TRINACRIA

Transizione ecologica in Sicilia

Il Recovery Plan, che dovrebbe indicare come verranno stanziati e utilizzati i fondi del Next Generation Europe in Italia, si sta configurando come la svolta decisiva verso l’avvento del capitalismo verde. Dei 221,5 complessivi, 57 miliardi di euro sono destinati alla transizione energetica. 
L’insostenibilità della produzione di energia da fonti fossili è ormai appurata; se si vuole continuare a produrre, bisogna cambiare fonti. Serve passare alle rinnovabili. Questa necessità impellente è dimostrata dalla formazione di un nuovo Ministero tra quelli del Governo Draghi: quello per la Transizione Ecologica. Il Ministero è presieduto da Roberto Cingolani, uno dei più alti manager della Leonardo, realtà industriale globale impegnata nella produzione di alte tecnologie destinate all’uso bellico. 

Fin dalle prime ore il Ministro ha rivelato la vera faccia del suo operato. La prima azione concreta del neonato Ministero è stata infatti l’autorizzazione di 20 nuovi pozzi, bloccati da anni in attesa delle VIA. Le Valutazioni di Impatto Ambientale hanno autorizzato nuove trivellazioni per sfruttare i giacimenti nazionali di gas fossile e petrolio. Dei 20 progetti, uno interessa la Sicilia, nella costa tra Licata e Gela. Un progetto di trivellazioni presentato da Eni, che prevede l’estrazione di gas metano a mare e la raffinazione dello stesso nella “convertita” raffineria di Gela.  
Una presentazione non troppo rassicurante di Cingolani e della sua squadra. Ma anche volendo dare il beneficio del dubbio al Ministero rispetto alla sua reale volontà di virare verso il green, bisogna tenere contro di almeno due questioni problematiche.

 

1) Non serve a nulla fare un passo avanti se si è mille passi indietro

La transizione energetica non cancella gli ultimi 100 anni di devastazione ambientale che le corporation del fossile hanno prodotto sui territori. La storia dell’industria chimica e del petrolio in Sicilia, in generale la storia delle estrazioni e delle devastazioni ambientali e sociali che produce, è legata a quella dei grandi piani di investimento pubblico e all’idea che l’estrazione del fossile sia un nodo geopolitico su cui costruire le varie forme di contrattazione di potere nel Mediterraneo da parte dell’Italia. Il tutto ovviamente in un’area che è comunque considerata sacrificabile, in cui si potevano localizzare tranquillamente attività a elevatissimo rischio ambientale. Tutta la storia del progresso è guidata dal principio che l’accumulazione non debba completamente porsi il problema della ricaduta che hanno attività produttive, che lo sviluppo sia la finalità primaria di una comunità. Questa storia ha come motore il ricatto occupazionale, per cui solo le grandi imprese petrolifere avrebbero potuto salvare la società locale. 

La stessa narrazione si è riproposta recentemente, quando sono stati presentati i primi progetti di riconversione. I poli petrolchimici entrano in crisi e chiudono, lasciando totale devastazione; nel frattempo, si impongono i progetti di riconversione e lo stesso modello riparte, questa volta però il territorio è del tutto espropriato. Tutto ciò mentre esiste una chiara linea di continuità nell’invocazione, da parte delle multinazionali del petrolio dell’investimento pubblico, per garantire le stesse dinamiche di profitto e per realizzare le opere di bonifica. La sacrificabilità dei territori rimane una costante. I territori come la Sicilia stanno su quello che è definito nel dibattito decoloniale il margine. Sono quindi sono sacrificabili. Sono sacrificabili le vite di chi li abita, la biosfera locale e il contesto paesaggistico. Tutto è sacrificabile perché il modello di sviluppo è indiscutibile.

Volendo prendere ad esempio l’operato di Eni sui territori siciliani, registriamo negli ultimi 70 anni danni agli ecosistemi e alle comunità, probabilmente non facilmente recuperabili. A Gela in 15 anni sono nati 450 bambini malformati. Nemmeno a Taranto, una delle aree più inquinate del Continente, si arriva a queste cifre. La città siciliana ha numeri che non hanno pari in Italia e in Europa. Le tipologie di inquinamento specifiche di alcune aree sono assolutamente uniche in Sicilia. Sia a Gela che ad Augusta e Melilli ci sono livelli di percolazione unici per profondità; il tasso di mercurio che sta sui fondali della baia di Augusta è il più alto del pianeta. 
Annunciare la rivoluzione green cancellerà le nocività dai nostri territori? Temiamo proprio di no, soprattutto se i milioni stanziati per le opere di bonifica vengono assegnati a Eni che, come ha dimostrato il recente sequestro da parte della procura di Gela della società Eni Rewinds s.p.a, instasca i fondi senza fare nessuna reale bonifica e riconversione. 

 

2) Le parole sono vuote se non le si riempie di significato

La seconda questione si inquadra meglio se la si pone in forma interrogativa: cosa vuol dire fare la transizione ecologica? Prendendo il caso siciliano è possibile avere una diapositiva chiara di come questo processo investirà il territorio. Negli ultimi mesi sono stati presentati centinaia di progetti per parchi eolici e fotovoltaici; c’è chi l’ha definito il "Supermarket Sicilia" per le centinaia di proposte di investimento sulla produzione di energia - il tutto senza nessuna regolamentazione. La Regione Siciliana un piano per impedire i mega-impianti ce l'avrebbe anche. L'aveva redatto Alberto Pierobon, l'assessore regionale all'Energia: ma il documento - che prevedeva uno stop alle strutture troppo grandi, privilegiava gli impianti sui tetti e individuava 260 miniere e 200 discariche abbandonate per quelli a terra - è rimasto nel cassetto, mai approvato. Condizione perfetta per i privati: senza piano, affari folli per tutti! E così che la Sicilia, la terra del mare, del sole e del vento si presenta come una golosa torta, di cui tutti vogliono accaparrarsi una fetta.  

Esempio calzante per comprendere come la transizione ecologica altro non sarà che una nuova fase di accumulazione estrattiva sui nostri territori è la presentazione del Progetto per un mega parco eolico a largo delle isole Egadi. Un progetto per energia sostenibile, pensato con modalità insostenibili e predatorie per il territorio. Il progetto è stato presentato nell’autunno dello scorso anno dalla società Renexia S.p.A e la sua realizzazione prevede un investimento di 9 miliardi di euro. Situato a 60 km dalla terraferma e a 27km da Marettimo, esso diventerebbe il parco eolico più grande d’Europa. 
Fin dai primi giorni le comunità delle isole Egadi e della provincia di Trapani, insieme a diverse realtà ecologiste (esclusa, chiaramente, Legambiente) si sono mobilitate contro l’ipotesi di costruzione dell’impianto presentando le proprie osservazioni. L’impatto previsto è estremamente forte, ma ciò non stupisce dato che si tratta della costruzione – appena fuori dall’area marina protetta di Favignana – di 190 turbine galleggianti (fissate tramite cavi, ma non ancorate al fondale marino), ciascuna distante 3,5 km l’una dall’altra, alte ognuna 275m, per un’estensione su uno specchio d’acqua di oltre 18 milioni di metri quadrati.
Un’opera dalle dimensioni gigantesche, che però non porterà nessun beneficio al territorio dove sorgerà: niente posti di lavoro, niente royalties e, in più, l’energia prodotto verrà esportata.

 

Giustizia climatica è giustizia sociale

Provando a tirare le somme, questa “rivoluzione” verde, in Sicilia, di rivoluzionario non avrà proprio nulla. Il ruolo dei territori siciliani all’interno dello scacchiere geopolitico rimane lo stesso: terra di estrattivismo ed espropriazione di risorse. Se prima si tirava fuori il petrolio, oggi si punta al sole e al vento. Nessun investimento per le infrastrutture, nulla per la messa in sicurezza dei territori che tanto ha a che fare con la crisi ecologica che il loro modello di sviluppo ha creato – i morti di Catania di questi ultimi giorni lo testimoniano.

Non abbiamo bisogno di altra devastazione, di altra desertificazione. Non ci basta leggere la parola «rinnovabile» al posto di «fossile», per sentirci rassicurati. Abbiamo bisogno del protagonismo delle comunità per immaginare un modo di produrre che sia veramente in sintonia con i territori e che freni l’emigrazione dalla nostra terra che è tutt’oggi – a 150 anni dall’Unità d’Italia – il problema più grave che viviamo.
Più volte i territori si sono opposti a questo genere di opere e sono stati accusati di egoismo. La Sicilia ha le migliori condizioni per produrre energia solare, non può non asservirsi al fotovoltaico. Il passaggio alle rinnovabili è una scelta fatta per il “bene comune”, e chi la combatte offende e osteggia il bene di tutti. Ma c’è da chiedersi, il bene comune di chi? Rispondiamo senza giri di parole: dei privati e dei loro referenti politici. Liberare i nostri territori dalla loro presenza è la posta in gioco nella battaglia tra morte e sopravvivenza. 
Annullare lo sfruttamento e le diseguaglianze tra i territori, rendere attrici le comunità locali, significa coltivare il benessere dei territori e di chi li abita. Fare il contrario, invece, sovraccaricando specifici luoghi della responsabilità di una presunta salvezza collettiva, significa solo alimentare il divario tra chi si vede sottratte le proprie risorse e chi, tali risorse, le consuma e le utilizza per trarne profitto.

Transizione ecologica in Sicilia

Il Recovery Plan, che dovrebbe indicare come verranno stanziati e utilizzati i fondi del Next Generation Europe in Italia, si sta configurando come la svolta decisiva verso l’avvento del capitalismo verde. Dei 221,5 complessivi, 57 miliardi di euro sono destinati alla transizione energetica. 
L’insostenibilità della produzione di energia da fonti fossili è ormai appurata; se si vuole continuare a produrre, bisogna cambiare fonti. Serve passare alle rinnovabili. Questa necessità impellente è dimostrata dalla formazione di un nuovo Ministero tra quelli del Governo Draghi: quello per la Transizione Ecologica. Il Ministero è presieduto da Roberto Cingolani, uno dei più alti manager della Leonardo, realtà industriale globale impegnata nella produzione di alte tecnologie destinate all’uso bellico. 

Fin dalle prime ore il Ministro ha rivelato la vera faccia del suo operato. La prima azione concreta del neonato Ministero è stata infatti l’autorizzazione di 20 nuovi pozzi, bloccati da anni in attesa delle VIA. Le Valutazioni di Impatto Ambientale hanno autorizzato nuove trivellazioni per sfruttare i giacimenti nazionali di gas fossile e petrolio. Dei 20 progetti, uno interessa la Sicilia, nella costa tra Licata e Gela. Un progetto di trivellazioni presentato da Eni, che prevede l’estrazione di gas metano a mare e la raffinazione dello stesso nella “convertita” raffineria di Gela.  
Una presentazione non troppo rassicurante di Cingolani e della sua squadra. Ma anche volendo dare il beneficio del dubbio al Ministero rispetto alla sua reale volontà di virare verso il green, bisogna tenere contro di almeno due questioni problematiche.

 

1) Non serve a nulla fare un passo avanti se si è mille passi indietro

La transizione energetica non cancella gli ultimi 100 anni di devastazione ambientale che le corporation del fossile hanno prodotto sui territori. La storia dell’industria chimica e del petrolio in Sicilia, in generale la storia delle estrazioni e delle devastazioni ambientali e sociali che produce, è legata a quella dei grandi piani di investimento pubblico e all’idea che l’estrazione del fossile sia un nodo geopolitico su cui costruire le varie forme di contrattazione di potere nel Mediterraneo da parte dell’Italia. Il tutto ovviamente in un’area che è comunque considerata sacrificabile, in cui si potevano localizzare tranquillamente attività a elevatissimo rischio ambientale. Tutta la storia del progresso è guidata dal principio che l’accumulazione non debba completamente porsi il problema della ricaduta che hanno attività produttive, che lo sviluppo sia la finalità primaria di una comunità. Questa storia ha come motore il ricatto occupazionale, per cui solo le grandi imprese petrolifere avrebbero potuto salvare la società locale. 

La stessa narrazione si è riproposta recentemente, quando sono stati presentati i primi progetti di riconversione. I poli petrolchimici entrano in crisi e chiudono, lasciando totale devastazione; nel frattempo, si impongono i progetti di riconversione e lo stesso modello riparte, questa volta però il territorio è del tutto espropriato. Tutto ciò mentre esiste una chiara linea di continuità nell’invocazione, da parte delle multinazionali del petrolio dell’investimento pubblico, per garantire le stesse dinamiche di profitto e per realizzare le opere di bonifica. La sacrificabilità dei territori rimane una costante. I territori come la Sicilia stanno su quello che è definito nel dibattito decoloniale il margine. Sono quindi sono sacrificabili. Sono sacrificabili le vite di chi li abita, la biosfera locale e il contesto paesaggistico. Tutto è sacrificabile perché il modello di sviluppo è indiscutibile.

Volendo prendere ad esempio l’operato di Eni sui territori siciliani, registriamo negli ultimi 70 anni danni agli ecosistemi e alle comunità, probabilmente non facilmente recuperabili. A Gela in 15 anni sono nati 450 bambini malformati. Nemmeno a Taranto, una delle aree più inquinate del Continente, si arriva a queste cifre. La città siciliana ha numeri che non hanno pari in Italia e in Europa. Le tipologie di inquinamento specifiche di alcune aree sono assolutamente uniche in Sicilia. Sia a Gela che ad Augusta e Melilli ci sono livelli di percolazione unici per profondità; il tasso di mercurio che sta sui fondali della baia di Augusta è il più alto del pianeta. 
Annunciare la rivoluzione green cancellerà le nocività dai nostri territori? Temiamo proprio di no, soprattutto se i milioni stanziati per le opere di bonifica vengono assegnati a Eni che, come ha dimostrato il recente sequestro da parte della procura di Gela della società Eni Rewinds s.p.a, instasca i fondi senza fare nessuna reale bonifica e riconversione. 

 

2) Le parole sono vuote se non le si riempie di significato

La seconda questione si inquadra meglio se la si pone in forma interrogativa: cosa vuol dire fare la transizione ecologica? Prendendo il caso siciliano è possibile avere una diapositiva chiara di come questo processo investirà il territorio. Negli ultimi mesi sono stati presentati centinaia di progetti per parchi eolici e fotovoltaici; c’è chi l’ha definito il "Supermarket Sicilia" per le centinaia di proposte di investimento sulla produzione di energia - il tutto senza nessuna regolamentazione. La Regione Siciliana un piano per impedire i mega-impianti ce l'avrebbe anche. L'aveva redatto Alberto Pierobon, l'assessore regionale all'Energia: ma il documento - che prevedeva uno stop alle strutture troppo grandi, privilegiava gli impianti sui tetti e individuava 260 miniere e 200 discariche abbandonate per quelli a terra - è rimasto nel cassetto, mai approvato. Condizione perfetta per i privati: senza piano, affari folli per tutti! E così che la Sicilia, la terra del mare, del sole e del vento si presenta come una golosa torta, di cui tutti vogliono accaparrarsi una fetta.  

Esempio calzante per comprendere come la transizione ecologica altro non sarà che una nuova fase di accumulazione estrattiva sui nostri territori è la presentazione del Progetto per un mega parco eolico a largo delle isole Egadi. Un progetto per energia sostenibile, pensato con modalità insostenibili e predatorie per il territorio. Il progetto è stato presentato nell’autunno dello scorso anno dalla società Renexia S.p.A e la sua realizzazione prevede un investimento di 9 miliardi di euro. Situato a 60 km dalla terraferma e a 27km da Marettimo, esso diventerebbe il parco eolico più grande d’Europa. 
Fin dai primi giorni le comunità delle isole Egadi e della provincia di Trapani, insieme a diverse realtà ecologiste (esclusa, chiaramente, Legambiente) si sono mobilitate contro l’ipotesi di costruzione dell’impianto presentando le proprie osservazioni. L’impatto previsto è estremamente forte, ma ciò non stupisce dato che si tratta della costruzione – appena fuori dall’area marina protetta di Favignana – di 190 turbine galleggianti (fissate tramite cavi, ma non ancorate al fondale marino), ciascuna distante 3,5 km l’una dall’altra, alte ognuna 275m, per un’estensione su uno specchio d’acqua di oltre 18 milioni di metri quadrati.
Un’opera dalle dimensioni gigantesche, che però non porterà nessun beneficio al territorio dove sorgerà: niente posti di lavoro, niente royalties e, in più, l’energia prodotto verrà esportata.

 

Giustizia climatica è giustizia sociale

Provando a tirare le somme, questa “rivoluzione” verde, in Sicilia, di rivoluzionario non avrà proprio nulla. Il ruolo dei territori siciliani all’interno dello scacchiere geopolitico rimane lo stesso: terra di estrattivismo ed espropriazione di risorse. Se prima si tirava fuori il petrolio, oggi si punta al sole e al vento. Nessun investimento per le infrastrutture, nulla per la messa in sicurezza dei territori che tanto ha a che fare con la crisi ecologica che il loro modello di sviluppo ha creato – i morti di Catania di questi ultimi giorni lo testimoniano.

Non abbiamo bisogno di altra devastazione, di altra desertificazione. Non ci basta leggere la parola «rinnovabile» al posto di «fossile», per sentirci rassicurati. Abbiamo bisogno del protagonismo delle comunità per immaginare un modo di produrre che sia veramente in sintonia con i territori e che freni l’emigrazione dalla nostra terra che è tutt’oggi – a 150 anni dall’Unità d’Italia – il problema più grave che viviamo.
Più volte i territori si sono opposti a questo genere di opere e sono stati accusati di egoismo. La Sicilia ha le migliori condizioni per produrre energia solare, non può non asservirsi al fotovoltaico. Il passaggio alle rinnovabili è una scelta fatta per il “bene comune”, e chi la combatte offende e osteggia il bene di tutti. Ma c’è da chiedersi, il bene comune di chi? Rispondiamo senza giri di parole: dei privati e dei loro referenti politici. Liberare i nostri territori dalla loro presenza è la posta in gioco nella battaglia tra morte e sopravvivenza. 
Annullare lo sfruttamento e le diseguaglianze tra i territori, rendere attrici le comunità locali, significa coltivare il benessere dei territori e di chi li abita. Fare il contrario, invece, sovraccaricando specifici luoghi della responsabilità di una presunta salvezza collettiva, significa solo alimentare il divario tra chi si vede sottratte le proprie risorse e chi, tali risorse, le consuma e le utilizza per trarne profitto.

Transizione ecologica in Sicilia

Il Recovery Plan, che dovrebbe indicare come verranno stanziati e utilizzati i fondi del Next Generation Europe in Italia, si sta configurando come la svolta decisiva verso l’avvento del capitalismo verde. Dei 221,5 complessivi, 57 miliardi di euro sono destinati alla transizione energetica. 
L’insostenibilità della produzione di energia da fonti fossili è ormai appurata; se si vuole continuare a produrre, bisogna cambiare fonti. Serve passare alle rinnovabili. Questa necessità impellente è dimostrata dalla formazione di un nuovo Ministero tra quelli del Governo Draghi: quello per la Transizione Ecologica. Il Ministero è presieduto da Roberto Cingolani, uno dei più alti manager della Leonardo, realtà industriale globale impegnata nella produzione di alte tecnologie destinate all’uso bellico. 

Fin dalle prime ore il Ministro ha rivelato la vera faccia del suo operato. La prima azione concreta del neonato Ministero è stata infatti l’autorizzazione di 20 nuovi pozzi, bloccati da anni in attesa delle VIA. Le Valutazioni di Impatto Ambientale hanno autorizzato nuove trivellazioni per sfruttare i giacimenti nazionali di gas fossile e petrolio. Dei 20 progetti, uno interessa la Sicilia, nella costa tra Licata e Gela. Un progetto di trivellazioni presentato da Eni, che prevede l’estrazione di gas metano a mare e la raffinazione dello stesso nella “convertita” raffineria di Gela.  
Una presentazione non troppo rassicurante di Cingolani e della sua squadra. Ma anche volendo dare il beneficio del dubbio al Ministero rispetto alla sua reale volontà di virare verso il green, bisogna tenere contro di almeno due questioni problematiche.

 

1) Non serve a nulla fare un passo avanti se si è mille passi indietro

La transizione energetica non cancella gli ultimi 100 anni di devastazione ambientale che le corporation del fossile hanno prodotto sui territori. La storia dell’industria chimica e del petrolio in Sicilia, in generale la storia delle estrazioni e delle devastazioni ambientali e sociali che produce, è legata a quella dei grandi piani di investimento pubblico e all’idea che l’estrazione del fossile sia un nodo geopolitico su cui costruire le varie forme di contrattazione di potere nel Mediterraneo da parte dell’Italia. Il tutto ovviamente in un’area che è comunque considerata sacrificabile, in cui si potevano localizzare tranquillamente attività a elevatissimo rischio ambientale. Tutta la storia del progresso è guidata dal principio che l’accumulazione non debba completamente porsi il problema della ricaduta che hanno attività produttive, che lo sviluppo sia la finalità primaria di una comunità. Questa storia ha come motore il ricatto occupazionale, per cui solo le grandi imprese petrolifere avrebbero potuto salvare la società locale. 

La stessa narrazione si è riproposta recentemente, quando sono stati presentati i primi progetti di riconversione. I poli petrolchimici entrano in crisi e chiudono, lasciando totale devastazione; nel frattempo, si impongono i progetti di riconversione e lo stesso modello riparte, questa volta però il territorio è del tutto espropriato. Tutto ciò mentre esiste una chiara linea di continuità nell’invocazione, da parte delle multinazionali del petrolio dell’investimento pubblico, per garantire le stesse dinamiche di profitto e per realizzare le opere di bonifica. La sacrificabilità dei territori rimane una costante. I territori come la Sicilia stanno su quello che è definito nel dibattito decoloniale il margine. Sono quindi sono sacrificabili. Sono sacrificabili le vite di chi li abita, la biosfera locale e il contesto paesaggistico. Tutto è sacrificabile perché il modello di sviluppo è indiscutibile.

Volendo prendere ad esempio l’operato di Eni sui territori siciliani, registriamo negli ultimi 70 anni danni agli ecosistemi e alle comunità, probabilmente non facilmente recuperabili. A Gela in 15 anni sono nati 450 bambini malformati. Nemmeno a Taranto, una delle aree più inquinate del Continente, si arriva a queste cifre. La città siciliana ha numeri che non hanno pari in Italia e in Europa. Le tipologie di inquinamento specifiche di alcune aree sono assolutamente uniche in Sicilia. Sia a Gela che ad Augusta e Melilli ci sono livelli di percolazione unici per profondità; il tasso di mercurio che sta sui fondali della baia di Augusta è il più alto del pianeta. 
Annunciare la rivoluzione green cancellerà le nocività dai nostri territori? Temiamo proprio di no, soprattutto se i milioni stanziati per le opere di bonifica vengono assegnati a Eni che, come ha dimostrato il recente sequestro da parte della procura di Gela della società Eni Rewinds s.p.a, instasca i fondi senza fare nessuna reale bonifica e riconversione. 

 

2) Le parole sono vuote se non le si riempie di significato

La seconda questione si inquadra meglio se la si pone in forma interrogativa: cosa vuol dire fare la transizione ecologica? Prendendo il caso siciliano è possibile avere una diapositiva chiara di come questo processo investirà il territorio. Negli ultimi mesi sono stati presentati centinaia di progetti per parchi eolici e fotovoltaici; c’è chi l’ha definito il "Supermarket Sicilia" per le centinaia di proposte di investimento sulla produzione di energia - il tutto senza nessuna regolamentazione. La Regione Siciliana un piano per impedire i mega-impianti ce l'avrebbe anche. L'aveva redatto Alberto Pierobon, l'assessore regionale all'Energia: ma il documento - che prevedeva uno stop alle strutture troppo grandi, privilegiava gli impianti sui tetti e individuava 260 miniere e 200 discariche abbandonate per quelli a terra - è rimasto nel cassetto, mai approvato. Condizione perfetta per i privati: senza piano, affari folli per tutti! E così che la Sicilia, la terra del mare, del sole e del vento si presenta come una golosa torta, di cui tutti vogliono accaparrarsi una fetta.  

Esempio calzante per comprendere come la transizione ecologica altro non sarà che una nuova fase di accumulazione estrattiva sui nostri territori è la presentazione del Progetto per un mega parco eolico a largo delle isole Egadi. Un progetto per energia sostenibile, pensato con modalità insostenibili e predatorie per il territorio. Il progetto è stato presentato nell’autunno dello scorso anno dalla società Renexia S.p.A e la sua realizzazione prevede un investimento di 9 miliardi di euro. Situato a 60 km dalla terraferma e a 27km da Marettimo, esso diventerebbe il parco eolico più grande d’Europa. 
Fin dai primi giorni le comunità delle isole Egadi e della provincia di Trapani, insieme a diverse realtà ecologiste (esclusa, chiaramente, Legambiente) si sono mobilitate contro l’ipotesi di costruzione dell’impianto presentando le proprie osservazioni. L’impatto previsto è estremamente forte, ma ciò non stupisce dato che si tratta della costruzione – appena fuori dall’area marina protetta di Favignana – di 190 turbine galleggianti (fissate tramite cavi, ma non ancorate al fondale marino), ciascuna distante 3,5 km l’una dall’altra, alte ognuna 275m, per un’estensione su uno specchio d’acqua di oltre 18 milioni di metri quadrati.
Un’opera dalle dimensioni gigantesche, che però non porterà nessun beneficio al territorio dove sorgerà: niente posti di lavoro, niente royalties e, in più, l’energia prodotto verrà esportata.

 

Giustizia climatica è giustizia sociale

Provando a tirare le somme, questa “rivoluzione” verde, in Sicilia, di rivoluzionario non avrà proprio nulla. Il ruolo dei territori siciliani all’interno dello scacchiere geopolitico rimane lo stesso: terra di estrattivismo ed espropriazione di risorse. Se prima si tirava fuori il petrolio, oggi si punta al sole e al vento. Nessun investimento per le infrastrutture, nulla per la messa in sicurezza dei territori che tanto ha a che fare con la crisi ecologica che il loro modello di sviluppo ha creato – i morti di Catania di questi ultimi giorni lo testimoniano.

Non abbiamo bisogno di altra devastazione, di altra desertificazione. Non ci basta leggere la parola «rinnovabile» al posto di «fossile», per sentirci rassicurati. Abbiamo bisogno del protagonismo delle comunità per immaginare un modo di produrre che sia veramente in sintonia con i territori e che freni l’emigrazione dalla nostra terra che è tutt’oggi – a 150 anni dall’Unità d’Italia – il problema più grave che viviamo.
Più volte i territori si sono opposti a questo genere di opere e sono stati accusati di egoismo. La Sicilia ha le migliori condizioni per produrre energia solare, non può non asservirsi al fotovoltaico. Il passaggio alle rinnovabili è una scelta fatta per il “bene comune”, e chi la combatte offende e osteggia il bene di tutti. Ma c’è da chiedersi, il bene comune di chi? Rispondiamo senza giri di parole: dei privati e dei loro referenti politici. Liberare i nostri territori dalla loro presenza è la posta in gioco nella battaglia tra morte e sopravvivenza. 
Annullare lo sfruttamento e le diseguaglianze tra i territori, rendere attrici le comunità locali, significa coltivare il benessere dei territori e di chi li abita. Fare il contrario, invece, sovraccaricando specifici luoghi della responsabilità di una presunta salvezza collettiva, significa solo alimentare il divario tra chi si vede sottratte le proprie risorse e chi, tali risorse, le consuma e le utilizza per trarne profitto.