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  • La rivolta di Filicudi

    La rivolta di Filicudi

    La rivolta di Filicudi, raccontata da Giuseppe La Greca, storico delle isole Eolie, nel suo libro Le giornate di Filicudi, è una delle tante occasioni in cui il popolo siciliano si è ribellato a un’ingiustizia, di cui non c’è traccia nella storia ufficiale.

    L’antefatto

    Il 24 maggio del 1971 nelle isole Eolie si diffonde la notizia che l’isola di Filicudi è stata scelta quale luogo di soggiorno obbligato per quindici boss mafiosi. Erano passati pochi giorni dall’assassinio di Pietro Scaglione, Procuratore della Repubblica, e lo Stato stava reagendo scenograficamente con controlli a tappeto, perquisizioni e arresti.

    Diversi personaggi noti per la propria appartenenza a famiglie mafiose furono prelevati in giro per la Sicilia o per l’Italia per essere trasferiti al confino, a Filicudi, una piccola isola, lontana dalla costa, luogo ideale per diventare un carcere di massima sicurezza a cielo aperto.

    La notizia era su tutti i giornali, determinando la preoccupazione e la contrarietà degli isolani. Per loro era un ritorno al passato: già diverse volte la loro isola era stata utilizzata dal governo di turno come confino per i prigionieri politici. Prima durante il fascismo e poi nel post regime, la vita degli eoliani era stata stravolta dalla presenza dei “confinati”, con tutta la militarizzazione, le procedure di sicurezza e di controllo da parte delle forze dell’ordine e dell’esercito che comportavano. Un incubo che le Eolie non volevano tornare a vivere

    La rivolta

    In poche ore esplode la protesta. La popolazione di Lipari si riversa sul corso, i negozi chiudono, si alzano cartelli e grida; il sindaco scrive a Roma, le campane delle chiese suonano a distesa. A Filicudi, gli abitanti scendono al porto e alla baia di Pecorini, per presidiarli e impedire lo sbarco delle navi. Il giorno dopo, a Lipari viene indetto d’urgenza un consiglio comunale e poi il 26 maggio, un altro, alle 9:30 del mattino, a Filicudi.

    Le notizie si fanno più dettagliate, gli abitanti delle isole si organizzano. Partono da Lipari, da Panarea, da Salina e vanno a Filicudi a occupare ogni casa, ogni letto, ogni cucina, perché non ci sia posto per quei quindici indesiderati. L’economia delle isole Eolie era appena ripartita; il turismo aveva appena cominciato a mettere le prime radici, i viaggiatori stranieri, soprattutto francesi, si spostavano da un’isola all’altra, incantati dallo scenario di maestosa bellezza. Come si era potuta fare una scelta tanto scellerata? I filicudari e gli altri che sulle barche e a terra presidiavano il porto e l’approdo di Pecorini non riuscirono tuttavia a impedire l’accesso alle motovedette cariche di uomini dei reparti celere venuti con caschi, scudi, manganelli, bombe lacrimogene e tenute anti sommossa, addirittura con due mezzi blindati.

    Sbarcarono in 250, su un’isola senza strade, soltanto mulattiere e viottoli, e si trovarono a fronteggiare una popolazione di pari numero, composta da donne e uomini, bambini e anziani, inermi, a mani nude, uniti dalla volontà di non accettare la convivenza con la prigione.

    La tensione saliva man mano che passavano le ore. Gli abitanti si organizzano: sedie, scale, tavoli, sacchi, tavole di legno, qualsiasi mezzo per creare una barricata. Per 48 ore gli abitanti di Filicudi e gli altri delle isole si fronteggiano con le forze dell’ordine. Chi dorme sulle sedie, chi guarda il mare, chi prepara qualcosa da mangiare, chi scambia due parole con gli altri, chi presidia, chi non molla.
    I mafiosi sono stati sistemati in via provvisoria su materassi e letti di fortuna all’interno di un albergo in costruzione, ma null’altro è possibile fare arrivare sull’isola, se non i generi di conforto che da Lipari gli isolani trasportano in abbondanza. La solidarietà di un’intera comunità.

    Davide contro Golia, è Davide che sa cosa fare

    Quindi lo stallo, per diverso tempo tutto rimane fermo. Davide contro Golia, ma anche Golia non sa che fare. Poi all’improvviso un’idea comincia a serpeggiare tra la popolazione: «vogliono l’isola? E noi gliela diamo». In poche ore i filicudari svuotano le proprie case, chiudono le cisterne, spengono i generatori e li lucchettano,

    portano via viveri deperibili e serrano cantine e magazzini, chiudono le case a una a una e a braccia trasportano gli infermi. E vanno al porto. Lì ci sono le barche, proprie e degli altri isolani, ad aspettarli. E se ne vanno. A Lipari, a Salina, a Panarea. Se ne vanno e lasciano l’isola. Vuota, vuota di tutto. Non c’è acqua, non c’è luce, non c’è cibo preparato o da preparare, non ci sono letti e ripari, non ci sono neanche le sigarette. Fichi d’india e acqua di mare, questo è quello che rimane alle forze dell’ordine costrette a presidiare il luogo. Persino i mafiosi protestano tramite i loro avvocati. La situazione è insostenibile, «meglio il carcere che qui» dicono.
    Ci vorrà un mese prima che Roma si decida a trasferire i mafiosi nella colonia agricola penale dell’Asinara, in Sardegna.

    Trenta giorni in cui la comunità delle isole Eolie dimostrò forza e solidarietà, armi che molto più forti di quelle messe in campo dallo Stato italiano, che provò ad arrivare con grandi navi piene di militari, ma che da straniero non conosceva il territorio e non sapeva che a Filicudi non c’era un porto dove fare sbarcare le sue enormi imbarcazioni.

    Quelle giornate dimostrarono la forza di un popolo, mai prono alle ingiustizie e ai soprusi contro la propria terra, da sempre utilizzata dallo Stato italiano come discarica, bacino di risorse; persino come prigione a cielo aperto.


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