• 1848. L’ultima indipendenza siciliana (capitolo I)

    1848. L’ultima indipendenza siciliana (capitolo I)

    Agli albori dell’indipendentismo

    Nella lunga e straordinaria storia della Sicilia diverse date hanno assunto un particolare valore simbolico. Tra queste, il 15 maggio, data oggi conosciuta soprattutto per la proclamazione dello Statuto d’Autonomia del ‘46, ma che in realtà ha un altro precedente illustre. Il 15 maggio, questa volta del 1849, le truppe borboniche entrarono a Palermo, sancendo la fine dei moti rivoluzionari del ‘48 e di quella che può considerarsi, almeno fino ad oggi, l’ultima parentesi di indipendenza politica della Sicilia.

    Il biennio 1848-49 rappresenta il punto di non ritorno per l’indipendentismo. Idee, speranze e prospettive sviluppatesi nei 40 anni precedenti raggiungono l’apogeo: i siciliani si fanno popolo e la Sicilia Nazione, seppur sottomessa alla corona napoletana. Pertanto, nelle settimane che seguiranno ripercorreremo questi decenni, tentando di restituirne la complessità storica e politica, partendo dalla nascita della questione nazionale siciliana.

    Antefatto: la nascita del partito siciliano

    La rivoluzione del ‘48, iniziata nel gennaio dello stesso anno e culminata nella proclamazione d’indipendenza politica poche settimane più tardi, non nasce di certo dal nulla, bensì costituisce il punto di massima conflittualità tra il popolo siciliano e il governo di Napoli. Le ragioni risalgono a quarant’anni addietro, più precisamente alla nascita di una prospettiva politica nazionale nell’élite isolana durante le guerre napoleoniche, frutto delle crescenti tensioni con la monarchia borbonica.

    Nel 1806, a seguito dell’occupazione di Napoli da parte delle truppe francesi, Ferdinando III di Sicilia (IV di Napoli) fu costretto per la seconda volta alla fuga nell’isola, protetto dalla marina inglese. Il lungo esilio, durato fino al 1815, ebbe numerose ricadute, tutte utili ad incrinare i rapporti tra Napoli e Palermo.

    Qui bisogna distinguere tra fattori endogeni ed esogeni. Per quanto concerne i primi, va innanzitutto evidenziato come la monarchia borbonica in esilio esigette ripetutamente pesanti contributi finanziari per sostenere la guerra nel continente. Ciò irritò e non poco l’aristocrazia siciliana, come già accaduto nel periodo 1781-1795, quando a ricoprire la carica di viceré in Sicilia furono due membri dell’élite napoletana, Domenico Caracciolo prima e Francesco di Caramanico poi. Si raggiunse l’apice dello scontro nel 1810, quando la nobiltà isolana si oppose a ulteriori richieste economiche e la regina Carolina reagì con un’imposizione fiscale senza richiedere l’approvazione del Parlamento. Alle proteste compatte dell’aristocrazia rispose facendo arrestare gli oppositori, tra cui i principi di Castelnuovo, Aci, Villafranca e Belmonte e il duca d’Angiò.

    Ma, soprattutto, il periodo 1806-15 aprì una fase di grande elaborazione politica, in cui la classe dirigente napoletana in esilio e quella siciliana si spaccarono sulla struttura politica che il dominio ferdinandeo avrebbe dovuto assumere all’indomani della sconfitta napoleonica.
    Sul fronte napoletano, infatti, maturò l’idea che, un restaurato regno borbonico, pur conservando i caratteri dell’assolutismo, avrebbe dovuto accogliere alcune delle innovazioni portate dalla Rivoluzione, su tutte il centralismo amministrativo. Paradossalmente, i reazionari guardavano con interesse al modello del nemico francese rivoluzionario. Per Ferdinando, che per tutta la vita – fatti salvi i momenti in cui fu costretto a fare altrimenti – risiedette e si identificò con Napoli, ciò significava imperniare la struttura del suo dominio sul continente, privando la Sicilia e Palermo dei privilegi e dell’autonomia che li aveva caratterizzati per secoli, al di là di chi sedesse sul trono.

    L’élite politica e culturale siciliana colse chiaramente il quadro che si andava delineando, e tentò di andare nella direzione opposta. In primo luogo, gli oppositori isolani al governo regio si ispiravano – anche per via dell’influenza inglese, sulla quale si tornerà a breve – al modello istituzionale inglese, fondato sul common law. Figure come il principe Carlo Cottone di Castelnuovo e Paolo Balsamo, considerati i leader del «partito siciliano», iniziarono a prendere consapevolezza del rischio che l’isola stava correndo: ossia la scomparsa delle plurisecolari istituzioni del Regno di Sicilia, con enormi ricadute sul piano dell’agibilità politica ed economica (come in effetti puntualmente accadde), qualora Ferdinando fosse riuscito a ritornare sul trono di Napoli.

    È in questa fase che inizia a prendere corpo l’idea di Nazione Siciliana, rideclinando in chiave moderna e con una nuova prospettiva politica un senso di identità già presente nei decenni precedenti. In tal senso, intorno al 1810 Balsamo scriveva che per i patrioti siciliani fosse assurdo «essere completamente esclusi dal governo del proprio paese e totalmente assoggettati a quello degli stranieri, dei Napoletani loro naturali nemici e rivali»; e che «si spendesse tanto denaro per riacquistare un regno che riunito alla medesima corona avrebbe nuovamente ridotto il proprio paese alla dura condizione di provincia¹».

    Rispetto ai fattori esogeni, non si può non tener conto del fatto che in quella fase il controllo del governo inglese sull’isola e sulla monarchia borbonica fosse ben saldo.
    Già nel ‘99, durante i mesi della Repubblica napoletana, la marina britannica diede protezione a Ferdinando fuggito in Sicilia, per evitare che i rivoluzionari acquisissero il controllo della più grande isola del Mediterraneo. La presenza inglese si fece ancora più massiccia nel periodo 1806-1815, quando le truppe britanniche di stanza in Sicilia erano arrivate a un massimo di 17.000 unità². Per forza di cose, Londra aveva la capacità di influenzare le vicende politiche siciliane e quando percepì l’inclinazione del re e della regina a dialogare con i francesi decise di agire. A seguito del già citato arresto dei leader del partito siciliano, gli inglesi decisero di mettere da parte Ferdinando, espellere Carolina dalla Sicilia, e porre Castelnuovo e soci a capo del governo. Ciò portò alla stesura della celebre Costituzione del 1812, non a caso ispirata al modello inglese. Alla vigilia della sconfitta napoleonica, siciliani e napoletani si ritrovarono inglobati in due fronti militari contrapposti e con due prospettive opposte nell’immaginare la conformazione dei regni di Sicilia e Napoli all’indomani di Waterloo. E poi arrivò il 1816…

    Note:

    ¹Balsamo Paolo, Sulla istoria moderna del Regno di Sicilia. Memorie segrete dell’abate Paolo Balsamo, Palermo, 1848, pp. 11 e 4;

    ²Provenza Giuseppe, 1848-1849. L’ultima indipendenza siciliana, GEDI Gruppo Editoriale S.p.A., 2015, p. 15.

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