• «Sulla Sicilia decide Roma»: l’approccio coloniale delle segreterie romane in tempi di elezioni

    «Sulla Sicilia decide Roma»: l’approccio coloniale delle segreterie romane in tempi di elezioni

    Le recenti dichiarazioni di Totò Cardinale, uomo politico di lungo corso, sono passate fin troppo inosservate. Incalzato dai giornalisti sul futuro della presidenza della Regione Siciliana, ha affermato schiettamente che sarà Roma a scegliere il candidato Presidente. Non di certo una novità. Ma la disinvoltura espressa dall’ex Ministro è sintomatica del rapporto di potere distorto tra governo centrale e Regione Siciliana, oltre che della penuria di una classe dirigente pienamente siciliana.
     
    Un modus operandi consolidato
     
    Tagliando corto, l’intenzione non è quella di puntare i riflettori esclusivamente sull’uscita decisamente poco felice di Cardinale, in quanto espressione a valle di un problema insito a monte nella logica di equilibrio di potenza perseguita dai partiti italiani. Ossia che, a decidere sulla nomina delle figure apicali a tutti i livelli della pubblica amministrazione siciliana, non debbano essere i cittadini chiamati al voto, bensì una ristretta cerchia di uomini politici distanti geograficamente – e non solo – dall’isola.
     
    L’idea che la Regione Siciliana, come d’altronde i comuni, possano essere assegnati a questo o a quell’altro figurante sulla base degli umori, dei capricci e dei rapporti di forza vigenti tra i partiti italiani è semplicemente sbagliata, prodotto di una visione coloniale del rapporto tra potere centrale e sua irradiazione nel locale.
     
    Una logica che, volendo viaggiare con la memoria e la fantasia, risulta pericolosamente vicina a quella che, in un’altra epoca e in un altro mondo, mise la Sicilia nelle mani di Verre, ma senza alcun Cicerone all’orizzonte pronto a difendere l’interesse dei siciliani. Passano i secoli, gli imperi nascono e muoiono, ma dalle nostre latitudini l’Italia appare la stessa Domina Provinciarum dei tempi che furono.
     
    Partiti siciliani cercasi


    Aggiungiamo tre elementi nel calderone, accomunati dalla stessa matrice citata poc’anzi: ovvero l’assenza di una classe dirigente siciliana cresciuta in loco e incastonata nel territorio.
    In ordine, l’assegnazione di incarichi di rilievo a chi l’isola l’ha vista poco e la conosce anche meno; la subalternità delle emanazioni locali dei partiti italiani rispetto alle segreterie romane; il concepire la nostra terra come un bacino elettorale per chi poi, una volta ottenuto un incarico di governo, in Sicilia non ci metterà più piede e non ne rappresenterà gli interessi.
     
    Prendiamo in esame un caso utile a riassumere tutti e tre i punti, che sarebbe anche dilettevole se non fosse tragicomico. Chi si ricorda di Marta Fascina? Ultima compagna di vita dell’ormai scomparso Silvio Berlusconi, venne eletta al Parlamento italiano nel 2022 con Forza Italia nel – blindatissimo – collegio uninominale di Marsala. Lei, che alla Sicilia è davvero legata perché, e qui citiamo, «ci andavo in vacanza da piccola»; nei quattro anni successivi non si è fatta più vedere nel trapanese, né ha mosso un dito a Roma nell’interesse di chi l’ha messa sullo scranno. Il suo contributo per la città è stato tale da farsi assegnare dai marsalesi l’appellativo di Lady chi l’ha vista.
     
    Tornando a cose più o meno serie, la stessa nomina di Schifani, al di là delle valutazioni politiche sul suo operato in questi quattro anni, è stata calata dall’alto e dall’esterno, come si prospetta essere quella dei prossimi candidanti parimenti a destra e a sinistra.
     
    Ci teniamo a ribadirlo, non è un cruccio pro forma, è un fatto strutturale. In questi 165 anni di infelice convivenza tra Sicilia e Italia, i leader impiantati a forza nell’isola dall’esterno, quando hanno dovuto scegliere se far valere le prerogative dell’isola, hanno fatto orecchie da mercante in barba alle proprie responsabilità e al popolo che rappresentano. Ed è quasi inevitabile che sia così: se vieni messo al potere dalle segreterie romane, è a loro che rispondi.
    Le poche eccezioni alla regola si ritrovano nelle figure apicali espresse dalle forze politiche siciliane. Non a caso, gli uomini di governo prodotti dal nostro vivaio, quando hanno agito guardando prima ai bisogni della Sicilia che a quelli del Nord Italia, sono stati tirati per le orecchie se non del tutto epurati.
     
    Impazza il toto nomi, ma i programmi?
     
    10, 100, 1000 candidati alla presidenza della Regione Siciliana. Le correnti dei partiti si dividono e riconvergono in un ciclo infinito. Alleanze e piazzamenti studiati a tavolino per non perdere neanche un voto in maniera così certosina che non ci sorprenderemmo di trovare tecnici della Nasa assunti ad hoc nelle stanze del potere per fare i conti. Con un occhio sempre rivolto alle variazioni infinitesimali nei sondaggi elettorali della settimana, perché se questo o quell’altro partito perde o guadagna lo 0,01% bisogna risedersi nuovamente attorno a un tavolo per ridiscutere gli incarichi comune per comune.
     
    Sia mai che si parli di politica industriale, di tutela dell’agricoltura, di contrasto allo spopolamento o di qualsivoglia prospettiva per il futuro della Sicilia che vada oltre la prossima scadenza elettorale. Sembra che le segreterie romane, infaticabili nello stabilire come spartirsi il bottino, non siano interessate ad elaborare alcuna visione di lungo corso per l’isola. La disgrazia è che non si tratta di un’impressione, è esattamente così.
     
    Come uscire dall’impasse, dunque? Intanto, ci auguriamo che i siciliani, nel segreto dell’urna elettorale, si ricordino di votare i nostri partiti, quelli siciliani con la sede piantata in Sicilia, che godono del vantaggio di non dover chiamare Palazzo Chigi per qualsiasi decisione da prendere.

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