TRINACRIA

Tunisia: l’emergenza rifiuti è solo la punta dell’iceberg

Scontri ad Agareb, un morto nella notte

Strade invase da spazzatura, cattivi odori e aria malsana: l’emergenza rifiuti in Tunisia è il campanello d’allarme della crisi ambientale del paese, che va avanti da più di un anno e che ora si trova al culmine dell’emergenza. Una crisi che è solo la punta dell’iceberg delle problematiche di tipo economico, politico e sociale che vive il paese.

 

Cos’è successo?

Nella notte tra l’8 e il 9 novembre, gli abitanti di Agareb, parte del governatorato di Sfax, sono scesi in strada per protestare contro la decisione del Ministero dell’Ambiente di riaprire la discarica di rifiuti della città. La chiusura della discarica, a soli 20 Km da Sfax, era dovuta alle lamentale dei residenti riguardo l’inquinamento, il pericolo di diffusione delle malattie e l’emergenza ambientale.

Dopo la chiusura, l’agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti (ANGED) ha creato delle discariche momentanee vicino alle città, che altro non erano che cumuli di immondizia concentrati, di cui solo una minima parte viene riciclata. Per oltre un mese, a Sfax - seconda maggiore città della Tunisia - tonnellate di rifiuti domestici fiancheggiavano strade, mercati e persino ospedali. Dopo quaranta giorni, il governo ha deciso il trasferimento dei rifiuti dal capoluogo ad Agareb, centro abitato di minore importanza e fuori dalle rotte turistiche.
Nella serata di lunedì 8 novembre, il Ministero dell’Ambiente ha dunque annunciato la riapertura della discarica di Agareb, nonostante il divieto posto da una decisione giudiziaria emessa sul caso nel 2019. Così, quando gli operatori hanno iniziato a raccogliere i rifiuti per trasportarli ad Agareb, centinaia di giovani si sono riuniti nella città, protestando contro la decisione e scontrandosi con le forze dell’ordine.
 
È qui che la polizia tunisina ha sparato gas lacrimogeni cercando di sedare la protesta. Diversi testimoni hanno visto morire un giovane dopo essere stato colpito da un candelotto lacrimogeno arrivato dentro la sua abitazione. Dopo l’accaduto, la città è in lutto: i manifestanti e la famiglia rivendicano l’uccisione, mentre le forze smentiscono la notizia dicendo che il giovane è deceduto per motivi di salute.

 

Il problema dei rifiuti dall’estero

La questione dei rifiuti in Tunisia non riguarda però solo il paese nordafricano e la propria spazzatura, ma coinvolge anche altri Stati. Dall’Italia, nel 2020, dal porto di Salerno sono partiti 282 container di rifiuti classificati col codice 19.12.12 (altri rifiuti, compresi materiali misti). Le 7900 tonnellate, che qui non potevano essere smaltite in modo appropriato, sono così state scaricate in Tunisia. I rifiuti si trovano tutt’ora nel paese, che non riesce a smaltire la propria immondizia e riceve in più quella degli altri.
La spedizione è stata tutt’altro che regolare, violando la convenzione Basilea del 1992, che regola i movimenti transfrontalieri, e la Convenzione di Bamako, in vigore dal 1998, che vieta l’importazione di qualsiasi rifiuto pericoloso, sottoscritta da dodici nazioni africane. I trattati sono riconosciuti a livello nazionale e internazionale, ma sono passati inosservati in nome di altri accordi e di altre priorità.
In più l’agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti ha difficoltà legate allo smaltimento: questi vengono raccolti e buttati in discarica senza essere trattati.

 

Gli interessi del governo contro quelli dei cittadini

Già nel 2019 il Ministero dell’Ambiente aveva promesso alcune misure che miravano a un buon riciclaggio dei rifiuti, all’estrazione e al trattamento dei gas oltre a quello degli insetti e dei cattivi odori. Promesse mai mantenute e dimenticate.

Dal 25 luglio di quest’anno si è insediato un nuovo presidente, Kais Saied, che ha licenziato il governo precedente e annunciato la sospensione delle attività del parlamento. Dopo due mesi e mezzo di stallo la nuova squadra di governo è stata presentata e, finora, l’unica azione svolta è stata quella di sedare la protesta dei manifestanti in seguito alla dichiarazione di riapertura della discarica, ignorando così non solo il malcontento dei cittadini ma anche la conservazione delle città a livello ambientale.

Ma la malagestione dei rifiuti, come dicevamo, non è solo legata alle discariche. Se già la situazione interna è emergenziale, l’apporto dei rifiuti degli altri paesi aggrava ulteriormente la situazione. Di mezzo ci sono, infatti, gli interessi economici che si celano dietro il conferimento di rifiuti non smaltibili dai paesi europei a quelli africani, utilizzati come la pattumiera del mondo occidentale.
Gli scontri avvenuti durante la scorsa notte sono la manifestazione dei disagi che vive la popolazione, dovuti non solo alla mancata gestione dei rifiuti. Ma i tunisini non sembrano intenzionati a restare inermi davanti alla totale assenza di riguardo da parte del governo nei confronti dei loro bisogni.

Tunisia: l’emergenza rifiuti è solo la punta dell’iceberg

Scontri ad Agareb, un morto nella notte

Strade invase da spazzatura, cattivi odori e aria malsana: l’emergenza rifiuti in Tunisia è il campanello d’allarme della crisi ambientale del paese, che va avanti da più di un anno e che ora si trova al culmine dell’emergenza. Una crisi che è solo la punta dell’iceberg delle problematiche di tipo economico, politico e sociale che vive il paese.

 

Cos’è successo?

Nella notte tra l’8 e il 9 novembre, gli abitanti di Agareb, parte del governatorato di Sfax, sono scesi in strada per protestare contro la decisione del Ministero dell’Ambiente di riaprire la discarica di rifiuti della città. La chiusura della discarica, a soli 20 Km da Sfax, era dovuta alle lamentale dei residenti riguardo l’inquinamento, il pericolo di diffusione delle malattie e l’emergenza ambientale.

Dopo la chiusura, l’agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti (ANGED) ha creato delle discariche momentanee vicino alle città, che altro non erano che cumuli di immondizia concentrati, di cui solo una minima parte viene riciclata. Per oltre un mese, a Sfax - seconda maggiore città della Tunisia - tonnellate di rifiuti domestici fiancheggiavano strade, mercati e persino ospedali. Dopo quaranta giorni, il governo ha deciso il trasferimento dei rifiuti dal capoluogo ad Agareb, centro abitato di minore importanza e fuori dalle rotte turistiche.
Nella serata di lunedì 8 novembre, il Ministero dell’Ambiente ha dunque annunciato la riapertura della discarica di Agareb, nonostante il divieto posto da una decisione giudiziaria emessa sul caso nel 2019. Così, quando gli operatori hanno iniziato a raccogliere i rifiuti per trasportarli ad Agareb, centinaia di giovani si sono riuniti nella città, protestando contro la decisione e scontrandosi con le forze dell’ordine.
 
È qui che la polizia tunisina ha sparato gas lacrimogeni cercando di sedare la protesta. Diversi testimoni hanno visto morire un giovane dopo essere stato colpito da un candelotto lacrimogeno arrivato dentro la sua abitazione. Dopo l’accaduto, la città è in lutto: i manifestanti e la famiglia rivendicano l’uccisione, mentre le forze smentiscono la notizia dicendo che il giovane è deceduto per motivi di salute.

 

Il problema dei rifiuti dall’estero

La questione dei rifiuti in Tunisia non riguarda però solo il paese nordafricano e la propria spazzatura, ma coinvolge anche altri Stati. Dall’Italia, nel 2020, dal porto di Salerno sono partiti 282 container di rifiuti classificati col codice 19.12.12 (altri rifiuti, compresi materiali misti). Le 7900 tonnellate, che qui non potevano essere smaltite in modo appropriato, sono così state scaricate in Tunisia. I rifiuti si trovano tutt’ora nel paese, che non riesce a smaltire la propria immondizia e riceve in più quella degli altri.
La spedizione è stata tutt’altro che regolare, violando la convenzione Basilea del 1992, che regola i movimenti transfrontalieri, e la Convenzione di Bamako, in vigore dal 1998, che vieta l’importazione di qualsiasi rifiuto pericoloso, sottoscritta da dodici nazioni africane. I trattati sono riconosciuti a livello nazionale e internazionale, ma sono passati inosservati in nome di altri accordi e di altre priorità.
In più l’agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti ha difficoltà legate allo smaltimento: questi vengono raccolti e buttati in discarica senza essere trattati.

 

Gli interessi del governo contro quelli dei cittadini

Già nel 2019 il Ministero dell’Ambiente aveva promesso alcune misure che miravano a un buon riciclaggio dei rifiuti, all’estrazione e al trattamento dei gas oltre a quello degli insetti e dei cattivi odori. Promesse mai mantenute e dimenticate.

Dal 25 luglio di quest’anno si è insediato un nuovo presidente, Kais Saied, che ha licenziato il governo precedente e annunciato la sospensione delle attività del parlamento. Dopo due mesi e mezzo di stallo la nuova squadra di governo è stata presentata e, finora, l’unica azione svolta è stata quella di sedare la protesta dei manifestanti in seguito alla dichiarazione di riapertura della discarica, ignorando così non solo il malcontento dei cittadini ma anche la conservazione delle città a livello ambientale.

Ma la malagestione dei rifiuti, come dicevamo, non è solo legata alle discariche. Se già la situazione interna è emergenziale, l’apporto dei rifiuti degli altri paesi aggrava ulteriormente la situazione. Di mezzo ci sono, infatti, gli interessi economici che si celano dietro il conferimento di rifiuti non smaltibili dai paesi europei a quelli africani, utilizzati come la pattumiera del mondo occidentale.
Gli scontri avvenuti durante la scorsa notte sono la manifestazione dei disagi che vive la popolazione, dovuti non solo alla mancata gestione dei rifiuti. Ma i tunisini non sembrano intenzionati a restare inermi davanti alla totale assenza di riguardo da parte del governo nei confronti dei loro bisogni.

Tunisia: l’emergenza rifiuti è solo la punta dell’iceberg

Scontri ad Agareb, un morto nella notte

Strade invase da spazzatura, cattivi odori e aria malsana: l’emergenza rifiuti in Tunisia è il campanello d’allarme della crisi ambientale del paese, che va avanti da più di un anno e che ora si trova al culmine dell’emergenza. Una crisi che è solo la punta dell’iceberg delle problematiche di tipo economico, politico e sociale che vive il paese.

 

Cos’è successo?

Nella notte tra l’8 e il 9 novembre, gli abitanti di Agareb, parte del governatorato di Sfax, sono scesi in strada per protestare contro la decisione del Ministero dell’Ambiente di riaprire la discarica di rifiuti della città. La chiusura della discarica, a soli 20 Km da Sfax, era dovuta alle lamentale dei residenti riguardo l’inquinamento, il pericolo di diffusione delle malattie e l’emergenza ambientale.

Dopo la chiusura, l’agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti (ANGED) ha creato delle discariche momentanee vicino alle città, che altro non erano che cumuli di immondizia concentrati, di cui solo una minima parte viene riciclata. Per oltre un mese, a Sfax - seconda maggiore città della Tunisia - tonnellate di rifiuti domestici fiancheggiavano strade, mercati e persino ospedali. Dopo quaranta giorni, il governo ha deciso il trasferimento dei rifiuti dal capoluogo ad Agareb, centro abitato di minore importanza e fuori dalle rotte turistiche.
Nella serata di lunedì 8 novembre, il Ministero dell’Ambiente ha dunque annunciato la riapertura della discarica di Agareb, nonostante il divieto posto da una decisione giudiziaria emessa sul caso nel 2019. Così, quando gli operatori hanno iniziato a raccogliere i rifiuti per trasportarli ad Agareb, centinaia di giovani si sono riuniti nella città, protestando contro la decisione e scontrandosi con le forze dell’ordine.
 
È qui che la polizia tunisina ha sparato gas lacrimogeni cercando di sedare la protesta. Diversi testimoni hanno visto morire un giovane dopo essere stato colpito da un candelotto lacrimogeno arrivato dentro la sua abitazione. Dopo l’accaduto, la città è in lutto: i manifestanti e la famiglia rivendicano l’uccisione, mentre le forze smentiscono la notizia dicendo che il giovane è deceduto per motivi di salute.

 

Il problema dei rifiuti dall’estero

La questione dei rifiuti in Tunisia non riguarda però solo il paese nordafricano e la propria spazzatura, ma coinvolge anche altri Stati. Dall’Italia, nel 2020, dal porto di Salerno sono partiti 282 container di rifiuti classificati col codice 19.12.12 (altri rifiuti, compresi materiali misti). Le 7900 tonnellate, che qui non potevano essere smaltite in modo appropriato, sono così state scaricate in Tunisia. I rifiuti si trovano tutt’ora nel paese, che non riesce a smaltire la propria immondizia e riceve in più quella degli altri.
La spedizione è stata tutt’altro che regolare, violando la convenzione Basilea del 1992, che regola i movimenti transfrontalieri, e la Convenzione di Bamako, in vigore dal 1998, che vieta l’importazione di qualsiasi rifiuto pericoloso, sottoscritta da dodici nazioni africane. I trattati sono riconosciuti a livello nazionale e internazionale, ma sono passati inosservati in nome di altri accordi e di altre priorità.
In più l’agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti ha difficoltà legate allo smaltimento: questi vengono raccolti e buttati in discarica senza essere trattati.

 

Gli interessi del governo contro quelli dei cittadini

Già nel 2019 il Ministero dell’Ambiente aveva promesso alcune misure che miravano a un buon riciclaggio dei rifiuti, all’estrazione e al trattamento dei gas oltre a quello degli insetti e dei cattivi odori. Promesse mai mantenute e dimenticate.

Dal 25 luglio di quest’anno si è insediato un nuovo presidente, Kais Saied, che ha licenziato il governo precedente e annunciato la sospensione delle attività del parlamento. Dopo due mesi e mezzo di stallo la nuova squadra di governo è stata presentata e, finora, l’unica azione svolta è stata quella di sedare la protesta dei manifestanti in seguito alla dichiarazione di riapertura della discarica, ignorando così non solo il malcontento dei cittadini ma anche la conservazione delle città a livello ambientale.

Ma la malagestione dei rifiuti, come dicevamo, non è solo legata alle discariche. Se già la situazione interna è emergenziale, l’apporto dei rifiuti degli altri paesi aggrava ulteriormente la situazione. Di mezzo ci sono, infatti, gli interessi economici che si celano dietro il conferimento di rifiuti non smaltibili dai paesi europei a quelli africani, utilizzati come la pattumiera del mondo occidentale.
Gli scontri avvenuti durante la scorsa notte sono la manifestazione dei disagi che vive la popolazione, dovuti non solo alla mancata gestione dei rifiuti. Ma i tunisini non sembrano intenzionati a restare inermi davanti alla totale assenza di riguardo da parte del governo nei confronti dei loro bisogni.