TRINACRIA

Per un forum europeo delle indipendenze - Percorsi di indipendenza in Europa

Pubblichiamo l’intervento di Tiziana Albanese di Trinacria, alla conferenza internazionale “Percorsi di Indipendenza in Europa” svoltasi il 30 marzo presso L’Assemblea Regionale Siciliana.
Grazie a tutti per gli interventi e grazie anche a chi è qui per ascoltare. 
 
Intervengo come portavoce di Trinacria, ma con il compito di rappresentare la Sicilia in questo momento di confronto tra realtà indipendentiste d’Europa. Specifico già da ora che col termine Europa mi riferisco allo spazio geografico segnato come continente e non all’istituzione politico-economica dell’Unione Europea. Tutte le volte che nominerò l’Europa nel mio intervento, fatta eccezione per alcuni casi che mi premurerò di specificare, avrà l’accezione geografica. 
 

Perché organizzare la conferenza?

Perché invitare catalani, scozzesi, baschi, corsi, sardi e altre delegazioni che per difficoltà del momento non sono potute venire, ma che hanno mostrato il desiderio di confrontarsi con noi? Perché all’interno della cornice di iniziative del Vespro 2022? 
 
C’è un’attenzione da parte di noi indipendentisti siciliani di Trinacria rispetto a quanto avviene all’interno degli Stati Nazione europei, soprattutto perché l’indipentismo siciliano sta vivendo un periodo di ripresa e rilancio, dopo decenni di crisi in cui abbiamo vissuto le conseguenze della fine della lotta di liberazione post seconda guerra mondiale, conclusasi con la concessione dell’autonomia e dello statuto, pensato già allora come compromesso per mettere fine alle mire separatiste e includere a pieno titolo la Sicilia nell’Italia. Qui la concessione dello Statuto, a differenza di quanto avvenuto da altre parti - penso ad esempio alla Scozia - con il suo non essere mai stato applicato di fatto, non ha significato la sperimentazione per i siciliani di come si stia meglio con più autonomia e dunque una spinta al movimento indipendentista, ma ne ha segnato anzi la morte. 
 
Nell’ultimo decennio, forse proprio a causa della crisi permanete di sistema in cui viviamo, che assume ora il volto della crisi climatica, ora quello della crisi economia e sociale, ora di quella sanitaria - a fasi alterne, senza mai essere superate del tutto - con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita del popolo siciliano, stiamo vivendo e ci stiamo facendo carico di una fase di ricostruzione del movimento di liberazione siciliano e sentiamo dunque la necessità di guardare fuori da noi e non troppo lontano. Guardiamo allora ai percorsi di indipendenza che attraversano l’Europa di oggi e che ci sembrano gli unici in grado di produrre movimenti popolari di massa e che stanno mettendo in discussione, aprendo una partita in cui la possibilità di vittoria è reale, gli assetti economici, politici (anche istituzionali) vigenti. 
 
Cosa c’entra il Vespro è la seconda questione. 740 fa i siciliani cacciavano i dominatori del momento: gli angioini. Una lotta di liberazione dal dominio coloniale e la sperimentazione di nuove forme istituzionali di governo: questi due elementi credo debbano fare da cardine a chi sceglie di lottare oggi per un processo di liberazione in Sicilia e la loro praticabilità mi sembra dimostrata proprio da quei percorsi di indipendenza che stanno sconvolgendo oggi, e non nel 1282, l’Europa.  
 

La Sicilia di oggi

La Sicilia che deve liberarsi oggi è una Sicilia che rientra a pieno titolo tra le «aree sottoutilizzate» dell’Unione Europea – quei territori con una percentuale di Pil inferiore al 75% della media. Scarsi livelli di alfabetizzazione e scolarizzazione, tassi di occupazione tra i più bassi d’Europa e livelli di povertà tra i più alti compongono il quadro della regione più economicamente depressa d’Europa. 
 
Siamo la Sicilia dell’emigrazione di massa: la popolazione residente in Sicilia tra mortalità ed emigrazione nell’ultimo diminuita è diminuita di circa 30mila unità. E non rientrano nel calcolo tutti quei siciliani che si trasferiscono al Nord o all’estero, ma non spostano la residenza. 
 
Siamo la Sicilia in cui storicamente e oggi più che mai non si finanziano i servizi – strade, scuole, ospedali; ma si finanziano progetti morte, le cosiddette cattedrali nel deserto. Mi riferiscono ad Agusta-Melilli-Priolo, Milazzo, Gela, con i loro poli industriali e petrolchimici, costruiti con la promessa di sviluppo e il ricatto occupazionale. Con gli anni non sarà neanche più possibile ripeterci il mantra «meglio morire di cancro che di fame»: il numero di posti di lavoro necessari, tra diretto e indotto, per mantenere le strutture, diminuirà di anno in anno, mentre i tassi di malattie legate all’inquinamento cresceranno vertiginosamente.
 
Finito il tempo delle fonti fossili, il nuovo petrolio della Sicilia sono diventati i terreni espropriabili da utilizzare come grandi campi di produzione di energia rinnovabile da esportare in altri territori – sacrificando la fertilità del suolo e la sua biodiversità. 
 
Per l’agricoltura, che pur è riuscita a ritagliarsi uno spazio nell’ambito della produzione di qualità, la concorrenza spietata – in assenza di tutele – della grande distribuzione ha impoverito il settore che un tempo era trainante.
 
Il turismo, la grande promessa fatta dall’Italia e dall’Unione Europea per la Sicilia nel Ventunesimo secolo, è invece riuscito a conquistarsi spazio producendo occupazione scarsamente qualificata, lavoro precario, un incremento significativo dei contratti a tempo determinato, l’uso indiscriminato di contratti part-time e di stage e tirocini. Senza entrare nel merito delle trasformazioni culturali, sociali ed economiche che il turismo produce nelle nostre città. 
 

Liberarsi dalla schiavitù militare

Un ambito che va fortissimo è invece quello militare, su questo si investe tantissimo e molti dei flussi coinvolgono proprio la Sicilia. Non posso non fare riferimento al conflitto in Ucraina.
 
Tutto l’Est Europa è in fibrillazione, come conseguenza del fatto che tutti gli assetti che si sono dati nella ricostruzione post seconda guerra mondiale sono saltati. Non esiste più un mondo diviso in due con il blocco americano da un lato e quello russo dall’altro; non esiste più simbolicamente da quando è caduto il muro di Berlino. Il quadro geopolitico si è complicato e oggi è segnato dal declino degli Stati Uniti, dall’ascesa della Cina, dal mercato del lavoro completamente modificato e globalizzato, dalle spinte di protagonismo di altre superpotenze che con ogni probabilità si affermeranno da qui ai prossimi anni, vedi l’India. C’è un mondo nuovo, con nuovi attori in campo, che produce nuovi e sempre più diffusi conflitti. Tra questi attori c’è l’Europa, composta da diversi Stati-Nazione sottoposti a servitù militare dagli Stati Uniti e dalla Nato. Il ruolo dell’Europa nei conflitti, dalla seconda guerra mondiale in poi, è stato quello di avamposto militare americano, terreno di conflitto per avvicinarsi e sfidare i confini delle potenze dell’Est. 

L’avvento della globalizzazione e la creazione di un mercato unico capitalistico mondiale ha significato il superamento della divisione bipolare, creando nuove dipendenze e nuovi rapporti; ha significato la fine del conflitto tra i due blocchi, ma l’esplosione di tante e diffuse fiammelle di guerra, anche dentro i confini degli Stati. 
 
Il blocco americano in Europa continua a esistere non perché domini completamente il mercato, rendendoci unicamente dipendenti da esso (per le fonti energetiche ad esempio dipendiamo dal blocco opposto: dalla Russia; per guidare i processi di digitalizzazione potremmo affidarci alla Cina) ma perché esistono le basi militari. Sono le basi militari Usa e della Nato che dichiarano l’Europa dalla parte degli Stati Uniti. Sono le spese militari di cui si fanno carico i governi, tra cui quello italiano, a sancire la nostra fedeltà a un blocco attraversato da una crisi interna e che sul mercato sta perdendo la sua egemonia. 
 
La Sicilia, insieme alla Sardegna, è la terra offerta dall’Italia. Qui si trovano 28 basi militari tra quelle di proprietà delle Nato e degli Usa, che ci rendono complici - nostro malgrado - di conflitti che non abbiamo scelto. Da Sigonella partono i droni per l’Ucraina, dal Muos si controllano i cieli in guerra. 
 
La questione della liberazione dalla dipendenza militare deve essere uno dei principali obiettivi di chi porta avanti processi di indipendenza. Ora, noi abbiamo due modi per liberarci dalla dipendenza militare statunitense: possiamo aspettare che l’Unione Europea scelga di svincolarsi dalla sudditanza agli Stati Uniti, ritagliandosi a sua volta il ruolo di nuova potenza militare a se stante nel mondo: ci sarebbe da aspettarsi allora lo smantellamento delle attuali basi, ma la sostituzione con quelle delle grandi potenze europee. Di certo, la nascita di nuovi conflitti. Oppure perseguire un’altra via, chiedendo la smilitarizzazione dei territori, la fine delle spese per il riarmo, e lottando per l’affermazione ovunque del diritto di autodeterminazione dei popoli. La Sicilia può avere un ruolo in questa direzione: siamo il centro del Mediterraneo, che oggi è in guerra, e quindi siamo al centro della guerra, ma che può diventare centro di nuove relazioni tra i popoli. 
 

Un forum europeo delle indipendenze

Quel che è certo è che nessuna migliore condizione economica per la Sicilia è possibile dentro lo Stato italiano. Nessun piano di investimenti, come si rivelò la Cassa per il Mezzogiorno e come si rivelerà il PNRR, servirà a rilanciare l’economia. Nessuna via scelta dal governo italiano ci condurrà fuori dalla guerra. Il sistema Italia si regge sul rapporto di interdipendenza tra le due aree del paese; solo fuoriuscendo dalla struttura economica dello Stato italiano la Sicilia potrà uscire dal sottosviluppo funzionale. L’indipendenza si presenta a noi come l’unica strada percorribile.
Un’indipendenza che non significhi isolamento, che costruisca nuove vie e nuove alleanze. Da qui la necessità del convegno di oggi. La nostra proposta è: rendere stabili questi incontri, fare un forum europeo delle indipendenze, con tutti quelli che sono qui e con quelli che non ci sono. Ogni tot di mesi ci si incontra, si discute, si prendono posizioni. Scambiare informazioni, notizie, lo stato dell'arte, le proposte: ogni vittoria dell'uno è una vittoria dell'altro, un passo avanti.

Per un forum europeo delle indipendenze - Percorsi di indipendenza in Europa

Pubblichiamo l’intervento di Tiziana Albanese di Trinacria, alla conferenza internazionale “Percorsi di Indipendenza in Europa” svoltasi il 30 marzo presso L’Assemblea Regionale Siciliana.
Grazie a tutti per gli interventi e grazie anche a chi è qui per ascoltare. 
 
Intervengo come portavoce di Trinacria, ma con il compito di rappresentare la Sicilia in questo momento di confronto tra realtà indipendentiste d’Europa. Specifico già da ora che col termine Europa mi riferisco allo spazio geografico segnato come continente e non all’istituzione politico-economica dell’Unione Europea. Tutte le volte che nominerò l’Europa nel mio intervento, fatta eccezione per alcuni casi che mi premurerò di specificare, avrà l’accezione geografica. 
 

Perché organizzare la conferenza?

Perché invitare catalani, scozzesi, baschi, corsi, sardi e altre delegazioni che per difficoltà del momento non sono potute venire, ma che hanno mostrato il desiderio di confrontarsi con noi? Perché all’interno della cornice di iniziative del Vespro 2022? 
 
C’è un’attenzione da parte di noi indipendentisti siciliani di Trinacria rispetto a quanto avviene all’interno degli Stati Nazione europei, soprattutto perché l’indipentismo siciliano sta vivendo un periodo di ripresa e rilancio, dopo decenni di crisi in cui abbiamo vissuto le conseguenze della fine della lotta di liberazione post seconda guerra mondiale, conclusasi con la concessione dell’autonomia e dello statuto, pensato già allora come compromesso per mettere fine alle mire separatiste e includere a pieno titolo la Sicilia nell’Italia. Qui la concessione dello Statuto, a differenza di quanto avvenuto da altre parti - penso ad esempio alla Scozia - con il suo non essere mai stato applicato di fatto, non ha significato la sperimentazione per i siciliani di come si stia meglio con più autonomia e dunque una spinta al movimento indipendentista, ma ne ha segnato anzi la morte. 
 
Nell’ultimo decennio, forse proprio a causa della crisi permanete di sistema in cui viviamo, che assume ora il volto della crisi climatica, ora quello della crisi economia e sociale, ora di quella sanitaria - a fasi alterne, senza mai essere superate del tutto - con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita del popolo siciliano, stiamo vivendo e ci stiamo facendo carico di una fase di ricostruzione del movimento di liberazione siciliano e sentiamo dunque la necessità di guardare fuori da noi e non troppo lontano. Guardiamo allora ai percorsi di indipendenza che attraversano l’Europa di oggi e che ci sembrano gli unici in grado di produrre movimenti popolari di massa e che stanno mettendo in discussione, aprendo una partita in cui la possibilità di vittoria è reale, gli assetti economici, politici (anche istituzionali) vigenti. 
 
Cosa c’entra il Vespro è la seconda questione. 740 fa i siciliani cacciavano i dominatori del momento: gli angioini. Una lotta di liberazione dal dominio coloniale e la sperimentazione di nuove forme istituzionali di governo: questi due elementi credo debbano fare da cardine a chi sceglie di lottare oggi per un processo di liberazione in Sicilia e la loro praticabilità mi sembra dimostrata proprio da quei percorsi di indipendenza che stanno sconvolgendo oggi, e non nel 1282, l’Europa.  
 

La Sicilia di oggi

La Sicilia che deve liberarsi oggi è una Sicilia che rientra a pieno titolo tra le «aree sottoutilizzate» dell’Unione Europea – quei territori con una percentuale di Pil inferiore al 75% della media. Scarsi livelli di alfabetizzazione e scolarizzazione, tassi di occupazione tra i più bassi d’Europa e livelli di povertà tra i più alti compongono il quadro della regione più economicamente depressa d’Europa. 
 
Siamo la Sicilia dell’emigrazione di massa: la popolazione residente in Sicilia tra mortalità ed emigrazione nell’ultimo diminuita è diminuita di circa 30mila unità. E non rientrano nel calcolo tutti quei siciliani che si trasferiscono al Nord o all’estero, ma non spostano la residenza. 
 
Siamo la Sicilia in cui storicamente e oggi più che mai non si finanziano i servizi – strade, scuole, ospedali; ma si finanziano progetti morte, le cosiddette cattedrali nel deserto. Mi riferiscono ad Agusta-Melilli-Priolo, Milazzo, Gela, con i loro poli industriali e petrolchimici, costruiti con la promessa di sviluppo e il ricatto occupazionale. Con gli anni non sarà neanche più possibile ripeterci il mantra «meglio morire di cancro che di fame»: il numero di posti di lavoro necessari, tra diretto e indotto, per mantenere le strutture, diminuirà di anno in anno, mentre i tassi di malattie legate all’inquinamento cresceranno vertiginosamente.
 
Finito il tempo delle fonti fossili, il nuovo petrolio della Sicilia sono diventati i terreni espropriabili da utilizzare come grandi campi di produzione di energia rinnovabile da esportare in altri territori – sacrificando la fertilità del suolo e la sua biodiversità. 
 
Per l’agricoltura, che pur è riuscita a ritagliarsi uno spazio nell’ambito della produzione di qualità, la concorrenza spietata – in assenza di tutele – della grande distribuzione ha impoverito il settore che un tempo era trainante.
 
Il turismo, la grande promessa fatta dall’Italia e dall’Unione Europea per la Sicilia nel Ventunesimo secolo, è invece riuscito a conquistarsi spazio producendo occupazione scarsamente qualificata, lavoro precario, un incremento significativo dei contratti a tempo determinato, l’uso indiscriminato di contratti part-time e di stage e tirocini. Senza entrare nel merito delle trasformazioni culturali, sociali ed economiche che il turismo produce nelle nostre città. 
 

Liberarsi dalla schiavitù militare

Un ambito che va fortissimo è invece quello militare, su questo si investe tantissimo e molti dei flussi coinvolgono proprio la Sicilia. Non posso non fare riferimento al conflitto in Ucraina.
 
Tutto l’Est Europa è in fibrillazione, come conseguenza del fatto che tutti gli assetti che si sono dati nella ricostruzione post seconda guerra mondiale sono saltati. Non esiste più un mondo diviso in due con il blocco americano da un lato e quello russo dall’altro; non esiste più simbolicamente da quando è caduto il muro di Berlino. Il quadro geopolitico si è complicato e oggi è segnato dal declino degli Stati Uniti, dall’ascesa della Cina, dal mercato del lavoro completamente modificato e globalizzato, dalle spinte di protagonismo di altre superpotenze che con ogni probabilità si affermeranno da qui ai prossimi anni, vedi l’India. C’è un mondo nuovo, con nuovi attori in campo, che produce nuovi e sempre più diffusi conflitti. Tra questi attori c’è l’Europa, composta da diversi Stati-Nazione sottoposti a servitù militare dagli Stati Uniti e dalla Nato. Il ruolo dell’Europa nei conflitti, dalla seconda guerra mondiale in poi, è stato quello di avamposto militare americano, terreno di conflitto per avvicinarsi e sfidare i confini delle potenze dell’Est. 

L’avvento della globalizzazione e la creazione di un mercato unico capitalistico mondiale ha significato il superamento della divisione bipolare, creando nuove dipendenze e nuovi rapporti; ha significato la fine del conflitto tra i due blocchi, ma l’esplosione di tante e diffuse fiammelle di guerra, anche dentro i confini degli Stati. 
 
Il blocco americano in Europa continua a esistere non perché domini completamente il mercato, rendendoci unicamente dipendenti da esso (per le fonti energetiche ad esempio dipendiamo dal blocco opposto: dalla Russia; per guidare i processi di digitalizzazione potremmo affidarci alla Cina) ma perché esistono le basi militari. Sono le basi militari Usa e della Nato che dichiarano l’Europa dalla parte degli Stati Uniti. Sono le spese militari di cui si fanno carico i governi, tra cui quello italiano, a sancire la nostra fedeltà a un blocco attraversato da una crisi interna e che sul mercato sta perdendo la sua egemonia. 
 
La Sicilia, insieme alla Sardegna, è la terra offerta dall’Italia. Qui si trovano 28 basi militari tra quelle di proprietà delle Nato e degli Usa, che ci rendono complici - nostro malgrado - di conflitti che non abbiamo scelto. Da Sigonella partono i droni per l’Ucraina, dal Muos si controllano i cieli in guerra. 
 
La questione della liberazione dalla dipendenza militare deve essere uno dei principali obiettivi di chi porta avanti processi di indipendenza. Ora, noi abbiamo due modi per liberarci dalla dipendenza militare statunitense: possiamo aspettare che l’Unione Europea scelga di svincolarsi dalla sudditanza agli Stati Uniti, ritagliandosi a sua volta il ruolo di nuova potenza militare a se stante nel mondo: ci sarebbe da aspettarsi allora lo smantellamento delle attuali basi, ma la sostituzione con quelle delle grandi potenze europee. Di certo, la nascita di nuovi conflitti. Oppure perseguire un’altra via, chiedendo la smilitarizzazione dei territori, la fine delle spese per il riarmo, e lottando per l’affermazione ovunque del diritto di autodeterminazione dei popoli. La Sicilia può avere un ruolo in questa direzione: siamo il centro del Mediterraneo, che oggi è in guerra, e quindi siamo al centro della guerra, ma che può diventare centro di nuove relazioni tra i popoli. 
 

Un forum europeo delle indipendenze

Quel che è certo è che nessuna migliore condizione economica per la Sicilia è possibile dentro lo Stato italiano. Nessun piano di investimenti, come si rivelò la Cassa per il Mezzogiorno e come si rivelerà il PNRR, servirà a rilanciare l’economia. Nessuna via scelta dal governo italiano ci condurrà fuori dalla guerra. Il sistema Italia si regge sul rapporto di interdipendenza tra le due aree del paese; solo fuoriuscendo dalla struttura economica dello Stato italiano la Sicilia potrà uscire dal sottosviluppo funzionale. L’indipendenza si presenta a noi come l’unica strada percorribile.
Un’indipendenza che non significhi isolamento, che costruisca nuove vie e nuove alleanze. Da qui la necessità del convegno di oggi. La nostra proposta è: rendere stabili questi incontri, fare un forum europeo delle indipendenze, con tutti quelli che sono qui e con quelli che non ci sono. Ogni tot di mesi ci si incontra, si discute, si prendono posizioni. Scambiare informazioni, notizie, lo stato dell'arte, le proposte: ogni vittoria dell'uno è una vittoria dell'altro, un passo avanti.

Per un forum europeo delle indipendenze - Percorsi di indipendenza in Europa

Pubblichiamo l’intervento di Tiziana Albanese di Trinacria, alla conferenza internazionale “Percorsi di Indipendenza in Europa” svoltasi il 30 marzo presso L’Assemblea Regionale Siciliana.
Grazie a tutti per gli interventi e grazie anche a chi è qui per ascoltare. 
 
Intervengo come portavoce di Trinacria, ma con il compito di rappresentare la Sicilia in questo momento di confronto tra realtà indipendentiste d’Europa. Specifico già da ora che col termine Europa mi riferisco allo spazio geografico segnato come continente e non all’istituzione politico-economica dell’Unione Europea. Tutte le volte che nominerò l’Europa nel mio intervento, fatta eccezione per alcuni casi che mi premurerò di specificare, avrà l’accezione geografica. 
 

Perché organizzare la conferenza?

Perché invitare catalani, scozzesi, baschi, corsi, sardi e altre delegazioni che per difficoltà del momento non sono potute venire, ma che hanno mostrato il desiderio di confrontarsi con noi? Perché all’interno della cornice di iniziative del Vespro 2022? 
 
C’è un’attenzione da parte di noi indipendentisti siciliani di Trinacria rispetto a quanto avviene all’interno degli Stati Nazione europei, soprattutto perché l’indipentismo siciliano sta vivendo un periodo di ripresa e rilancio, dopo decenni di crisi in cui abbiamo vissuto le conseguenze della fine della lotta di liberazione post seconda guerra mondiale, conclusasi con la concessione dell’autonomia e dello statuto, pensato già allora come compromesso per mettere fine alle mire separatiste e includere a pieno titolo la Sicilia nell’Italia. Qui la concessione dello Statuto, a differenza di quanto avvenuto da altre parti - penso ad esempio alla Scozia - con il suo non essere mai stato applicato di fatto, non ha significato la sperimentazione per i siciliani di come si stia meglio con più autonomia e dunque una spinta al movimento indipendentista, ma ne ha segnato anzi la morte. 
 
Nell’ultimo decennio, forse proprio a causa della crisi permanete di sistema in cui viviamo, che assume ora il volto della crisi climatica, ora quello della crisi economia e sociale, ora di quella sanitaria - a fasi alterne, senza mai essere superate del tutto - con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita del popolo siciliano, stiamo vivendo e ci stiamo facendo carico di una fase di ricostruzione del movimento di liberazione siciliano e sentiamo dunque la necessità di guardare fuori da noi e non troppo lontano. Guardiamo allora ai percorsi di indipendenza che attraversano l’Europa di oggi e che ci sembrano gli unici in grado di produrre movimenti popolari di massa e che stanno mettendo in discussione, aprendo una partita in cui la possibilità di vittoria è reale, gli assetti economici, politici (anche istituzionali) vigenti. 
 
Cosa c’entra il Vespro è la seconda questione. 740 fa i siciliani cacciavano i dominatori del momento: gli angioini. Una lotta di liberazione dal dominio coloniale e la sperimentazione di nuove forme istituzionali di governo: questi due elementi credo debbano fare da cardine a chi sceglie di lottare oggi per un processo di liberazione in Sicilia e la loro praticabilità mi sembra dimostrata proprio da quei percorsi di indipendenza che stanno sconvolgendo oggi, e non nel 1282, l’Europa.  
 

La Sicilia di oggi

La Sicilia che deve liberarsi oggi è una Sicilia che rientra a pieno titolo tra le «aree sottoutilizzate» dell’Unione Europea – quei territori con una percentuale di Pil inferiore al 75% della media. Scarsi livelli di alfabetizzazione e scolarizzazione, tassi di occupazione tra i più bassi d’Europa e livelli di povertà tra i più alti compongono il quadro della regione più economicamente depressa d’Europa. 
 
Siamo la Sicilia dell’emigrazione di massa: la popolazione residente in Sicilia tra mortalità ed emigrazione nell’ultimo diminuita è diminuita di circa 30mila unità. E non rientrano nel calcolo tutti quei siciliani che si trasferiscono al Nord o all’estero, ma non spostano la residenza. 
 
Siamo la Sicilia in cui storicamente e oggi più che mai non si finanziano i servizi – strade, scuole, ospedali; ma si finanziano progetti morte, le cosiddette cattedrali nel deserto. Mi riferiscono ad Agusta-Melilli-Priolo, Milazzo, Gela, con i loro poli industriali e petrolchimici, costruiti con la promessa di sviluppo e il ricatto occupazionale. Con gli anni non sarà neanche più possibile ripeterci il mantra «meglio morire di cancro che di fame»: il numero di posti di lavoro necessari, tra diretto e indotto, per mantenere le strutture, diminuirà di anno in anno, mentre i tassi di malattie legate all’inquinamento cresceranno vertiginosamente.
 
Finito il tempo delle fonti fossili, il nuovo petrolio della Sicilia sono diventati i terreni espropriabili da utilizzare come grandi campi di produzione di energia rinnovabile da esportare in altri territori – sacrificando la fertilità del suolo e la sua biodiversità. 
 
Per l’agricoltura, che pur è riuscita a ritagliarsi uno spazio nell’ambito della produzione di qualità, la concorrenza spietata – in assenza di tutele – della grande distribuzione ha impoverito il settore che un tempo era trainante.
 
Il turismo, la grande promessa fatta dall’Italia e dall’Unione Europea per la Sicilia nel Ventunesimo secolo, è invece riuscito a conquistarsi spazio producendo occupazione scarsamente qualificata, lavoro precario, un incremento significativo dei contratti a tempo determinato, l’uso indiscriminato di contratti part-time e di stage e tirocini. Senza entrare nel merito delle trasformazioni culturali, sociali ed economiche che il turismo produce nelle nostre città. 
 

Liberarsi dalla schiavitù militare

Un ambito che va fortissimo è invece quello militare, su questo si investe tantissimo e molti dei flussi coinvolgono proprio la Sicilia. Non posso non fare riferimento al conflitto in Ucraina.
 
Tutto l’Est Europa è in fibrillazione, come conseguenza del fatto che tutti gli assetti che si sono dati nella ricostruzione post seconda guerra mondiale sono saltati. Non esiste più un mondo diviso in due con il blocco americano da un lato e quello russo dall’altro; non esiste più simbolicamente da quando è caduto il muro di Berlino. Il quadro geopolitico si è complicato e oggi è segnato dal declino degli Stati Uniti, dall’ascesa della Cina, dal mercato del lavoro completamente modificato e globalizzato, dalle spinte di protagonismo di altre superpotenze che con ogni probabilità si affermeranno da qui ai prossimi anni, vedi l’India. C’è un mondo nuovo, con nuovi attori in campo, che produce nuovi e sempre più diffusi conflitti. Tra questi attori c’è l’Europa, composta da diversi Stati-Nazione sottoposti a servitù militare dagli Stati Uniti e dalla Nato. Il ruolo dell’Europa nei conflitti, dalla seconda guerra mondiale in poi, è stato quello di avamposto militare americano, terreno di conflitto per avvicinarsi e sfidare i confini delle potenze dell’Est. 

L’avvento della globalizzazione e la creazione di un mercato unico capitalistico mondiale ha significato il superamento della divisione bipolare, creando nuove dipendenze e nuovi rapporti; ha significato la fine del conflitto tra i due blocchi, ma l’esplosione di tante e diffuse fiammelle di guerra, anche dentro i confini degli Stati. 
 
Il blocco americano in Europa continua a esistere non perché domini completamente il mercato, rendendoci unicamente dipendenti da esso (per le fonti energetiche ad esempio dipendiamo dal blocco opposto: dalla Russia; per guidare i processi di digitalizzazione potremmo affidarci alla Cina) ma perché esistono le basi militari. Sono le basi militari Usa e della Nato che dichiarano l’Europa dalla parte degli Stati Uniti. Sono le spese militari di cui si fanno carico i governi, tra cui quello italiano, a sancire la nostra fedeltà a un blocco attraversato da una crisi interna e che sul mercato sta perdendo la sua egemonia. 
 
La Sicilia, insieme alla Sardegna, è la terra offerta dall’Italia. Qui si trovano 28 basi militari tra quelle di proprietà delle Nato e degli Usa, che ci rendono complici - nostro malgrado - di conflitti che non abbiamo scelto. Da Sigonella partono i droni per l’Ucraina, dal Muos si controllano i cieli in guerra. 
 
La questione della liberazione dalla dipendenza militare deve essere uno dei principali obiettivi di chi porta avanti processi di indipendenza. Ora, noi abbiamo due modi per liberarci dalla dipendenza militare statunitense: possiamo aspettare che l’Unione Europea scelga di svincolarsi dalla sudditanza agli Stati Uniti, ritagliandosi a sua volta il ruolo di nuova potenza militare a se stante nel mondo: ci sarebbe da aspettarsi allora lo smantellamento delle attuali basi, ma la sostituzione con quelle delle grandi potenze europee. Di certo, la nascita di nuovi conflitti. Oppure perseguire un’altra via, chiedendo la smilitarizzazione dei territori, la fine delle spese per il riarmo, e lottando per l’affermazione ovunque del diritto di autodeterminazione dei popoli. La Sicilia può avere un ruolo in questa direzione: siamo il centro del Mediterraneo, che oggi è in guerra, e quindi siamo al centro della guerra, ma che può diventare centro di nuove relazioni tra i popoli. 
 

Un forum europeo delle indipendenze

Quel che è certo è che nessuna migliore condizione economica per la Sicilia è possibile dentro lo Stato italiano. Nessun piano di investimenti, come si rivelò la Cassa per il Mezzogiorno e come si rivelerà il PNRR, servirà a rilanciare l’economia. Nessuna via scelta dal governo italiano ci condurrà fuori dalla guerra. Il sistema Italia si regge sul rapporto di interdipendenza tra le due aree del paese; solo fuoriuscendo dalla struttura economica dello Stato italiano la Sicilia potrà uscire dal sottosviluppo funzionale. L’indipendenza si presenta a noi come l’unica strada percorribile.
Un’indipendenza che non significhi isolamento, che costruisca nuove vie e nuove alleanze. Da qui la necessità del convegno di oggi. La nostra proposta è: rendere stabili questi incontri, fare un forum europeo delle indipendenze, con tutti quelli che sono qui e con quelli che non ci sono. Ogni tot di mesi ci si incontra, si discute, si prendono posizioni. Scambiare informazioni, notizie, lo stato dell'arte, le proposte: ogni vittoria dell'uno è una vittoria dell'altro, un passo avanti.