TRINACRIA

«La nostra violenza è giustizia». Intervista a un militante indipendentista corso

Nel silenzio dei media, nelle ultime settimane la Corsica sta attraversando quello che potrebbe essere un momento di svolta verso l’ottenimento dell’indipendenza. Dall’aggressione al militante corso Yvan Colonna – che lo ha indotto prima in uno stato di coma e poi alla morte – le manifestazioni non si sono mai fermate. Alle mobilitazioni di piazza lo Stato francese ha scelto di rispondere da una parte con una forte repressione, dall’altra con un tentativo di negoziazione sul tema dell’autonomia. Fino a ieri, durante una grande manifestazione ad Ajaccio alla quale hanno partecipato più di diecimila persone, si sono verificati violenti scontri tra manifestanti e polizia. Abbiamo chiesto a Pasquale Picoury, membro del sindacato studentesco Ghjuventù Indipendentista, di raccontarci il suo punto di vista su quanto sta accadendo in questi giorni.

Qual è stata la reazione del movimento indipendentista all’aggressione al prigioniero politico Yvan Colonna? Che tipo di situazione si è creata tra i vari gruppi politici?

Il giorno dopo l’aggressione a Corti si è tenuta una assemblea generale di tutti i gruppi, movimenti, sindacati e partiti politici della Corsica. Lì si è deciso di lavorare tutti insieme per una mobilitazione per la quale sono stati indicati tre punti fondamentali: giustizia e verità per Yvan Colonna, libertà per tutti i prigionieri politici e riconoscimento del popolo corso. Qualche settimana dopo è sbarcato in Corsica il Ministro degli interni francese Darmanin, che ha fatto una promessa - poco chiara - di autonomia per l’isola.
 
Da quel momento il movimento unitario si è fratturato. Gli autonomisti chiedono infatti di fermare la mobilitazione per iniziare un negoziato sull’autonomia. Ma non si sono mica pronunciati su punti come la libertà dei prigionieri politici, l’attuazione dello status di residenza* o il riconoscimento del popolo corso. Per noi sindacati studenteschi nazionalisti, invece, la dichiarazione del Ministro francese è un’affermazione priva di significato. Per noi l’autonomia può essere un passo avanti verso l’indipendenza. Ma l’autonomia deve essere vera: serve un potere legislativo che possa mettere in atto tutte le leggi che vogliamo portare avanti - come quella sulla lingua o sullo status di residente - e un potere giudiziario ed economico per potere finanziare settori diversi dal turismo.
 
In questo momento l’economia corsa vive la dittatura del turismo. Si dovrebbe invece investire sull’agricoltura e sul settore energetico, per esempio. Per questo noi chiediamo un’autonomia come quella prevista dall’articolo 74 della Costituzione francese, dove è previsto che la Nuova Caledonia abbia potere economico e legislativo. La Corsica al momento non ha alcun tipo di autonomia, siamo solamente una Collettività Territoriale Unica, che nella pratica significa che abbiamo un potere economico e legislativo quasi irrilevante. È Parigi che gestisce l’aspetto economico della Corsica e che sta anche gestendo la speculazione edilizia, la cementificazione della nostra isola e i flussi turistici.
 
*Lo status di residenza prevede, da una parte, la priorità nell’acquisto di proprietà per i cittadini corsi e, dall’altra, il pagamento di una tassa extra per chi ha una seconda casa sull’isola. In Corsica c’è un enorme problema rispetto ai beni immobiliari. Con l’aumento eccessivo delle seconde residenze il prezzo degli immobili è salito a dismisura, rendendo impossibile per i giovani corsi l’acquisto di una casa.

Dopo l’aggressione a Yvan Colonna come ha reagito il popolo corso?

La risposta è stata molto forte. La gente ha pensato che se c’è giustizia allora ci deve essere ovunque, anche in carcere. Yvan era un prigioniero con uno status particolare, un sorvegliato speciale. Non è normale che questa aggressione sia potuta avvenire. La dinamica è molto strana, persino in Francia è stata ritenuta strana.
 
Dopo questo evento c’è stata una sorta di presa di coscienza collettiva di tutti i vari gruppi politici: «lo Stato ci ha presi in giro» si è pensato. Mentre noi abbiamo fatto un passo avanti nei confronti dello Stato abbandonando la lotta armata e scegliendo la strada democratica, lo Stato non ha avanzato di un millimetro nella nostra direzione. Sette, otto anni di discorsi, di lavoro per un’autonomia che possa essere una possibilità per la Corsica verso l’indipendenza, si sono frantumati con l’aggressione a un nostro prigioniero politico, una cosa di una gravità mai accaduta prima.
La morte di Yvan è stato un evento catartico, ha svegliato le coscienze.

Da quasi una decina d’anni in Corsica c’è un governo a trazione indipendentista e autonomista. Che bilancio ti senti di fare della partecipazione democratica del movimento indipendentista dentro lo Stato francese?

Otto anni fa gli autonomisti e gli indipendentisti si sono uniti per le elezioni, mantenendo una grande maggioranza, circa il 60% dei voti. Dopo anni di lavoro democratico, durante i quali l’Assemblea della Corsica ha votato per l’amnistia dei prigionieri politici, per lo status di residenza, per il riconoscimento del popolo corso e per l’ufficializzazione della lingua corsa, non si è arrivati da nessuna parte.
 
In due settimane di violenze in Corsica abbiamo avuto risposte come mai in anni di lavoro dentro le istituzioni. Dall’inizio del mandato di Macron, neanche un Ministro è venuto in Corsica. Dopo sole due settimane di violenze l’arrivo del Ministro Darmanin ci ha mandato un messaggio chiaro da parte dello Stato: solo con la violenza è possibile risolvere qualcosa, solo con la forza è possibile portare avanti una rivendicazione; lo Stato ci sta dicendo che la violenza risolve tutto. Come lo spiego ai giovani, agli studenti, a chi magari è disorientato dalla violenza, che bisognerebbe calmare la situazione quando il messaggio che lo Stato manda è che con lui ci vuole la violenza per ottenere qualcosa?
 
Il Fronte di Liberazione Nazionale Corso ha dichiarato terminata la lotta armata nel 2014. La lotta armata era un percorso molto complesso, soprattutto perché generava una repressione molto difficile da gestire. Quando si sono deposte le armi e si è scelto di seguire un processo democratico per la prima volta a Bastia è stato eletto un sindaco nazionalista, Gilles Simeoni di Femu a Corsica. Poi i nazionalisti hanno vinto le elezioni all’Assemblea della Corsica. La deposizione delle armi ha aperto un confronto con lo Stato francese non più basato su un rapporto di forza armato ma politico.
 
Il Fronte la scorsa settimana ha mandato una lettera ai media. Se la Francia non darà una risposta chiara sul tipo di autonomia che è disposta a concedere, e se questa autonomia non sarà funzionale all’ottenimento dell’indipendenza, il Fronte sarà pronto a riprendere le armi per lottare al fianco della gioventù corsa.
 

La Corsica è in fiamme da due settimane. Parlaci un po’ di cosa sta succedendo.

Quando il 3 marzo è stato aggredito Yvan Colonna lo Stato francese ha inviato immediatamente 600 gendarmi in Corsica. Il popolo corso l’ha vista come una dichiarazione di guerra. Già l’aggressione a un nostro fratello in carcere ci aveva fatti arrabbiare, ma l’invio di 600 gendarmi ha creato ancora più rabbia. Due giorni dopo lo Stato ha provato a inviare altri gendarmi, ma abbiamo risposto bloccando i porti. Per la prima volta ho visto lo Stato francese fare marcia indietro: il battello è tornato a Marsiglia. Li hanno fatti ripartire in aereo e atterrare dentro la base militare di Solenzara, dove potevano entrare in Corsica protetti.
 
La prima domenica di manifestazioni a Corti ci sono stati i primi momenti di violenza, con 4 gendarmi e 36 manifestanti feriti. I francesi hanno iniziato a tirare granate a dispersione ad altezza uomo, che per legge dovrebbero esplodere in aria. Ovviamente i giorni successivi hanno detto che i manifestanti sono violenti. La settimana dopo ci sono state molte manifestazioni dei liceali, che lo Stato ha represso molto violentemente. La polizia tirava flashball in piena faccia dei ragazzini. Il nipote di Paul-Felix Benedetti, il leader di Core in Fonte, è stato colpito con una flashball in piena faccia, trascinato a terra e picchiato a colpi di manganello. Aveva una contusione così grave che lo hanno portato a Nizza per operarlo. Quando la madre lo è venuto a cercare il ragazzo non era più cosciente ma la polizia non voleva lasciarlo andare. Hanno detto che un amico gli aveva spaccato una bottiglia in testa. Questa storia ha fatto il giro della Corsica.
 
Domenica scorsa a Bastia ci sono state vere e proprie scene di guerriglia urbana. I manifestanti erano preparati, c’erano circa 15mila persone, e ci sono stati tantissimi feriti tra i poliziotti.
Il giorno dei funerali di Yvan Colonna, i CRS (Compagnies Républicaines de Sécurité) della caserma Furlani hanno cantato la Marseillese, come se stessero festeggiando la sua morte. Per noi corsi i morti vanno rispettati, lo abbiamo visto come una mancanza di rispetto. Da quel momento abbiamo continuato a fare presidi sotto le caserme.
 
Il problema è ciclico: anche se noi volessimo uscire da questo ciclo di violenza non potremmo, perché se le manifestazioni diventassero pacifiche non otterremmo nulla. All’inizio del mandato di Macron a Bastia c’era stata una manifestazione pacifica di più di 15 mila persone per il riconoscimento del popolo corso. Alla protesta Macron aveva risposto che in Corsica non c’è che un popolo, quello francese. Il messaggio che manda lo Stato è pericoloso: se non c’è violenza non vi ascoltiamo.
 
Ma come diceva Eva Peron, «la violenza nelle mani del popolo non è violenza, è giustizia».
 

«La nostra violenza è giustizia». Intervista a un militante indipendentista corso

Nel silenzio dei media, nelle ultime settimane la Corsica sta attraversando quello che potrebbe essere un momento di svolta verso l’ottenimento dell’indipendenza. Dall’aggressione al militante corso Yvan Colonna – che lo ha indotto prima in uno stato di coma e poi alla morte – le manifestazioni non si sono mai fermate. Alle mobilitazioni di piazza lo Stato francese ha scelto di rispondere da una parte con una forte repressione, dall’altra con un tentativo di negoziazione sul tema dell’autonomia. Fino a ieri, durante una grande manifestazione ad Ajaccio alla quale hanno partecipato più di diecimila persone, si sono verificati violenti scontri tra manifestanti e polizia. Abbiamo chiesto a Pasquale Picoury, membro del sindacato studentesco Ghjuventù Indipendentista, di raccontarci il suo punto di vista su quanto sta accadendo in questi giorni.

Qual è stata la reazione del movimento indipendentista all’aggressione al prigioniero politico Yvan Colonna? Che tipo di situazione si è creata tra i vari gruppi politici?

Il giorno dopo l’aggressione a Corti si è tenuta una assemblea generale di tutti i gruppi, movimenti, sindacati e partiti politici della Corsica. Lì si è deciso di lavorare tutti insieme per una mobilitazione per la quale sono stati indicati tre punti fondamentali: giustizia e verità per Yvan Colonna, libertà per tutti i prigionieri politici e riconoscimento del popolo corso. Qualche settimana dopo è sbarcato in Corsica il Ministro degli interni francese Darmanin, che ha fatto una promessa - poco chiara - di autonomia per l’isola.
 
Da quel momento il movimento unitario si è fratturato. Gli autonomisti chiedono infatti di fermare la mobilitazione per iniziare un negoziato sull’autonomia. Ma non si sono mica pronunciati su punti come la libertà dei prigionieri politici, l’attuazione dello status di residenza* o il riconoscimento del popolo corso. Per noi sindacati studenteschi nazionalisti, invece, la dichiarazione del Ministro francese è un’affermazione priva di significato. Per noi l’autonomia può essere un passo avanti verso l’indipendenza. Ma l’autonomia deve essere vera: serve un potere legislativo che possa mettere in atto tutte le leggi che vogliamo portare avanti - come quella sulla lingua o sullo status di residente - e un potere giudiziario ed economico per potere finanziare settori diversi dal turismo.
 
In questo momento l’economia corsa vive la dittatura del turismo. Si dovrebbe invece investire sull’agricoltura e sul settore energetico, per esempio. Per questo noi chiediamo un’autonomia come quella prevista dall’articolo 74 della Costituzione francese, dove è previsto che la Nuova Caledonia abbia potere economico e legislativo. La Corsica al momento non ha alcun tipo di autonomia, siamo solamente una Collettività Territoriale Unica, che nella pratica significa che abbiamo un potere economico e legislativo quasi irrilevante. È Parigi che gestisce l’aspetto economico della Corsica e che sta anche gestendo la speculazione edilizia, la cementificazione della nostra isola e i flussi turistici.
 
*Lo status di residenza prevede, da una parte, la priorità nell’acquisto di proprietà per i cittadini corsi e, dall’altra, il pagamento di una tassa extra per chi ha una seconda casa sull’isola. In Corsica c’è un enorme problema rispetto ai beni immobiliari. Con l’aumento eccessivo delle seconde residenze il prezzo degli immobili è salito a dismisura, rendendo impossibile per i giovani corsi l’acquisto di una casa.

Dopo l’aggressione a Yvan Colonna come ha reagito il popolo corso?

La risposta è stata molto forte. La gente ha pensato che se c’è giustizia allora ci deve essere ovunque, anche in carcere. Yvan era un prigioniero con uno status particolare, un sorvegliato speciale. Non è normale che questa aggressione sia potuta avvenire. La dinamica è molto strana, persino in Francia è stata ritenuta strana.
 
Dopo questo evento c’è stata una sorta di presa di coscienza collettiva di tutti i vari gruppi politici: «lo Stato ci ha presi in giro» si è pensato. Mentre noi abbiamo fatto un passo avanti nei confronti dello Stato abbandonando la lotta armata e scegliendo la strada democratica, lo Stato non ha avanzato di un millimetro nella nostra direzione. Sette, otto anni di discorsi, di lavoro per un’autonomia che possa essere una possibilità per la Corsica verso l’indipendenza, si sono frantumati con l’aggressione a un nostro prigioniero politico, una cosa di una gravità mai accaduta prima.
La morte di Yvan è stato un evento catartico, ha svegliato le coscienze.

Da quasi una decina d’anni in Corsica c’è un governo a trazione indipendentista e autonomista. Che bilancio ti senti di fare della partecipazione democratica del movimento indipendentista dentro lo Stato francese?

Otto anni fa gli autonomisti e gli indipendentisti si sono uniti per le elezioni, mantenendo una grande maggioranza, circa il 60% dei voti. Dopo anni di lavoro democratico, durante i quali l’Assemblea della Corsica ha votato per l’amnistia dei prigionieri politici, per lo status di residenza, per il riconoscimento del popolo corso e per l’ufficializzazione della lingua corsa, non si è arrivati da nessuna parte.
 
In due settimane di violenze in Corsica abbiamo avuto risposte come mai in anni di lavoro dentro le istituzioni. Dall’inizio del mandato di Macron, neanche un Ministro è venuto in Corsica. Dopo sole due settimane di violenze l’arrivo del Ministro Darmanin ci ha mandato un messaggio chiaro da parte dello Stato: solo con la violenza è possibile risolvere qualcosa, solo con la forza è possibile portare avanti una rivendicazione; lo Stato ci sta dicendo che la violenza risolve tutto. Come lo spiego ai giovani, agli studenti, a chi magari è disorientato dalla violenza, che bisognerebbe calmare la situazione quando il messaggio che lo Stato manda è che con lui ci vuole la violenza per ottenere qualcosa?
 
Il Fronte di Liberazione Nazionale Corso ha dichiarato terminata la lotta armata nel 2014. La lotta armata era un percorso molto complesso, soprattutto perché generava una repressione molto difficile da gestire. Quando si sono deposte le armi e si è scelto di seguire un processo democratico per la prima volta a Bastia è stato eletto un sindaco nazionalista, Gilles Simeoni di Femu a Corsica. Poi i nazionalisti hanno vinto le elezioni all’Assemblea della Corsica. La deposizione delle armi ha aperto un confronto con lo Stato francese non più basato su un rapporto di forza armato ma politico.
 
Il Fronte la scorsa settimana ha mandato una lettera ai media. Se la Francia non darà una risposta chiara sul tipo di autonomia che è disposta a concedere, e se questa autonomia non sarà funzionale all’ottenimento dell’indipendenza, il Fronte sarà pronto a riprendere le armi per lottare al fianco della gioventù corsa.
 

La Corsica è in fiamme da due settimane. Parlaci un po’ di cosa sta succedendo.

Quando il 3 marzo è stato aggredito Yvan Colonna lo Stato francese ha inviato immediatamente 600 gendarmi in Corsica. Il popolo corso l’ha vista come una dichiarazione di guerra. Già l’aggressione a un nostro fratello in carcere ci aveva fatti arrabbiare, ma l’invio di 600 gendarmi ha creato ancora più rabbia. Due giorni dopo lo Stato ha provato a inviare altri gendarmi, ma abbiamo risposto bloccando i porti. Per la prima volta ho visto lo Stato francese fare marcia indietro: il battello è tornato a Marsiglia. Li hanno fatti ripartire in aereo e atterrare dentro la base militare di Solenzara, dove potevano entrare in Corsica protetti.
 
La prima domenica di manifestazioni a Corti ci sono stati i primi momenti di violenza, con 4 gendarmi e 36 manifestanti feriti. I francesi hanno iniziato a tirare granate a dispersione ad altezza uomo, che per legge dovrebbero esplodere in aria. Ovviamente i giorni successivi hanno detto che i manifestanti sono violenti. La settimana dopo ci sono state molte manifestazioni dei liceali, che lo Stato ha represso molto violentemente. La polizia tirava flashball in piena faccia dei ragazzini. Il nipote di Paul-Felix Benedetti, il leader di Core in Fonte, è stato colpito con una flashball in piena faccia, trascinato a terra e picchiato a colpi di manganello. Aveva una contusione così grave che lo hanno portato a Nizza per operarlo. Quando la madre lo è venuto a cercare il ragazzo non era più cosciente ma la polizia non voleva lasciarlo andare. Hanno detto che un amico gli aveva spaccato una bottiglia in testa. Questa storia ha fatto il giro della Corsica.
 
Domenica scorsa a Bastia ci sono state vere e proprie scene di guerriglia urbana. I manifestanti erano preparati, c’erano circa 15mila persone, e ci sono stati tantissimi feriti tra i poliziotti.
Il giorno dei funerali di Yvan Colonna, i CRS (Compagnies Républicaines de Sécurité) della caserma Furlani hanno cantato la Marseillese, come se stessero festeggiando la sua morte. Per noi corsi i morti vanno rispettati, lo abbiamo visto come una mancanza di rispetto. Da quel momento abbiamo continuato a fare presidi sotto le caserme.
 
Il problema è ciclico: anche se noi volessimo uscire da questo ciclo di violenza non potremmo, perché se le manifestazioni diventassero pacifiche non otterremmo nulla. All’inizio del mandato di Macron a Bastia c’era stata una manifestazione pacifica di più di 15 mila persone per il riconoscimento del popolo corso. Alla protesta Macron aveva risposto che in Corsica non c’è che un popolo, quello francese. Il messaggio che manda lo Stato è pericoloso: se non c’è violenza non vi ascoltiamo.
 
Ma come diceva Eva Peron, «la violenza nelle mani del popolo non è violenza, è giustizia».
 

«La nostra violenza è giustizia». Intervista a un militante indipendentista corso

Nel silenzio dei media, nelle ultime settimane la Corsica sta attraversando quello che potrebbe essere un momento di svolta verso l’ottenimento dell’indipendenza. Dall’aggressione al militante corso Yvan Colonna – che lo ha indotto prima in uno stato di coma e poi alla morte – le manifestazioni non si sono mai fermate. Alle mobilitazioni di piazza lo Stato francese ha scelto di rispondere da una parte con una forte repressione, dall’altra con un tentativo di negoziazione sul tema dell’autonomia. Fino a ieri, durante una grande manifestazione ad Ajaccio alla quale hanno partecipato più di diecimila persone, si sono verificati violenti scontri tra manifestanti e polizia. Abbiamo chiesto a Pasquale Picoury, membro del sindacato studentesco Ghjuventù Indipendentista, di raccontarci il suo punto di vista su quanto sta accadendo in questi giorni.

Qual è stata la reazione del movimento indipendentista all’aggressione al prigioniero politico Yvan Colonna? Che tipo di situazione si è creata tra i vari gruppi politici?

Il giorno dopo l’aggressione a Corti si è tenuta una assemblea generale di tutti i gruppi, movimenti, sindacati e partiti politici della Corsica. Lì si è deciso di lavorare tutti insieme per una mobilitazione per la quale sono stati indicati tre punti fondamentali: giustizia e verità per Yvan Colonna, libertà per tutti i prigionieri politici e riconoscimento del popolo corso. Qualche settimana dopo è sbarcato in Corsica il Ministro degli interni francese Darmanin, che ha fatto una promessa - poco chiara - di autonomia per l’isola.
 
Da quel momento il movimento unitario si è fratturato. Gli autonomisti chiedono infatti di fermare la mobilitazione per iniziare un negoziato sull’autonomia. Ma non si sono mica pronunciati su punti come la libertà dei prigionieri politici, l’attuazione dello status di residenza* o il riconoscimento del popolo corso. Per noi sindacati studenteschi nazionalisti, invece, la dichiarazione del Ministro francese è un’affermazione priva di significato. Per noi l’autonomia può essere un passo avanti verso l’indipendenza. Ma l’autonomia deve essere vera: serve un potere legislativo che possa mettere in atto tutte le leggi che vogliamo portare avanti - come quella sulla lingua o sullo status di residente - e un potere giudiziario ed economico per potere finanziare settori diversi dal turismo.
 
In questo momento l’economia corsa vive la dittatura del turismo. Si dovrebbe invece investire sull’agricoltura e sul settore energetico, per esempio. Per questo noi chiediamo un’autonomia come quella prevista dall’articolo 74 della Costituzione francese, dove è previsto che la Nuova Caledonia abbia potere economico e legislativo. La Corsica al momento non ha alcun tipo di autonomia, siamo solamente una Collettività Territoriale Unica, che nella pratica significa che abbiamo un potere economico e legislativo quasi irrilevante. È Parigi che gestisce l’aspetto economico della Corsica e che sta anche gestendo la speculazione edilizia, la cementificazione della nostra isola e i flussi turistici.
 
*Lo status di residenza prevede, da una parte, la priorità nell’acquisto di proprietà per i cittadini corsi e, dall’altra, il pagamento di una tassa extra per chi ha una seconda casa sull’isola. In Corsica c’è un enorme problema rispetto ai beni immobiliari. Con l’aumento eccessivo delle seconde residenze il prezzo degli immobili è salito a dismisura, rendendo impossibile per i giovani corsi l’acquisto di una casa.

Dopo l’aggressione a Yvan Colonna come ha reagito il popolo corso?

La risposta è stata molto forte. La gente ha pensato che se c’è giustizia allora ci deve essere ovunque, anche in carcere. Yvan era un prigioniero con uno status particolare, un sorvegliato speciale. Non è normale che questa aggressione sia potuta avvenire. La dinamica è molto strana, persino in Francia è stata ritenuta strana.
 
Dopo questo evento c’è stata una sorta di presa di coscienza collettiva di tutti i vari gruppi politici: «lo Stato ci ha presi in giro» si è pensato. Mentre noi abbiamo fatto un passo avanti nei confronti dello Stato abbandonando la lotta armata e scegliendo la strada democratica, lo Stato non ha avanzato di un millimetro nella nostra direzione. Sette, otto anni di discorsi, di lavoro per un’autonomia che possa essere una possibilità per la Corsica verso l’indipendenza, si sono frantumati con l’aggressione a un nostro prigioniero politico, una cosa di una gravità mai accaduta prima.
La morte di Yvan è stato un evento catartico, ha svegliato le coscienze.

Da quasi una decina d’anni in Corsica c’è un governo a trazione indipendentista e autonomista. Che bilancio ti senti di fare della partecipazione democratica del movimento indipendentista dentro lo Stato francese?

Otto anni fa gli autonomisti e gli indipendentisti si sono uniti per le elezioni, mantenendo una grande maggioranza, circa il 60% dei voti. Dopo anni di lavoro democratico, durante i quali l’Assemblea della Corsica ha votato per l’amnistia dei prigionieri politici, per lo status di residenza, per il riconoscimento del popolo corso e per l’ufficializzazione della lingua corsa, non si è arrivati da nessuna parte.
 
In due settimane di violenze in Corsica abbiamo avuto risposte come mai in anni di lavoro dentro le istituzioni. Dall’inizio del mandato di Macron, neanche un Ministro è venuto in Corsica. Dopo sole due settimane di violenze l’arrivo del Ministro Darmanin ci ha mandato un messaggio chiaro da parte dello Stato: solo con la violenza è possibile risolvere qualcosa, solo con la forza è possibile portare avanti una rivendicazione; lo Stato ci sta dicendo che la violenza risolve tutto. Come lo spiego ai giovani, agli studenti, a chi magari è disorientato dalla violenza, che bisognerebbe calmare la situazione quando il messaggio che lo Stato manda è che con lui ci vuole la violenza per ottenere qualcosa?
 
Il Fronte di Liberazione Nazionale Corso ha dichiarato terminata la lotta armata nel 2014. La lotta armata era un percorso molto complesso, soprattutto perché generava una repressione molto difficile da gestire. Quando si sono deposte le armi e si è scelto di seguire un processo democratico per la prima volta a Bastia è stato eletto un sindaco nazionalista, Gilles Simeoni di Femu a Corsica. Poi i nazionalisti hanno vinto le elezioni all’Assemblea della Corsica. La deposizione delle armi ha aperto un confronto con lo Stato francese non più basato su un rapporto di forza armato ma politico.
 
Il Fronte la scorsa settimana ha mandato una lettera ai media. Se la Francia non darà una risposta chiara sul tipo di autonomia che è disposta a concedere, e se questa autonomia non sarà funzionale all’ottenimento dell’indipendenza, il Fronte sarà pronto a riprendere le armi per lottare al fianco della gioventù corsa.
 

La Corsica è in fiamme da due settimane. Parlaci un po’ di cosa sta succedendo.

Quando il 3 marzo è stato aggredito Yvan Colonna lo Stato francese ha inviato immediatamente 600 gendarmi in Corsica. Il popolo corso l’ha vista come una dichiarazione di guerra. Già l’aggressione a un nostro fratello in carcere ci aveva fatti arrabbiare, ma l’invio di 600 gendarmi ha creato ancora più rabbia. Due giorni dopo lo Stato ha provato a inviare altri gendarmi, ma abbiamo risposto bloccando i porti. Per la prima volta ho visto lo Stato francese fare marcia indietro: il battello è tornato a Marsiglia. Li hanno fatti ripartire in aereo e atterrare dentro la base militare di Solenzara, dove potevano entrare in Corsica protetti.
 
La prima domenica di manifestazioni a Corti ci sono stati i primi momenti di violenza, con 4 gendarmi e 36 manifestanti feriti. I francesi hanno iniziato a tirare granate a dispersione ad altezza uomo, che per legge dovrebbero esplodere in aria. Ovviamente i giorni successivi hanno detto che i manifestanti sono violenti. La settimana dopo ci sono state molte manifestazioni dei liceali, che lo Stato ha represso molto violentemente. La polizia tirava flashball in piena faccia dei ragazzini. Il nipote di Paul-Felix Benedetti, il leader di Core in Fonte, è stato colpito con una flashball in piena faccia, trascinato a terra e picchiato a colpi di manganello. Aveva una contusione così grave che lo hanno portato a Nizza per operarlo. Quando la madre lo è venuto a cercare il ragazzo non era più cosciente ma la polizia non voleva lasciarlo andare. Hanno detto che un amico gli aveva spaccato una bottiglia in testa. Questa storia ha fatto il giro della Corsica.
 
Domenica scorsa a Bastia ci sono state vere e proprie scene di guerriglia urbana. I manifestanti erano preparati, c’erano circa 15mila persone, e ci sono stati tantissimi feriti tra i poliziotti.
Il giorno dei funerali di Yvan Colonna, i CRS (Compagnies Républicaines de Sécurité) della caserma Furlani hanno cantato la Marseillese, come se stessero festeggiando la sua morte. Per noi corsi i morti vanno rispettati, lo abbiamo visto come una mancanza di rispetto. Da quel momento abbiamo continuato a fare presidi sotto le caserme.
 
Il problema è ciclico: anche se noi volessimo uscire da questo ciclo di violenza non potremmo, perché se le manifestazioni diventassero pacifiche non otterremmo nulla. All’inizio del mandato di Macron a Bastia c’era stata una manifestazione pacifica di più di 15 mila persone per il riconoscimento del popolo corso. Alla protesta Macron aveva risposto che in Corsica non c’è che un popolo, quello francese. Il messaggio che manda lo Stato è pericoloso: se non c’è violenza non vi ascoltiamo.
 
Ma come diceva Eva Peron, «la violenza nelle mani del popolo non è violenza, è giustizia».