Da settimane l’Europa è in subbuglio per l’accordo di libero scambio tra l’Unione Europea e i paesi del blocco Mercosur: Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay. Alla firma, arrivata ufficialmente il 17 gennaio in Paraguay, è seguita una battuta d’arresto per via del rinvio alla Corte di giustizia europea a seguito della votazione del Parlamento UE del 21 gennaio.
Sebbene l’iter legislativo allo stato attuale possa dirsi tutt’altro che concluso, qualora l’accordo dovesse andare in porto segnerebbe un punto di svolta probabilmente irreversibile per l’intera filiera agricola europea. Il trattato, neanche a dirlo, è stato accolto con furiose proteste degli agricoltori in lungo e in largo per il continente che, non a torto, ritengono che l’establishment UE voglia sacrificare la piccola e media impresa rurale per salvare l’industria chimica e automobilistica (soprattutto tedesca) vessata dai dazi statunitensi e cinesi, facendo allo stesso tempo un favore alle multinazionali del settore primario.
L’agricoltura siciliana, fortemente frammentata in microimprese a conduzione familiare, rischia di essere travolta dall’invasione d’oltreoceano di merci a basso costo. Parlare di messa a rischio per la sopravvivenza stessa del comparto non è fare allarmismo, ma valutare una possibilità concreta nel medio-lungo periodo.
QUANDO LA GERMANIA NON ARRIVA ALL’UVA…
L’accordo rappresenta una svolta nelle relazioni commerciali tra l’UE il blocco Mercosur, portando alla liberalizzazione di un mercato composto da oltre 700 milioni di consumatori. Verranno progressivamente eliminati i dazi su poco più del 90% delle merci degli Stati coinvolti, con periodi di transizione fino 10-15 anni per alcuni prodotti sensibili, come carne bovina, pollame, zucchero, riso, soia, mais, cereali, semi oleosi e derivati.
Verrebbe da chiedersi come mai un accordo di questa portata sia stato firmato solo adesso, dopo un tira e molla durato la bellezza di un quarto di secolo. Basterebbe osservare l’andamento dell’industria automobilistica tedesca e del comparto industriale europeo più in generale per avere la risposta.
L’economia del Vecchio Continente è finita sotto il fuoco incrociato della guerra tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese. Ancora una volta, gli Usa hanno usato l’Ue come parafulmini su cui scaricare le proprie difficoltà economiche. L’accordo sui dazi siglato lo scorso 27 luglio è esemplificativo di ciò: un affare a senso unico, che aumenta l’afflusso di capitale verso gli Stati Uniti senza concedere nulla in cambio. Parallelamente, gli Usa hanno costretto Bruxelles ad applicare tariffe salatissime alla Cina che, come un boomerang, stanno danneggiando più le nostre economie che quella cinese.
Il risultato? L’economia tedesca, già in recessione, è colata a picco, trascinando nel baratro buona parte dell’eurozona. Come uscire dall’impasse, se il tentativo di ribellarsi all’impero yankee non è nemmeno contemplato? Trovando nuovi sbocchi commerciali in cui esportare i prodotti di punta dell’industria di teutonici e soci: il blocco Mercosur, per l’appunto.
I quattro Paesi sudamericani rappresentano il partner perfetto, vista la mancanza di una produzione industriale specializzata come quella europea. Secondo l’accordo, infatti, la comunità europea beneficerà di una soppressione dei costi tariffari per il 91% del totale delle esportazioni, che riguardano proprio merci quali automobili, componentistica, macchinari, prodotti chimici e farmaceutici – che ad oggi sono sottoposti a dazi che raggiungono il 35%. I paesi d’oltreoceano, d’altro canto, otterranno vantaggi sul 92% delle proprie esportazioni a basso valore aggiunto, in primis riguardanti il settore primario, oggetto del contendere delle recenti proteste.
Vincono tutti? Non esattamente.
L’INDUSTRIA SORRIDE, MA L’AGRICOLTURA?
Secondo il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’Europa della manifattura, della meccanica, della componentistica e della farmaceutica giungerà a risparmiare oltre quattro miliardi di euro l’anno in dazi doganali, godendo anche di «accesso preferenziale esclusivo ad alcune materie prime critiche e a determinati prodotti verdi», come riportato dall’UE.
D’altro canto, l’Europa agricola, composta prevalentemente da piccole e medie imprese la cui produzione specializzata è distribuita poco uniformemente, rischia di piangere lacrime amare. I produttori dei beni commodities risentiranno e non di poco dell’apertura dei mercati ai prodotti Mercosur. Stime recenti prevedono perdite sul medio termine per quasi otto miliardi di euro².
Una manna dal cielo per i produttori agricoli dei beni “premium”, cioè quelli sottoposti a Protezione delle Indicazioni Geografiche, riconosciuti comunemente con le sigle IGP e DOP. Eliminando il rincaro dovuto alle tariffe doganali, verrà spazzata via la concorrenza per le merci europee di pregio. Questo non significa che il Parmesão brasiliano o il Parmesano argentino non saranno più utilizzati, ma se fino ad oggi il “Parmigiano Reggiano” era troppo costoso per i cittadini sudamericani, adesso sarà acquistabile a un prezzo molto più accessibile. Oltre ciò, arriva anche il divieto per i venditori degli equivalenti sottomarca di inserire riferimenti fuorvianti come grafiche, nomi, immagini o bandiere che richiamino l’IG protetta.
Sono 347 i prodotti premium europei tutelati ufficialmente dall’accordo. Di questi, 58 sono italiani (26 agroalimentari, 31 vitivinicoli e uno spiritoso), ma solamente due sono siciliani. Parliamo del Marsala, vino liquoroso originario dell’omonima cittadina, e una serie di altre produzioni vinicole dell’isola identificate con la semplice sigla “Sicilia”, ma di cui ancora non è disponibile un elenco ufficiale.
Insomma, non solo le principali produzioni siciliane che ricordiamo essere legate a prodotti quali grano, cereali e agrumi rimangono tagliate fuori, ma ad essere tutelato è esclusivamente un comparto che già oggi chiude i propri bilanci con ottimi margini di profitto.
Quali conseguenze, dunque, per tutti gli altri agricoltori siciliani? Commerciare prodotti non direttamente tutelati equivarrà ad entrare nella fossa dei leoni.
TRA CONCORRENZA SLEALE E RISCHI PER LA SALUTE
L’arena del libero mercato nella produzione agricola, dunque, è un gioco a somma zero tutto a vantaggio delle aziende dei paesi Mercosur, poiché i competitor non giocano ad armi pari.
Le norme europee relative all’uso di ormoni, estrogeni, pesticidi e fitofarmaci nella produzione agricola sono le più stringenti al mondo. Queste restrizioni, invece, sono molto più labili nei paesi latino-americani, permettendo così alle aziende d’oltreoceano di incrementare la produzione e abbassare i costi in misura da tempo sconosciuta nel Vecchio Continente.
L’accordo UE-Mercosur non prevede alcuna garanzia sul principio di reciprocità che obblighi le imprese esportatrici a rispettare in toto le normative europee. Alla luce di ciò, è inevitabile che i prodotti sudamericani siano più competitivi e accessibili a prezzi vantaggiosi per i consumatori. Affermare che le aziende di casa nostra, di piccole dimensioni e spesso e volentieri a conduzione familiare, possano reggere l’urto è un sogno infantile nel migliore dei casi, una presa in giro bella e buona a voler essere sinceri.
Inoltre, non si possono non contemplare i possibili rischi per la salute dei consumatori, alla luce dell’approccio libertino dei paesi Mercosur nell’uso di sostanze dannose. I controlli europei sulle merci in arrivo vengono effettuati a campione, e con parametri che spesso e volentieri sono tutto fuorché aderenti alla realtà. Basti citare il caso del celeberrimo glifosato, erbicida utilizzato nella produzione di grano in Canada. Attualmente si applica un limite di 10 mg/Kg di glifosato nel frumento e i campioni analizzati dall’Unione in linea di massima rientrano all’interno del parametro fissato. Questa soglia, però, è stata stabilita stimando un consumo di 5 kg annuo di pasta pro capite. Semplificando, la quantità di glifosato residuale nel grano canadese non è dannosa per la salute, purché si consumino all’incirca 5 kg di prodotti trasformati a partire dal suddetto grano. Peccato che in Sicilia il consumo di pasta pro capite si aggiri attorno ai 40 kg annui, una cifra che sfora abbondantemente la soglia di sicurezza¹.
Si potrebbe obiettare che, chi non ripone fiducia sull’affidabilità dei controlli europei, può sempre scegliere di acquistare alimenti prodotti all’interno dell’Unione o ancor meglio in Sicilia. Sfortuna vuole che le normative europee in materia di identificazione dell’origine dei prodotti trasformati non brillino per trasparenza. Le Gdo sono tenute a specificare la provenienza delle materie prime utilizzate per produrre gli alimenti trasformati (pasta, biscotti e via dicendo) solo se la quantità dell’ingrediente primario di un alimento supera il 50% del totale o se nell’etichetta vi sono espliciti riferimenti al luogo di origine del prodotto.
Cosa comporta in concreto? In merci come la birra, in cui l’ingrediente primario è l’acqua, se si utilizza un parametro quantitativo non si è obbligati a specificare l’origine del cereale maltato o del luppolo. Parallelamente, se in una confezione di pasta è presente la sigla made in Sicily, ma soltanto il 30% del grano utilizzato per produrla è di provenienza extra UE, mentre il restante è effettivamente di origine siciliana, le aziende non sono tenute a specificare l’origine del grano non europeo, in quanto ingrediente non primario.
L’approvazione dell’accordo UE-Mercosur, allo stato attuale, non comporterà particolari evoluzioni nella normativa in materia di etichettatura. Un modo subdolo di nascondere la polvere sotto il tappeto per non dover rendere conto dell’aumento di merci poco sicure negli scaffali dei supermercati.
E L’ITALIA CHE FA?
Lo Stato italiano ha avuto un ruolo decisivo nell’approvazione dell’accordo. Il suo voto, infatti, è stato determinante per permettere il raggiungimento della maggioranza qualificata durante la riunione del Coreper del 9 gennaio scorso, a dispetto delle forti perplessità espresse dal governo Meloni nelle settimane precedenti.
L’esecutivo ha giustificato il cambio di rotta come conseguenza delle garanzie ottenute, utili agli esponenti della maggioranza per gonfiare il petto millantando la vicenda come un grande successo dello Stato italiano presso le sedi europee.
«L’Italia in questi lunghi mesi di trattative ha fatto in modo che l’Agricoltura e gli agricoltori tornassero al centro del dibattito… Oggi sono tornati ad essere riconosciuti come custodi del territorio e dell’ambiente – ha dichiarato tronfio il ministro Lollobrigida sempre il 9 gennaio, per poi rincarare la dose -. Abbiamo ottenuto come ultimo risultato di abbassare la soglia del meccanismo di salvaguardia dall’8 al 5%, e il rafforzamento del sistema dei controlli per le merci all’ingresso nell’Unione europea».
In buona sostanza, un accordo dalle pesanti ripercussioni economiche e produttive è usato dalla classe dirigente italiana come strumento di propaganda. Nulla di nuovo sotto il sole. Al netto ciò, in cosa consiste esattamente il meccanismo di salvaguardia messo a punto dall’UE e tanto decantato dal ministro dell’Agricoltura? È davvero affidabile per tutelare le piccole e medie imprese in caso di crollo dei prezzi?
In poche parole, qualora le importazioni di prodotti agricoli sensibili aumentassero in media del 5% su un periodo di tre anni, la Commissione dovrebbe avviare un’indagine sulla necessità di attivare misure di protezione, tra cui il ripristino temporaneo dei dazi. Il condizionale è d’obbligo, e con buona pace dello Stato italiano, l’ingresso massiccio di prodotti agricoli concorrenziali dal Sud America non farebbe scattare nessun meccanismo automatico ed eventuali misure protettive andrebbero discusse tra i paesi UE. Davvero poca roba per far dormire sonni tranquilli ai nostri agricoltori, checché ne dica Lollobrigida.
Il governo ha anche rivendicato il proprio ruolo nello spingere la Commissione Europea a «rendere disponibili, già dal 2028, ulteriori 45 miliardi di euro per la PAC» – come dichiarato dal Presidente del Consiglio il 6 gennaio in una nota ufficiale. Peccato che la realtà sia ben diversa. Meloni l’ha volutamente fatta troppo semplice per non inimicarsi ulteriormente un settore già sul piede di guerra. Questi fantomatici 45 miliardi aggiuntivi non esistono: i fondi previsti per la nuova PAC 2028-2034 restano tali e quali. Semplicemente, le risorse a cui ha fatto riferimento il Primo Ministro saranno erogate a partire dal 2028 invece che dal 2031. Si tratta di un anticipo, non di una misura compensativa.
I meccanismi introdotti a tutela dell’agricoltura europea, oltre ad essere poco impattanti, non hanno funzione preventiva, ma si attiverebbero soltanto a emergenza in corso. Come piangere sul latte versato… Lo Stato italiano ha, di fatto, ottenuto molte meno garanzie di quanto voglia far credere. E se il Nord Italia piangerà con un occhio solo, poiché molti prodotti di pregio saranno tutelati, e l’indebolimento dell’agroindustria sarà compensato dalla crescita delle esportazioni manifatturiere, per la Sicilia è tutt’altra musica.
Se l’Unione Europea ha scelto di danneggiare consapevolmente la propria filiera agricola pur di tenere a galla l’industria e il governo italiano ha assunto un approccio cerchiobottista per tenere insieme gli interessi della manifattura del Nord e dei produttori IGP, alla Sicilia non ci ha pensato proprio nessuno.
Non possiamo che schierarci contro un accordo che sa tanto di mazzata finale alla nostra agricoltura, con enormi ricadute sul piano culturale, sociale e demografico. Solidarizzare con gli agricoltori e allevatori in protesta è necessario per difendere un settore che, seppur in crisi da tempo per il predominio delle Gdo e per l’inerzia delle istituzioni nazionali e regionali, resta uno dei capisaldi della società siciliana.
Note:
¹Mineo Gaetano, La controversia su grano canadese: ennesimo fallimento delle politiche Ue in «Il multimediale dell’agricoltura», 1° marzo 2024.
²simulazione per CAPRI model https://www.thecattlesite.com/articles/2990/assessment-of-eu-mercosur-free-trade-agreement



