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  • AUCLIS: buona la prima!

    AUCLIS: buona la prima!

    di lanfranco caminiti

    L’esordio del primo convegno online organizzato dall’AUCLIS (Associazioni unite per la cultura e la lingua siciliana) pochi giorni fa è stato intenso e stimolante. Introdotto da Davide Liotta e da Aurelio LaTorre, che hanno nel corso dell’evento intessuto la trama degli argomenti, ha visto la partecipazione prestigiosa e propositiva dei professori Alfonso Campisi, titolare della cattedra di lingua siciliana (l’unica al mondo) presso l’Università “La Manouba”, Tunisi, e di Michal Belina, dell’Università di Varsavia, Polonia.

    L’AUCLIS è una proposta nata da poco, da subito dopo il convegno che si è tenuto a Bruxelles nei primi giorni di dicembre 2023, voluto e organizzato dall’europarlamentare Ignazio Corrao. Come ha spiegato Liotta, «l’AUCLIS è costituita da tante persone e tante associazioni, una realtà forte, capace di essere capillare su tutto il territorio: oltre cento eventi, promossi da una settantina di soggetti (scuole, istituzioni) nel 2023, coinvolgendo circa 15mila persone». Questa realtà diffusa si propone ora un percorso comune e coordinato per la difesa, la promozione, la valorizzazione – e potremmo dire “l’istituzionalizzazione” della lingua e della cultura siciliane.

    Quello che è parso evidente, nel corso degli interventi e delle riflessioni, è che in Europa (con precisi riferimenti normativi e di esperienze e studi al Portogallo, alla Spagna, alla Francia) si applica con sensibilità il “dettato europeo” della difesa delle minoranze linguistiche. Ma in Italia, no. E, va aggiunto, anche in Sicilia, no.

    Si è fatto riferimento a un possibile sentimento di “paura” dentro le istituzioni nazionali, ovvero che la promozione della lingua siciliana finisca con il farsi veicolo di un “latente secessionismo”. Curiosamente, questa stessa percezione emergeva in questo o quel commento che dagli utenti siciliani online intervenivano, il cui tenore era più o meno: va bene, ma stiamo attenti a non prestare il fianco a secessionisti e indipendentisti. E più allarmati si sono fatti alcuni commenti quando nel corso del dibattito è emersa una proposta referendaria per la lingua siciliana. Niente più che una “suggestione” (perché non chiediamo ai siciliani stessi cosa ne pensino?), sia chiaro – ma si è come verificato un cortocircuito. Presto spento, manco fosse divampato già un incendio.

    Ora, la questione è questa – non è possibile de-politicizzare la questione della lingua di un popolo, perché la lingua è la cosa più comune, più pubblica, più quotidiana e quindi più politica che appartenga a una comunità. Una comunità regionale, nazionale è tale non solo per la geografia o la sua stessa storia in quello spazio e nel lungo arco temporale che l’ha attraversato, ma è tale perché è una “comunità linguistica”. Naturalmente, qui usiamo il termine “politico” nel senso proprio, e nel senso più alto e nobile, non pensando a politiche di questo o quel partito.

    La battaglia per la valorizzazione della cultura e della lingua siciliane non può perciò che essere politica – quand’anche la si volesse “accademizzare” e “de-politicizzare”. Anzi, io credo che debba esserlo, debba cioè “restituire” al popolo siciliano la consapevolezza della straordinaria ricchezza e potenza della sua lingua.

    Qualcuno, infatti, sempre nel corso del convegno, ha accennato a un sentimento di “vergogna” che può appartenere ai siciliani nell’uso della propria lingua – vero è che nelle scuole, almeno fino a qualche decennio fa, si era tacciati di ignoranza e maleducazione se ci si esprimeva “in dialetto”: la “scuola pubblica” era in italiano; l’uso della lingua distingueva in “composizione di classe diversa” i ragazzi degli stessi banchi. Non credo che alberghi ancora nelle scuole questo sentimento – credo si sia abbastanza capito che la capacità di ricorrere alla propria lingua quotidiana, quella che spesso si usa in casa, nel quartiere, tra gli amici, colorata e vivida, è un accrescimento della propria versatilità espressiva, non una diminuzione.

    D’altronde, il siciliano è ormai “sdoganato” nel cinema e nella televisione italiani, anche se spesso in forma caricaturale e macchiettistica o se bisogna rappresentare un sentimento “cupo” e omertoso.

    E direi che qui abbiamo un problema, perché è proprio di una operazione di “dialettizzazione” da parte della lingua nazionale verso le lingue minoritarie e regionali, quella di “caratterizzare” lingua e parlanti: il siciliano “raffigurato” in un certo modo non può che parlare in quel modo, e si potrebbe anche dire: chi parla in quel modo non può che essere raffigurato in quel modo.

    E invece, riscoprire la storia della lingua siciliana significa intrecciarla a quella della lingua italiana, dai tempi della “Scuola” di Federico II, in una sorta di “convergenza parallela”. E considerarne la sua letteratura, i suoi letterati, nel Novecento, non può che riconfermare quel percorso storico. Mi limito a un singolo esempio: da Rubè a Rabito. “Rubè” è il romanzo di Giuseppe Antonio Borgese, con cui può dirsi che inizia il nuovo romanzo italiano del Novecento; Borgese, dalla scrittura colta e raffinata (a venticinque anni già ordinario di cattedra universitaria, critico letterario, andrà poi in America per opposizione al fascismo), e da un immaginario potente e duttile nello stesso tempo (era delle Madonie, di Polizzi Generosa, non poteva cioè essere altrimenti), racconta la Grande guerra del ’15-18, dal punto di vista di un “intellettuale”, un avvocato piccolo borghese, che sogna una carriera da deputato, e intanto si sposta a Roma e Milano in studi legali avviati dove cerca di farsi strada, ma si lascia trascinare dall’irrompere della guerra, che vede come una catarsi nazionale e individuale. Vincenzo Rabito, contadino analfabeta di Chiaromonte Gulfi, è invece l’autore di quello straordinario fenomeno letterario che è stato “Terra matta”, dove la Grande guerra veniva raccontata dal fango e dal gelo delle trincee del Carso, con disincanto, ironia, dolore e l’urlo della maledizione. La cosa straordinariamente curiosa, dal punto di vista linguistico, è che Borgese scrive un italiano colto ma arricchendolo di regionalismi toscani, lombardi e, naturalmente, siciliani. Rabito scrive un siciliano impastato d’italiano, “inventando” letteralmente una lingua che non ha fatto velo alla comprensione e al vero e proprio “culto” che ruota intorno il suo libro – il siciliano, cioè, è stato nel suo caso il potente veicolo di una capacità descrittiva enorme. E ben capita e amata.

    Io credo perciò che non dovremmo avere alcuna paura a chiedere ai siciliani, pubblicamente, politicamente, che opinione hanno della necessità e della possibilità di difendere, promuovere e valorizzare la lingua siciliana. Non so – tecnicamente, non so – se un referendum sia la strada giusta. In ogni caso, è un percorso da costruire – non certo da buttare lì come una “provocazione”. L’AUCLIS potrebbe avere un ruolo e un obiettivo, in questo senso.

    Ma so che la lingua siciliana è politica per la Sicilia.

    20 gennaio 2024.


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