Il 15 maggio 2026 ricorre l’ottantesimo anniversario della nascita dello Statuto Siciliano. Per l’occasione, abbiamo tracciato una breve ricostruzione storica dei processi politici che hanno condotto alla nascita dello Statuto Siciliano e su ciò che ne è stato fatto negli ottant’anni successivi.
MIS: Ascesa e declino
Agli inizi degli anni ‘40 del ‘900, ancora prima dello sbarco degli Alleati del 1943, la Sicilia era attraversata da spinte indipendentiste in tutti gli strati della società, frutto di ottant’anni di controllo politico da parte di Roma percepito come coloniale dai più. Il malcontento verso lo Stato italiano si acuì con la Seconda guerra mondiale, che vide la Sicilia – divenuta fulcro dell’Asse nel Mediterraneo e nodo cruciale per le campagne condotte nel fronte libico – stremata da una martellante campagna di bombardamenti. In questa fase, l’indipendentismo emerse come l’unica forza politica realmente organizzata. Quando gli Usa e gli Inglesi penetrarono nell’isola, rispettivamente da ovest e da est, la Sicilia venne occupata e affidata al Governo dell’AMGOT.
Nelle settimane successive all’occupazione, la popolazione diede per scontato che la dominazione italiana in Sicilia fosse finita. L’organizzazione con il maggiore peso politico, numerico e sociale era ora quella del MIS, il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, mentre lo Stato italiano era collassato su se stesso. Gli alleati nelle prime battute si mostrarono favorevoli alla possibilità che l’isola si costituisse come Stato a sé. In particolare, l’Inghilterra caldeggiò fortemente l’opzione di appoggiare l’indipendentismo pur di disporre di una piattaforma strategica nel Mediterraneo in funzione antisovietica.
Ma si sa, in guerra le cose cambiano in fretta, e già alla fine del ‘43 gli Stati Uniti – con l’Inghilterra costretta ad accodarsi – abbandonarono gradualmente la causa siciliana, riconsegnando l’isola all’Italia nel febbraio del ‘44, sebbene con la promessa di concederle almeno un’amplissima autonomia¹. Peccato che il sentimento indipendentista fosse predominante, come dimostrato da tutta una serie di rivolte, tra cui quella del Nun si parti, in cui i siciliani si rifiutarono di combattere nuovamente con la divisa italiana a fianco degli alleati.
Alla fine del 1944 fu costituita una Consulta – una sorta di parlamento siciliano rigenerato -nominata dal Governo italiano, in cui erano rappresentate tutte le parti sociali e i partiti dell’eptarchia con la sola eccezione degli indipendentisti, nel tentativo di ridurli ai margini della scena politica². La faccenda per Roma, però, era più complicata del previsto, poiché anche tra le fila della Consulta si annoveravano ferventi autonomisti o indipendentisti che, pur facendo parte di partiti italiani, propendevano per soluzioni radicali alla questione siciliana.
Roma, dunque, decise di perseguire due strade per la pacificazione dell’isola: da un lato, corteggiare gli esponenti di peso più disponibili ad una soluzione di compromesso. Dall’altro, combattere l’indipendentismo sul piano militare, tanto da arrivare a distruggere le sedi del MIS.
La risposta degli indipendentisti fu il ricorso alla lotta armata per mezzo dell’EVIS, l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia, fondato da Antonio Canepa. L’EVIS fu pensato come movimento composto principalmente da nuclei di giovani. La lotta determinò la messa fuori legge del MIS con il conseguente arresto di numerosi suoi componenti. La situazione precipitò nel 1945, anno in cui ebbe luogo lo scontro a fuoco di Monte San Mauro, avvenuto il 29 dicembre in prossimità di Caltagirone, che vide una sessantina di giovani evisti scontrarsi con 5.000 uomini del Regno d’Italia³. La battaglia, pur essendosi conclusa con una sconfitta militare, fu per gli indipendentisti una grande vittoria dal punto di vista politico per la risonanza e il riconoscimento riscossi a livello internazionale. Il Governo italiano, determinato a concludere la questione siciliana, avviò trattative riservate con gli indipendentisti in prigione. Il risultato fu, per l’appunto, la proclamazione dello Statuto d’Autonomia, unico modo trovato da Roma per pacificare la Sicilia senza che questa prendesse il largo.
Quando la legge diventa un’opzione
Dunque, la nascita dello Statuto è il risultato di un processo di lotta e, allo stesso tempo, compromesso con lo Stato italiano che, di fatto, ci ha incatenati al governo di Roma. Altra faccenda è ragionare su quanto, a ottant’anni dalla sua proclamazione, sia rimasto delle promesse fatte e sancite solo sulla carta.
Dal ‘46 a oggi, soprattutto per via dell’assenza dei decreti attuativi, ben poco di quanto previsto dallo Statuto si è tradotto in pratica. Si prenda ad esempio l’articolo 37, che al comma 1 recita: «per le imprese industriali e commerciali, che hanno la sede centrale fuori del territorio della Regione, ma che in essa hanno stabilimenti ed impianti, nell’accertamento dei redditi viene determinata la quota del reddito da attribuire agli stabilimenti ed impianti medesimi».
O ancora il comma 1 dell’articolo seguente: «lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico, nella esecuzione di lavori pubblici». Risorse garantite ma progressivamente erose fino a scomparire.
Il risultato è che la Sicilia gode di finanziamenti pari se non inferiori a una qualsiasi regione dello Stato italiano. La perdita di risorse fiscali, solo su IVA e IRPEF, si aggira tra gli 8 e i 10 miliardi di euro annui⁴. Per dare l’idea dell’impatto di questa predazione, la legge di bilancio 2026 varata dallo Stato italiano ammonta a 22 miliardi⁵. Se lo Statuto fosse applicato fino in fondo, la Sicilia avrebbe una potenza di fuoco di investimento aggiuntivi pari quasi alla metà di un’intera manovra finanziaria.
D’altro canto, il bacino di competenze e voci di spesa a cui deve far fronte la Sicilia non ha nulla a che vedere con quelle di altre regioni. Il motivo è proprio l’applicazione parziale dello Statuto, evidentemente rispettato solo quando fa comodo. Si prenda in esame la sanità pubblica, finanziata solo per un terzo da Roma, ma senza che a Palazzo d’Orléans siano concesse le risorse necessarie per farla funzionare adeguatamente.
In buona sostanza, tutte le amministrazioni regionali succedutesi negli ultimi ottant’anni sono state fortemente limitate nel poter programmare investimenti strategici sul lungo periodo. La cronica sottrazione di risorse per via dell’applicazione discrezionale dello Statuto è compensata – solo parzialmente – da periodici e altrettanto discrezionali trasferimenti di risorse statali. L’inattuazione dell’autonomia, in teoria l’eccezione, è ben presto diventata la regola, costringendo la classe dirigente regionale a governare sul filo del rasoio in un costante braccio di ferro con lo Stato italiano. Maggioranze di schieramento opposto a Roma e Palermo, o amministratori locali particolarmente compiacenti verso le richieste delle segreterie nazionali hanno posto la Sicilia in una condizione strutturalmente debole nel rivendicare i propri interessi.
Sarebbe opportuno chiedersi come e perché ciò sia potuto accadere, e la risposta è presto detta. Nessun inghippo di natura tecnica: l’applicazione, per così dire “libertina” dello Statuto è la conseguenza della condizione coloniale in cui la Sicilia è stata relegata nel quadro politico economico dello Stato italiano dal 1861. I due conflitti mondiali, la fine della monarchia, la lotta per l’indipendenza e la nascita dello Statuto non hanno cambiato lo stato di cose. A farne le spese è stato sempre e solo il popolo siciliano. Con miliardi su miliardi rimasti nelle nostre casse ogni anno e con una classe dirigente messa nelle condizioni di programmare a lungo raggio – oltre che capace di farsi valere nelle trattative con Roma – oggi, forse, staremmo parlando di un’altra Sicilia. Forse godremmo di un tessuto produttivo diversificato e attrattivo, di servizi di trasporto o sanitari all’altezza, o magari i nostri giovani non sarebbero costretti a fuggire. Ma 80 anni sono passati, e con i se e con i ma non si canta messa.
Che fare, dunque? Pur prendendo atto del fatto che lo Statuto sul lungo periodo si è rivelato un cavallo di Troia, ciò non significa che sia tutto perduto. Agire politicamente per rivendicarne l’applicazione è una delle strade da perseguire nell’interesse del popolo siciliano. Pretendere nelle piazze e nelle istituzioni che Roma ci riconosca progressivamente quanto dovuto, ponendo fine alla predazione ai nostri danni: questa è la via maestra per poter garantire al popolo siciliano opportunità lavorative, sistemi sanitari, scolastici e di trasporto all’altezza.
Note:
¹Costa Massimo, Storia di una Nazione. Politica e Istituzioni Siciliane nei secoli, Rise&Press, Messina, marzo 2024, p. 423;
²Ibidem, p. 425;
³Quando la Sicilia ebbe il suo esercito volontario per la liberazione dallo Stato italiano in «Trinacria.info», 29 dicembre 2021;
⁴Compagnino Riccardo, Ottant’anni di Statuto Siciliano. Che cosa ne ha fatto l’isola della propria autonomia? Centro Studi Enti Locali, Pisa, aprile 2026, p. 13;
⁵Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2026 e bilancio pluriennale per il triennio 2026-2028 in «Ministero dell’Economia e delle Finanze», 30 dicembre 2025.




