Da quando è iniziato il conflitto in Iran non si fa altro che parlare del caro carburante. I prezzi della benzina e soprattutto del diesel sono schizzati alle stelle, facendo aumentare a cascata anche il costo di altri beni per via del rincaro dei trasporti, su tutti quelli alimentari. Le conseguenze si sono avvertite anche alle nostre latitudini e dal momento che l’isola è tra le regioni dello Stato italiano in cui il costo di diesel e benzina alla pompa è più alto, le ricadute rischiano di paralizzare la mobilità intra ed extra Sicilia su più livelli.
Le compagnie aeree e di navigazione già rumoreggiano: se la guerra e il conseguente blocco dello stretto di Hormuz dovessero continuare, potrebbero decidersi a tagliare il numero di corse per abbattere i costi, portando a ulteriori disservizi e rincari per chi si sposta da e verso la Sicilia. Il rischio che la nostra isola si ritrovi a vivere una crisi energetica non è da escludere e la domanda sorge spontanea: com’è possibile che una terra che produce energia in quantità e la esporta in tutta Europa sia costretta a pagare un prezzo così salato?
La via della seta energetica “italiana”
Per chi non lo sapesse, la Sicilia è stata trasformata dal Governo di Roma in un vero e proprio hub energetico: estrazione di gas, raffinazione di petrolio e costruzione di mega impianti fotovoltaici; ce n’è per tutti i gusti. Neanche a dirlo, quanto prodotto viene in gran parte direzionato verso i centri produttivi dello Stato italiano.
Analizzare nel dettaglio il peso specifico dell’isola nella produzione energetica complessiva è faccenda assai complessa. Pertanto, proveremo a porre il focus sull’estrazione e la lavorazione di fonti fossili, le più sensibili al rialzo dei prezzi per via del conflitto.
Secondo i dati forniti dal Mase, nel 2025 dal sottosuolo siciliano sono state estratte 383 mila tonnellate di gas naturale, olio greggio e gasolina. Se a questo aggiungiamo gli idrocarburi estratti nelle zone marine C e G, appartenenti o limitrofe alle acque territoriali siciliane, arriviamo alla bellezza di 1,2 milioni di tonnellate l’anno. Numeri che rendono la Sicilia la seconda regione più importante nel settore, superata soltanto dalla Basilicata.
Per quanto riguarda la raffinazione, invece, non c’è competizione che tenga: siamo primi per enorme distacco. Secondo un report dell’Unem, nel 2024 la capacità di raffinazione degli idrocarburi nello Stato italiano è pari a 87,5 milioni di tonnellate. Di questi, ben 38 milioni, quindi il 43% del totale, vengono lavorati nella sola Sicilia, negli impianti dislocati lungo la fascia orientale tra i comuni di Augusta, Priolo Gargallo, Melilli e Siracusa, zona meglio conosciuta come il quadrilatero della morte.
Va detto che, nel complesso, lo Stato italiano è tutt’altro che autosufficiente sul piano energetico e, infatti, importa gran parte delle risorse. Si potrebbe quindi pensare che l’energia prodotta in Sicilia sia tutto sommato marginale nel grande schema dei flussi. Peccato che l’isola sia anche una piattaforma strategica per l’energia importata dall’estero. Ad esempio, Snam attesta che il 35% dei 60 miliardi di metri cubi di gas naturale importati e immessi ogni anno nella rete nazionale arriva dalla Sicilia, grazie ai gasdotti di Gela e soprattutto di Mazara del Vallo.
Prendi i soldi e scappa
Per capirci qualcosa in più, abbiamo intervistato il professore Massimo Costa (MC), economista e docente presso l’Università degli Studi di Palermo.
Qual è il nostro ritorno economico dalla produzione di energia?
MC: «Il tema del ritorno economico che la Sicilia ha dalla produzione energetica, sia quella in loco sia che transiti dall’isola, è molto antico. Di fatto, risale alla stessa concessione dello Statuto, e ha visto la Sicilia sistematicamente soccombente per la sua maggiore debolezza politica nei confronti dello Stato italiano. È necessario premettere che le fonti di reddito derivanti dall’energia sono di tre tipi. Ci può essere il profitto dell’impresa che resta in loco e che viene distribuito nel territorio; ci possono essere le royalties, cioè i diritti che si pagano per lo sfruttamento di beni demaniali; ci sarebbe il gettito tributario su una parte di questo profitto.
Ora, dire che non sia rimasto nulla in Sicilia è sbagliato. Diciamo che è sempre rimasto molto poco. Per quanto riguarda la prima fonte di reddito, ossia i profitti delle imprese reimmessi nel circuito economico siciliano, la situazione è tutt’altro che felice. Dal 1962, cioè da quando è stata costituita l’Enel, non hanno più sede in Sicilia né le aziende elettriche né le aziende di trattamento degli idrocarburi. Questo comporta che qualunque azienda faccia insediamento produttivo in Sicilia è altamente capital intensive, cioè con molto capitale e pochissimi lavoratori, quindi, distribuisce pochissimo reddito sotto forma di valore aggiunto al fattore produttivo lavoro, mentre il profitto prende altre strade».
E per quanto riguarda la seconda fonte di reddito, ovvero i proventi delle royalties?
N.d.R.: Anche questi sono molto inferiori alle aspettative. Sempre secondo il Mase, i proventi delle royalties versati dalle multinazionali alla Regione Siciliana nel 2024 corrispondono ad appena 1,2 milioni di euro, mentre nelle casse dello Stato e di altre regioni e comuni sono arrivati la bellezza di 252 milioni euro. Ricapitolando: siamo la seconda regione per estrazione di idrocarburi e la prima per raffinazione, ma ai siciliani resta lo 0,48% del totale.
Va detto che, negli ultimi mesi, anche a seguito dell’estrazione di gas dal giacimento Argo-Cassiopea, l’Assessorato regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità è riuscito a battere cassa, ottenendo cifre superiori rispetto al passato. Al netto di ciò, il quadro risulta tutt’altro che positivo nel complesso e, soprattutto, il vero furto ai danni dei siciliani sta nella gestione del gettito tributario.
MC: «Com’è ovvio che sia, qualsiasi impresa produca energia produce naturalmente un certo reddito imponibile. Tipicamente si tratta di società di capitali, che in quanto tali producono imposte dirette come l’IRAP ma soprattutto l’IRES, cioè il tributo sul reddito delle società. A queste si aggiungono imposte minori, le cosiddette accise petrolifere, cioè imposte indirette.
Tutte queste tasse, che siano dirette o indirette, Statuto alla mano, dovrebbero andare alla Regione Siciliana. Addirittura, secondo l’articolo 36 del suddetto, la Regione potrebbe manovrare liberamente queste risorse, decidendone anche una defiscalizzazione parziale o totale a favore della collettività. Nella pratica, tutto ciò non avviene per motivi diversi.
Infatti, dal 1947 ad oggi, cioè da quando ha aperto bottega la finanza della Regione Siciliana, le imposte, dirette o indirette, vanno tutte allo Stato tranne una. Il motivo è presto detto: l’avviamento della Regione Siciliana avvenne attraverso una lettera che il primo Presidente della Regione inviò all’Intendenza di Finanza nel 1947, in cui vi era scritto un elenco di imposte che Roma avrebbe dovuto direzionare nella nostra isola. Tra queste, la maggior parte delle imposte dirette e una sola imposta indiretta: l’IGE, antenata dell’attuale IVA.
Le altre imposte indirette, tra cui le accise che allora erano poco rilevanti, furono dimenticate dal Presidente Alessi. Nel 1948, lo Stato siglò un accordo con la Regione, in origine solo transitorio – poi scolpitosi nella pietra – nel quale venne stabilita la sola concessione di poche imposte di scarsa entità all’isola. Nel 1965 questo patto transitorio è poi diventato definitivo, e ad oggi alla Regione resta un diritto puramente platonico di emissione di nuove imposte.
Nei quarant’anni successivi, attraverso mille trucchi e trucchetti, lo Stato ha eroso quasi tutte le imposte precedentemente girate alla Regione. In particolare, la Regione ha cercato più volte di riprendersi le imposte di consumo – ovviamente senza successo – sulle quali è necessario aprire una parentesi. La carta statutaria riserva allo Stato le imposte di produzione, ovvero quelle che colpiscono la ricchezza nel momento in cui viene prodotta, ma attribuisce alla Regione le imposte di consumo. Lo Stato italiano, in barba a quanto sancito dalla legge, trattiene per sé entrambi i tributi, e quando la Regione ha provato a riprendersi quanto dovuto si è trovata davanti un muro. Si aggiunge poi una sentenza della Corte costituzionale, la quale ha giustificato l’attribuzione integrale di tutte le imposte indirette allo Stato, sostenendo che la distinzione tra imposte di produzione e imposte di consumo è una distinzione molto incerta dal punto di vista legislativo. Pertanto, nel dubbio si manda tutto a Roma».
N.d.R.: In buona sostanza lo Stato – per mettersi al sicuro da impedimenti giuridici – ha dichiarato tutte le imposte indirette, ad eccezione dell’IVA, di produzione, così da ricadere nel secondo comma dell’articolo 36 e poter rivendicare il diritto di tenere per sé tutti i tributi. Ciò ha creato un paradosso che dà l’idea dell’arbitrarietà con cui il governo italiano ha agito. Imposte che nella sostanza sono al consumo sono state bollate con l’etichetta di imposte di produzione, così da non lasciare appigli legislativi alla Regione.
Colonialismo italiano: una fatalità?
Il decennale depauperamento delle nostre risorse, tradottosi in una minor qualità dei servizi e della vita su tutti i livelli, è il prodotto di una macchinazione ben congeniata: una predazione che poco o nulla ha da invidiare ai domini coloniali delle grandi potenze nei secoli scorsi. Sul tema abbiamo intervistato Pietro Massimo Busetta (PB), docente universitario, economista, giornalista e scrittore.
Siamo vittime di un fato beffardo? O si tratta di precise scelte politiche?
PB: «Sicilia batteria dell’Europa, questa è la destinazione d’uso che lo Stato italiano ha assegnato alla nostra isola. Infatti, le nostre coste sono invase da impianti di raffinazione. Abbiamo distrutto Gela, Siracusa, Brucoli, Milazzo e potrei continuare. Roma ha preso le nostre coste più belle e le ha devastate per piazzarci gli impianti di raffinazione, senza darci un euro in cambio, lasciandoci soltanto inquinamento e malattie tumorali. Oggi che la raffinazione comincia a diventare meno interessante, si iniziano a piazzare pale eoliche e pannelli solari in giro per l’isola, buoni per dare anche il colpo di grazia alla nostra agricoltura. Nonostante ciò, quando andiamo alla pompa i prezzi sono più alti che in qualsiasi altra parte dello Stato italiano. Questo è l’approccio coloniale di un governo che ha stabilito come la Sicilia serva solo e soltanto in maniera ancillare al vero padrone di questo paese che è il Centro-Nord».
N.d.R.: Se è vero che lo sfruttamento energetico è frutto di meccanismi coloniali allora bisogna agire per spezzare le catene, per rivendicare la corretta applicazione dello Statuto in materia energetica e fiscale, affinché quanto prodotto nella nostra isola venga pagato al giusto prezzo. I siciliani hanno diritto a gestire le proprie risorse e a investirle per garantire ospedali funzionanti, trasporti efficienti, scuole che non siano catapecchie, per garantire il diritto a una vita dignitosa in questa terra.




