• 1848, L’ultima indipendenza siciliana (capitolo II)

    1848, L’ultima indipendenza siciliana (capitolo II)

    Capitolo II: L’innominabile al di là del Faro

    Pubblichiamo la seconda parte del testo “1848, L’ultima indipendenza siciliana”. Nel seguente capitolo si inquadreranno le ricadute che la fine del Regno di Sicilia e il conseguente accentramento di potere nelle mani di Napoli hanno avuto nell’alimentare il sentimento indipendentista già emerso nel decennio precedente.

    Il 1816 segna, dopo quasi sette secoli dalla sua costituzione, la fine del Regno di Sicilia. Di colpo una delle corone più antiche d’Europa cessò di esistere, in accordo col centralismo amministrativo, innovazione che neanche il Congresso di Vienna riuscì a spazzar via.

    La dinastia borbonica restaurata si face ammaliare dal modello proposto dai rivoluzionari che tanto aveva combattuto e le conseguenze non furono di poco conto, a partire dal nome. Il neonato Regno delle Due Sicilie vide risiedere sul trono ancora Ferdinando, che divenne Ferdinando I (non più III di Sicilia o IV di Napoli) per rimarcare la discontinuità rispetto al passato prossimo. Sul piano amministrativo, tanto le secolari libertà garantite dal Parlamento, quanto quelle nuove sancite dalla Costituzione del 1812 vennero meno e la Sicilia divenne periferia dell’assolutismo napoletano.

    In primo luogo, niente più re (o viceré) a capo dell’isola, che venne governata per mezzo della Luogotenenza. Ma i luogotenenti erano essenzialmente funzionari degli interni, poliziotti, non esponenti della casa reale¹. È nel segno del controllo poliziesco che furono riorganizzate le cariche amministrative: le autonomie municipali furono sciolte e i Comuni assegnati a funzionari di polizia nominati da Napoli. I distretti vennero sciolti e sostituiti da sette Intendenze per accentrare il controllo territoriale.

    Dal ‘16 in poi non furono più coniate monete siciliane, il sistema di imposte fu riorganizzato e appesantito, seppur non al punto da ridurre la popolazione alla fame. Si tentò anche di estendere l’obbligo di leva alla Sicilia, ma la renitenza della popolazione era talmente diffusa da costringere il governo a fare marcia indietro. Ad essere particolarmente danneggiata dal nuovo quadro politico fu Palermo. Non più capitale, perse terreno sia sul piano simbolico che su quello materiale, dovendo cedere uffici e risorse a Napoli e agli altri grandi centri siciliani eretti a sede delle Intendenze.

    L’inedita e repentina subordinazione imposta all’isola scatenò il malcontento di molti, afferenti ai più disparati ceti sociali, come sarà evidente nel ‘20 ma soprattutto nel ‘48.
    Va in questa direzione un libro fatto circolare clandestinamente da Niccolò Palmeri, esponente dell’aristocrazia termitana, già membro della fazione costituzionalista nel ‘12. Egli definì il rivolgimento del 1816 un «atto d’assoluto, arbitrario potere»: di un «non plus ultra della violenza e dell’usurpazione» che «senza il consenso de’ sudditi», aveva annichilito «uno de’ più antichi troni d’Europa» e cancellato i siciliani «dal rango delle nazioni» ².

    Napoli, consapevole che il nazionalismo siciliano non sarebbe stato smantellato da un giorno all’altro, tentò di portare avanti un progetto di modernizzazione tenendo insieme riforme economiche e amministrative con l’assolutismo politico. Fatto peraltro niente affatto inusuale nel corso del XIX secolo. La repressione in Sicilia in quegli anni fu feroce, anche sul piano culturale. In primo luogo, in ambito cartografico e amministrativo, l’isola venne rinominata Reali domini al di là del Faro³. Ingegnosa perifrasi per indicare la Sicilia, evidentemente divenuta innominabile. Va messo in conto anche l’utilizzo di una retorica marcatamente paternalistica da parte dell’élite napoletana, fattasi carico del governo dell’isola in quanto incapace di far da sé.

    Si prenda l’esempio di Calà Ulloa, esponente dell’aristocrazia borbonica, trasferitosi in Sicilia nel ‘38 con la carica di procuratore generale presso la Gran Corte criminale di Trapani. Il suo punto di vista fu espresso in due relazioni indirizzate al ministero della Giustizia a Napoli, pubblicate poi da Ernesto Pontieri. In uno scritto descrive l’economia isolana come un disastro, puntando il dito in particolar modo contro lo strapotere feudale, ritenendo che la riforma nell’isola fosse stata portata avanti «con debolezza tale che confinava colla frode e la derisione». Inveisce pesantemente su Palermo, epicentro del nazionalismo siciliano, in quanto a suo dire si trattava di una «città feudale nel secolo XIX nella quale vivono 40mila proletarii, la cui sussistenza dipende dal caso o dal capriccio de’ grandi» ⁴.

    Il paternalismo mostrato dalla classe dirigente napoletana in Sicilia non passò inosservato. Si prenda ad esempio quanto scritto dal marchese di Torrearsa, Vincenzo Fardella. Egli si dimostrò fortemente critico verso il provvedimento sulla promiscuità degli uffici varato nel ‘37, con il quale si permise l’accesso alle cariche pubbliche in Sicilia ai funzionari provenienti dal continente e viceversa. «A suo dire, questa commistione non faceva altro che evidenziare l’alterità tra le due parti: i funzionari Napoletani venivano nell’isola come in un paese poco civile, o almeno assai al di sotto, per ogni verso, delle province continentali, e quindi anche non volendo, urtavano il sentimento patrio dei più» ⁵.

    Narrazione di certo non estranea ai siciliani, che avrebbero avuto modo di conoscere molto più approfonditamente dal 1861in poi.

    Note:

    ¹Costa Massimo, Storia di una Nazione. Politica e istituzioni siciliane nei secoli, Rise&Press, Messina, marzo 2024, p. 364;

    ²N. Palmeri, Saggio storico e politico sulla Costituzione del Regno di Sicilia infino al 1816, con un’appendice sulla rivoluzione del 1820, con una introduzione ed annotazioni di M. Amari, S. Bonamici e compagni, Losanna 1847, pp. 296-7;

    ³Costa Massimo, Storia di una Nazione. Politica e istituzioni siciliane nei secoli, Rise&Press, Messina, marzo 2024, p. 369;

    ⁴Lupo Salvatore, Rivoluzione Meridionale (1816-1926). Narrazioni e memorie, Donzelli, Roma, 2026, p. 65;

    ⁵Fardella Vincenzo, Ricordi su la rivoluzione siciliana degli anni 1848 e 1849, Sellero, Palermo, 1988, p. 41.

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