Dallo scorso aprile, la nostra isola è stata teatro di scioperi generali da parte di due categorie di primo piano nel tessuto economico siciliano: i pescatori e gli autotrasportatori. La miccia che ha innescato la mobilitazione è l’impennata dei costi energetici dovuti alla guerra in Iran e al conseguente blocco dello stretto di Hormuz. Se le ripercussioni per i comuni cittadini non sono di poco conto, l’incremento del prezzo del gasolio per due filiere così energivore rischia di essere fatale.
Ad aprire le danze è stato il Comitato trasportatori siciliani, annunciando uno sciopero di 5 giorni a partire dal 14 aprile, che sarebbe dovuto terminare il 18 dello stesso mese.
Questa volta, l’annuncio della sospensione delle attività non ha previsto blocchi o presidi fisici dei camionisti, bensì il mancato rifornimento della grande distribuzione alimentare «fino a che non avremo impegni scritti dal Governo». Stando alle dichiarazioni del Comitato, l’adesione avrebbe raggiunto un picco del 90%, evidenziando un malcontento diffuso, alimentato dall’aumento costante dei costi operativi negli ultimi anni, in particolare quelli legati al carburante. Il rischio di un blocco della distribuzione e, dunque, la minaccia di rendere i supermercati vuoti nelle principali città dell’isola, da Palermo a Catania fino a Messina ha fatto temere il peggio.
Alla protesta si sono uniti anche pescatori e armatori siciliani, anch’essi duramente colpiti dall’aumento del costo del gasolio: già mercoledì 15 aprile, la Federazione Armatori Siciliani (FAS) ha comunicato l’adesione allo sciopero.
Cinque giorni dopo, il presidente della FAS ha redatto una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sollecitando la necessità di una convocazione tempestiva degli Stati Generali della Pesca e di un impegno formalizzato dal Governo verso i loro interessi. All’interno della lettera la Federazione ha ribadito l’esigenza di «introdurre un tetto massimo al prezzo del carburante compreso tra 0,40 e 0,50 euro al litro e, nei casi straordinari assimilabili a condizioni di economia di guerra, la previsione di un limite massimo non superiore a 0,60-0,70 euro al litro per il diesel defiscalizzato destinato alla pesca». Insieme alla proposta, la Federazione ha avanzato la possibilità di attuare un blocco all’interno dello Stretto di Messina o, addirittura, di far viaggiare le barche sotto bandiera maltese o tunisina.
Con l’annuncio dello sciopero, tanto il governo regionale quanto quello centrale hanno volto l’attenzione alla minaccia del blocco delle merci e al rischio scaffali vuoti. Già il primo giorno di sciopero, il governo Schifani ha annunciato l’inizio dei lavori per un emendamento da 25 milioni di euro, volto a calmierare gli effetti dell’aumento dei costi dei carburanti, sia per i comparti dell’agricoltura e della pesca, sia per i tir promotori dello sciopero.
Allo stesso modo, il 17 aprile – alla viglia della conclusione dello sciopero – il Comitato siciliano è stato convocato a Roma, presso il Ministero delle infrastrutture e dei Trasporti, con appuntamento al venerdì seguente. Dall’incontro, il MIT ha accolto le richieste del Comitato sbloccando i fondi legati al programma Sea Modal Shift – che verrà gestito in deroga alla normativa europea sugli aiuti di Stato – e la garanzia che i pagamenti arretrati saranno erogati entro un mese.
Un esito che ha contribuito a chiudere la mobilitazione, accompagnato anche dallo stanziamento regionale di 25 milioni di euro a sostegno dei settori più colpiti. Per il settore della pesca, invece, il primo segnale di apertura è arrivato il 28 aprile, con la convocazione della Fas nella sede di Catania dell’Assemblea Regionale Siciliana, e il successivo invito da parte del Governo nazionale, fissato per il 30 maggio, a discutere delle criticità e delle soluzioni richieste.
Alla luce di quanto successo, emergono con chiarezza almeno due aspetti importanti. La Sicilia, spesso raccontata come un luogo marginale, si conferma nodo strategico nelle dinamiche internazionali che coinvolgono l’Italia. I lavoratori della logistica hanno il potenziale di mettere in scacco le vie commerciali su scala nazionale, rendendosi protagonisti di proteste in grado di allargarsi a macchia d’olio anche sul Continente.
L’esito della mobilitazione, in ultimo, dimostra l’efficacia della protesta che ha portato a stanziamenti regionali, allo sblocco dei fondi e a una maggiore visibilità del ruolo e del peso di queste categorie, mostratesi capaci di alzare la testa e non rimanere in silenzio di fronte ad una crisi tale da mettere a rischio il lavoro e il futuro di tante famiglie siciliane.




