TRINACRIA

Contro Draghi whatever it takes

Quasi un anno fa entrava in azione il Governo dei migliori. Ma Mario Draghi, seppur acclamato a gran voce dalla stampa e lodato trasversalmente dai partiti politici nazionali, non ha tardato a rivelare la sua vera natura. Il suo curriculum lo precedeva: prima la conduzione delle privatizzazioni come direttore generale del Tesoro, poi il ruolo di primo piano nella banca d’affari americana Goldman Sachs e, infine, la presidenza della BCE durante la quale, nel 2011, impose all’Italia l’austerity in nome di una ripresa a qualunque costo.

 

Mantenere lo status quo

Così, mentre l’Italia era nel pieno di una profonda crisi economica e sociale dovuta alla pandemia da Covid 19, Mario Draghi è stato richiamato a fare il suo lavoro. Nell’ultimo anno si è rimboccato le maniche per garantire gli interessi di multinazionali, banche, grandi investitori e fasce di reddito più elevate. I partiti si sono stretti intorno a lui nella speranza, ognuno, di poter salvare i propri interessi. Il linguaggio del dibattito politico è cambiato – bisogna fidarsi; l’ufficio stampa governativo ha cambiato nettamente il suo taglio comunicativo – qui si lavora, non si chiacchiera.

La sua promessa di risanare l’economia si è rivelata presto volta a rilanciare gli interessi dei padroni. Nei suoi piani non era previsto alcun mutamento nell’ordine delle cose ma, piuttosto, un tentativo di ritorno agli equilibri pre-pandemici. “Uscire dalla pandemia” significa, in linea con quanto detto, non investire su settori come scuola, salute e messa in sicurezza dei territori; e il rilancio occupazionale si configurerà come un ritorno alla precarietà del lavoro, allo sfruttamento incondizionato, alla ricerca dei massimi profitti sulla pelle dei lavoratori. Ma lo sviluppo diseguale – funzionale – non investe unicamente la sfera sociale; assume anche caratteri geografici e territoriali. Nella penisola c’è una linea di demarcazione che divide il Nord e il Sud. Gli interessi dei padroni, sono gli interessi delle aree produttive del Nord del paese. Il rilancio della produttività ha come motore la Lombardia ed esclude dagli investimenti la Sicilia. Così, misure come il Reddito di cittadinanza, funzionale principalmente alla tenuta sociale del meridione, vengono definanziate e rese meno accessibili.

 

Ritorno al futuro

Ma dire che il “ritorno alla normalità” di Mario Draghi si presenta come un ritratto fedele del passato, è forse improprio. Piuttosto, si stanno mettendo in campo nuove e diverse forme di sfruttamento: più sottili, più innovative e più green, ma altrettanto pervasive, devastanti e inquinanti. Il Sud e la Sicilia mantengono il loro ruolo di territori utili per l’estrazione di risorse e di persone e di discariche di nocività. Così, grazie alle norme varate nel Pnrr, la Sicilia si prepara a essere il nuovo hub dell’industria verde. La devastazione che settant’anni fa portarono raffinerie, trivelle e acciaierie ora la porteranno i mega parchi di produzione di energia eolica e fotovoltaica.

Non deve dunque sorprenderci se nella nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza il governo Draghi ha rispolverato l’autonomia differenziata. L’attuazione dell’art.116 Cost., proposta dalla Lega e dalle regioni forti del Nord per incrementare ulteriormente il divario territoriale del sistema Italia, sembra rispondere bene agli interessi dell’attuale governo.

 

A qualunque costo

Mantenere lo status quo significa anche evitare che sfoci il conflitto sociale. I tentativi di camuffarsi da promotori di equità e coesione sociale non hanno retto davanti al dilagare della crisi economica, sulla quale è pesato particolarmente lo sblocco dei licenziamenti che negli ultimi mesi ha provocato l’insorgere dei lavoratori della GKN, di Alitalia, Almaviva....

Il ricatto “green pass o salario” è stata l’ultima goccia che ha fatto esplodere il mondo del lavoro. E mentre i sindacati confederali eseguono i diktat del governo, i lavoratori hanno ben capito che il green pass, lungi dall’essere una misura sanitaria, è uno strumento per spingere alla ripresa della produzione, tramite le vaccinazioni, da una parte e per legittimare la perdita di lavoro dall’altra. Comprendere quello sta succedendo nelle piazze in queste settimane significa andare oltre le banalizzazioni imposte dalla politica mainstream per riuscire a cogliere il sentimento di sfiducia che si sta palesando nei confronti del governo. Non un movimento contro la scienza e contro la logica, ma contro istituzioni verso cui risulta impossibile riporre fiducia.

Come ogni crisi economica, anche la crisi pandemica la stiamo pagando noi. Un’opposizione al governo Draghi – al governo delle banche, dei potenti, del sistema – non può che essere sociale, a qualunque costo.

Contro Draghi whatever it takes

Quasi un anno fa entrava in azione il Governo dei migliori. Ma Mario Draghi, seppur acclamato a gran voce dalla stampa e lodato trasversalmente dai partiti politici nazionali, non ha tardato a rivelare la sua vera natura. Il suo curriculum lo precedeva: prima la conduzione delle privatizzazioni come direttore generale del Tesoro, poi il ruolo di primo piano nella banca d’affari americana Goldman Sachs e, infine, la presidenza della BCE durante la quale, nel 2011, impose all’Italia l’austerity in nome di una ripresa a qualunque costo.

 

Mantenere lo status quo

Così, mentre l’Italia era nel pieno di una profonda crisi economica e sociale dovuta alla pandemia da Covid 19, Mario Draghi è stato richiamato a fare il suo lavoro. Nell’ultimo anno si è rimboccato le maniche per garantire gli interessi di multinazionali, banche, grandi investitori e fasce di reddito più elevate. I partiti si sono stretti intorno a lui nella speranza, ognuno, di poter salvare i propri interessi. Il linguaggio del dibattito politico è cambiato – bisogna fidarsi; l’ufficio stampa governativo ha cambiato nettamente il suo taglio comunicativo – qui si lavora, non si chiacchiera.

La sua promessa di risanare l’economia si è rivelata presto volta a rilanciare gli interessi dei padroni. Nei suoi piani non era previsto alcun mutamento nell’ordine delle cose ma, piuttosto, un tentativo di ritorno agli equilibri pre-pandemici. “Uscire dalla pandemia” significa, in linea con quanto detto, non investire su settori come scuola, salute e messa in sicurezza dei territori; e il rilancio occupazionale si configurerà come un ritorno alla precarietà del lavoro, allo sfruttamento incondizionato, alla ricerca dei massimi profitti sulla pelle dei lavoratori. Ma lo sviluppo diseguale – funzionale – non investe unicamente la sfera sociale; assume anche caratteri geografici e territoriali. Nella penisola c’è una linea di demarcazione che divide il Nord e il Sud. Gli interessi dei padroni, sono gli interessi delle aree produttive del Nord del paese. Il rilancio della produttività ha come motore la Lombardia ed esclude dagli investimenti la Sicilia. Così, misure come il Reddito di cittadinanza, funzionale principalmente alla tenuta sociale del meridione, vengono definanziate e rese meno accessibili.

 

Ritorno al futuro

Ma dire che il “ritorno alla normalità” di Mario Draghi si presenta come un ritratto fedele del passato, è forse improprio. Piuttosto, si stanno mettendo in campo nuove e diverse forme di sfruttamento: più sottili, più innovative e più green, ma altrettanto pervasive, devastanti e inquinanti. Il Sud e la Sicilia mantengono il loro ruolo di territori utili per l’estrazione di risorse e di persone e di discariche di nocività. Così, grazie alle norme varate nel Pnrr, la Sicilia si prepara a essere il nuovo hub dell’industria verde. La devastazione che settant’anni fa portarono raffinerie, trivelle e acciaierie ora la porteranno i mega parchi di produzione di energia eolica e fotovoltaica.

Non deve dunque sorprenderci se nella nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza il governo Draghi ha rispolverato l’autonomia differenziata. L’attuazione dell’art.116 Cost., proposta dalla Lega e dalle regioni forti del Nord per incrementare ulteriormente il divario territoriale del sistema Italia, sembra rispondere bene agli interessi dell’attuale governo.

 

A qualunque costo

Mantenere lo status quo significa anche evitare che sfoci il conflitto sociale. I tentativi di camuffarsi da promotori di equità e coesione sociale non hanno retto davanti al dilagare della crisi economica, sulla quale è pesato particolarmente lo sblocco dei licenziamenti che negli ultimi mesi ha provocato l’insorgere dei lavoratori della GKN, di Alitalia, Almaviva....

Il ricatto “green pass o salario” è stata l’ultima goccia che ha fatto esplodere il mondo del lavoro. E mentre i sindacati confederali eseguono i diktat del governo, i lavoratori hanno ben capito che il green pass, lungi dall’essere una misura sanitaria, è uno strumento per spingere alla ripresa della produzione, tramite le vaccinazioni, da una parte e per legittimare la perdita di lavoro dall’altra. Comprendere quello sta succedendo nelle piazze in queste settimane significa andare oltre le banalizzazioni imposte dalla politica mainstream per riuscire a cogliere il sentimento di sfiducia che si sta palesando nei confronti del governo. Non un movimento contro la scienza e contro la logica, ma contro istituzioni verso cui risulta impossibile riporre fiducia.

Come ogni crisi economica, anche la crisi pandemica la stiamo pagando noi. Un’opposizione al governo Draghi – al governo delle banche, dei potenti, del sistema – non può che essere sociale, a qualunque costo.

Contro Draghi whatever it takes

Quasi un anno fa entrava in azione il Governo dei migliori. Ma Mario Draghi, seppur acclamato a gran voce dalla stampa e lodato trasversalmente dai partiti politici nazionali, non ha tardato a rivelare la sua vera natura. Il suo curriculum lo precedeva: prima la conduzione delle privatizzazioni come direttore generale del Tesoro, poi il ruolo di primo piano nella banca d’affari americana Goldman Sachs e, infine, la presidenza della BCE durante la quale, nel 2011, impose all’Italia l’austerity in nome di una ripresa a qualunque costo.

 

Mantenere lo status quo

Così, mentre l’Italia era nel pieno di una profonda crisi economica e sociale dovuta alla pandemia da Covid 19, Mario Draghi è stato richiamato a fare il suo lavoro. Nell’ultimo anno si è rimboccato le maniche per garantire gli interessi di multinazionali, banche, grandi investitori e fasce di reddito più elevate. I partiti si sono stretti intorno a lui nella speranza, ognuno, di poter salvare i propri interessi. Il linguaggio del dibattito politico è cambiato – bisogna fidarsi; l’ufficio stampa governativo ha cambiato nettamente il suo taglio comunicativo – qui si lavora, non si chiacchiera.

La sua promessa di risanare l’economia si è rivelata presto volta a rilanciare gli interessi dei padroni. Nei suoi piani non era previsto alcun mutamento nell’ordine delle cose ma, piuttosto, un tentativo di ritorno agli equilibri pre-pandemici. “Uscire dalla pandemia” significa, in linea con quanto detto, non investire su settori come scuola, salute e messa in sicurezza dei territori; e il rilancio occupazionale si configurerà come un ritorno alla precarietà del lavoro, allo sfruttamento incondizionato, alla ricerca dei massimi profitti sulla pelle dei lavoratori. Ma lo sviluppo diseguale – funzionale – non investe unicamente la sfera sociale; assume anche caratteri geografici e territoriali. Nella penisola c’è una linea di demarcazione che divide il Nord e il Sud. Gli interessi dei padroni, sono gli interessi delle aree produttive del Nord del paese. Il rilancio della produttività ha come motore la Lombardia ed esclude dagli investimenti la Sicilia. Così, misure come il Reddito di cittadinanza, funzionale principalmente alla tenuta sociale del meridione, vengono definanziate e rese meno accessibili.

 

Ritorno al futuro

Ma dire che il “ritorno alla normalità” di Mario Draghi si presenta come un ritratto fedele del passato, è forse improprio. Piuttosto, si stanno mettendo in campo nuove e diverse forme di sfruttamento: più sottili, più innovative e più green, ma altrettanto pervasive, devastanti e inquinanti. Il Sud e la Sicilia mantengono il loro ruolo di territori utili per l’estrazione di risorse e di persone e di discariche di nocività. Così, grazie alle norme varate nel Pnrr, la Sicilia si prepara a essere il nuovo hub dell’industria verde. La devastazione che settant’anni fa portarono raffinerie, trivelle e acciaierie ora la porteranno i mega parchi di produzione di energia eolica e fotovoltaica.

Non deve dunque sorprenderci se nella nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza il governo Draghi ha rispolverato l’autonomia differenziata. L’attuazione dell’art.116 Cost., proposta dalla Lega e dalle regioni forti del Nord per incrementare ulteriormente il divario territoriale del sistema Italia, sembra rispondere bene agli interessi dell’attuale governo.

 

A qualunque costo

Mantenere lo status quo significa anche evitare che sfoci il conflitto sociale. I tentativi di camuffarsi da promotori di equità e coesione sociale non hanno retto davanti al dilagare della crisi economica, sulla quale è pesato particolarmente lo sblocco dei licenziamenti che negli ultimi mesi ha provocato l’insorgere dei lavoratori della GKN, di Alitalia, Almaviva....

Il ricatto “green pass o salario” è stata l’ultima goccia che ha fatto esplodere il mondo del lavoro. E mentre i sindacati confederali eseguono i diktat del governo, i lavoratori hanno ben capito che il green pass, lungi dall’essere una misura sanitaria, è uno strumento per spingere alla ripresa della produzione, tramite le vaccinazioni, da una parte e per legittimare la perdita di lavoro dall’altra. Comprendere quello sta succedendo nelle piazze in queste settimane significa andare oltre le banalizzazioni imposte dalla politica mainstream per riuscire a cogliere il sentimento di sfiducia che si sta palesando nei confronti del governo. Non un movimento contro la scienza e contro la logica, ma contro istituzioni verso cui risulta impossibile riporre fiducia.

Come ogni crisi economica, anche la crisi pandemica la stiamo pagando noi. Un’opposizione al governo Draghi – al governo delle banche, dei potenti, del sistema – non può che essere sociale, a qualunque costo.