vitto».

    Il tumulto, seppur feroce a Palermo, fu altrettanto furibondo a Catania e a Siracusa. Si attivarono progetti sovversivi su scala nazionale, a dimostrazione di come la monarchia fosse riuscita nel non facile compito di far superare il tradizionale municipalismo siciliano, inimicandosi tutte le città. Non a caso, anche nella Sicilia orientale comparvero i drappi gialli e le aquile fridericiane, simboli del nazionalismo siciliano, già visti a Palermo in insurrezioni passate.
    Nell’immediato, la reazione borbonica fu furiosa. Il generale del Carretto fu incaricato da Ferdinando II della repressione, che non si servì di mezze misure. Oltre un migliaio di arresti e 140 condanne a morte emanate, di cui 90 eseguite.

    Alla repressione seguirono ulteriori riforme, tutte inserite nel sentiero già ampiamente battuto dell’accentramento. Il ministero degli Affari di Sicilia fu soppresso, la luogotenenza ridotta a un orpello e le componenti dell’amministrazione periferica subordinate a Napoli. Venne introdotta anche la già citata legge sulla promiscuità degli uffici, utile a incancrenire l’astio della classe dirigente siciliana nei confronti della corona, che vide i propri privilegi ulteriormente minati dalla concorrenza dei funzionari napoletani.
    Così commentò gli avvenimenti di quei mesi Giuseppe la Farina, tra i protagonisti del moto del ‘37, che ritroveremo anche un decennio più tardi:

    «La bandiera siciliana scomparve; fu soppressa la libertà di stampa, delle associazioni e delle petizioni; accresciuta la quota finanziaria della Sicilia fino alla somma di once 2.096.326 invece di once 1.847.687, le quali includevano nel 1813 i sussidii alli emigranti napoletani, e le spese straordinarie di guerra, esiti che più non esistevano dopo il 1815, decretavansi per ordinanza reale nuove tasse e soprattasse erariali, provinciali e comunali, senza giammai consultate lo Stato, le province o i comuni. […] Fu tolta alla Sicilia la Zecca, la soprintendenza di ponti e strade, la direzione di polizia: fu spenta affatto la libertà municipale, sì che pel più minimo delli affari pubblici o privati, bisogna piatire mesi ed anco anni a Napoli… Si passò dal viceré al luogotenente, dal luogotenente al comandante generale delle armi, con niuna autorità per far bene, pienissima autorità per far male: si sottopose la Sicilia tutta ad un vero governo militare, e tanto più odioso in quantocché ridutta l’isola a terra di conquista, non ebbe più armi proprie, e l’esercito reale si coscrivea nelle sole provincie continentali, sì che i soldati erano tutti napoletani e riguardati come dominatori quelli che avrebbero dovuto essere compagni e fratelli. Opprimea l’isola uno stato d’assedio permanente, con corti marziali, con leggi e tribunali eccezionali, colle battiture pubbliche senza forma giuridica, colle violenze brutali ed impunite della gendarmeria e della sbirraglia» ¹⁶.

    Di lì a poco la monarchia, nel tentativo di recuperare il consenso perduto, provò ad attuare delle misure per ingraziarsi l’élite isolana. La riapertura dell’Università di Messina (1838), l’avvio di filiali del Banco delle Due Sicilie a Palermo (1843) e nella già citata Messina (1846). Tutti tentativi andati a vuoto. La coscienza politica indipendentista era ormai radicata in tutti gli strati sociali dell’isola, e la sfiducia verso un’opera riformatrice da parte dei Borbone era generalizzata.
    I semi del nazionalismo piantati nel quarantennio precedente erano pronti a dare i loro frutti.

    Note:

    ¹¹Salinas Antonio, Ricordi storici delle rivoluzioni siciliane del secolo XIX, G. Huber Litografo, Palermo, 1885, p. 7;

    ¹²Lupo Salvatore, Rivoluzione Meridionale (1816-1926). Narrazioni e memorie, Donzelli, Roma, 2026, p. 50;

    ¹³Ibidem, p. 53;

    ¹⁴Costa Massimo, Storia di una Nazione. Politica e istituzioni siciliane nei secoli, Rise&Press, Messina, marzo 2024, p. 368;

    ¹⁵Lupo Salvatore, Rivoluzione Meridionale (1816-1926). Narrazioni e memorie, Donzelli, Roma, 2026, p 59;

    ¹⁶La Farina Giuseppe, Istoria documentata della rivoluzione siciliana e delle sue relazioni co’ governi italiani e stranieri (1848-1849), 1860, pp. 16-18.

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