TRINACRIA

I garanti della stabilità

Dopo una settimana di teatrino degno delle peggiori performance della politica italiana, in cui si è definitivamente dimostrata la distanza tra la “politica ufficiale” e il paese reale, ci troviamo di fronte alla scelta della stabilità come primo obiettivo della classe politica.

Anche di fronte alla scelta di una donna come presidente della Repubblica, soluzione spinta dall’establishment mediatico, senza alcuna effettiva ricaduta nella trasformazione della realtà tantomeno per la condizione di emancipazione vera della donna, la scelta dei parlamentari è caduta sulla conservazione della poltrona, sulla tutela dell’esistente.

In tutto il percorso gli schieramenti, logorati da un anno di governo unitario, hanno mostrato non solo la loro debolezza ma anche quella dell’intero sistema dei partiti. Il tentativo di Salvini di mantenere il doppio ruolo di capo della coalizione del centrodestra e di tessitore per la maggioranza di governo, con il fine di eleggere un capo dello Stato non proveniente dalle fila del centro-sinistra, è naufragato e, a cascata, la sua coalizione è andata in pezzi. Il PD di Letta, invece, incapace di andare oltre l’ipotesi principale di sostenere Draghi, ha giocato di rimessa nascondendo abilmente le proprie contraddizioni o riversandole nel solo campo del Movimento Cinquestelle, in cui Conte e Di Maio si muovono sempre più speditamente verso una collisione.

Allo stesso tempo, il desolante livello del ceto politico costruitosi con la seconda repubblica manifesta l’incapacità di autoriprodursi, finendo per ricorrere, in queste situazioni, a quel che resta della prima (Napolitano, Mattarella, Casini) mantenendo nella precarietà ogni equilibrio che momentaneamente costruisce.

La stabilità del quadro istituzionale si traduce in precarietà per la vita delle persone

Per i parlamentari l’unico vero obiettivo è quello di garantirsi la stabilità della poltrona dove sono seduti. Una stabilità che i cittadini pagano a caro prezzo. È, infatti, la (in)stabilità della vita – economica, politica, sociale – del paese così com’è: con lo sfruttamento e la precarietà sul lavoro, la disoccupazione, il divario tra il Nord e il Sud e tra i ricchi e i poveri, la negazione del diritto allo studio, alla salute, e al dissenso.

Una stabilità messa in crisi dalla diffusione incontrollata del Covid, che si prova in tutti i modi a ristabilire con la campagna vaccinale e l’obbligo del green pass che dovrebbero restituirci una presunta normalità, fatta di continue restrizioni, di stato di emergenza permanente, di tasse, di aumenti del costo della benzina, delle bollette e delle derrate alimentari, di tagli alla sanità e alla scuola pubblica, di licenziamenti e sfratti.

Draghi – appoggiato dall’Europa, dagli industriali e da tutti i partiti italiani (o quasi) – è il garante di questa stabilità per il Governo. Mattarella lo è per la Repubblica. I parlamentari siciliani in gita a Roma insieme al presidente Musumeci tuonano: «è una decisione in sintonia con il paese». Da Confindustria e sindacati arriva un coro unanime: «è una opportunità per il Sud». In realtà ben sappiamo cosa rappresenta il tandem Mattarella/Draghi e quali interessi difende. Serve stabilità per spartire i fondi del PNRR, senza che nessuno s’azzardi a storcere il naso. La torta è arrivata grossa dall’Unione Europea allo Stato italiano proprio per la presenza del Sud e delle isole – ritenute aree svantaggiate – ma nei piani dei garanti della stabilità, la fetta più grossa andrà al Nord, alle aree più sviluppate per renderle ancora più competitive dentro le logiche del mercato capitalistico.


Rompere la stabilità

Funzionerà? Si può davvero pensare di venire a capo di una grave “crisi di sistema” – quale quella che effettivamente lo Stato italiano sta vivendo – con espedienti ingegneristici o con la logica della stabilità del quadro istituzionale sopra ogni cosa? Si può pensare che la soluzione sia allungare l’agonia di un sistema economico, politico e istituzionale che fa acqua da tutte le parti, aiutato a sopravvivere da una narrazione mediatica a senso unico, che esalta alcune figure come salvifiche e garanzia degli interessi dei cittadini?

La risposta del paese reale al consueto teatrino della politica ce la danno come spesso è accaduto gli studenti delle scuole superiori, che in diverse piazze hanno riversato la loro rabbia per la morte di uno studente che, a Udine, stava effettuando uno stage in azienda, previsto nell’alternanza scuola-lavoro. Cariche della polizia e repressione è stata la risposta per gli studenti che hanno osato portare avanti la voce del paese reale, mentre la politica consumava dentro i palazzi i suoi riti, i suoi affari e le sue nomine. Questa, ancora una volta, ci sembra la strada giusta, quella di chi si mette in gioco e a viso aperto sfida nelle piazze, con determinazione, la politica ufficiale ridotta in miseria, ma ben attaccata alle poltrone.

 

I garanti della stabilità

Dopo una settimana di teatrino degno delle peggiori performance della politica italiana, in cui si è definitivamente dimostrata la distanza tra la “politica ufficiale” e il paese reale, ci troviamo di fronte alla scelta della stabilità come primo obiettivo della classe politica.

Anche di fronte alla scelta di una donna come presidente della Repubblica, soluzione spinta dall’establishment mediatico, senza alcuna effettiva ricaduta nella trasformazione della realtà tantomeno per la condizione di emancipazione vera della donna, la scelta dei parlamentari è caduta sulla conservazione della poltrona, sulla tutela dell’esistente.

In tutto il percorso gli schieramenti, logorati da un anno di governo unitario, hanno mostrato non solo la loro debolezza ma anche quella dell’intero sistema dei partiti. Il tentativo di Salvini di mantenere il doppio ruolo di capo della coalizione del centrodestra e di tessitore per la maggioranza di governo, con il fine di eleggere un capo dello Stato non proveniente dalle fila del centro-sinistra, è naufragato e, a cascata, la sua coalizione è andata in pezzi. Il PD di Letta, invece, incapace di andare oltre l’ipotesi principale di sostenere Draghi, ha giocato di rimessa nascondendo abilmente le proprie contraddizioni o riversandole nel solo campo del Movimento Cinquestelle, in cui Conte e Di Maio si muovono sempre più speditamente verso una collisione.

Allo stesso tempo, il desolante livello del ceto politico costruitosi con la seconda repubblica manifesta l’incapacità di autoriprodursi, finendo per ricorrere, in queste situazioni, a quel che resta della prima (Napolitano, Mattarella, Casini) mantenendo nella precarietà ogni equilibrio che momentaneamente costruisce.

La stabilità del quadro istituzionale si traduce in precarietà per la vita delle persone

Per i parlamentari l’unico vero obiettivo è quello di garantirsi la stabilità della poltrona dove sono seduti. Una stabilità che i cittadini pagano a caro prezzo. È, infatti, la (in)stabilità della vita – economica, politica, sociale – del paese così com’è: con lo sfruttamento e la precarietà sul lavoro, la disoccupazione, il divario tra il Nord e il Sud e tra i ricchi e i poveri, la negazione del diritto allo studio, alla salute, e al dissenso.

Una stabilità messa in crisi dalla diffusione incontrollata del Covid, che si prova in tutti i modi a ristabilire con la campagna vaccinale e l’obbligo del green pass che dovrebbero restituirci una presunta normalità, fatta di continue restrizioni, di stato di emergenza permanente, di tasse, di aumenti del costo della benzina, delle bollette e delle derrate alimentari, di tagli alla sanità e alla scuola pubblica, di licenziamenti e sfratti.

Draghi – appoggiato dall’Europa, dagli industriali e da tutti i partiti italiani (o quasi) – è il garante di questa stabilità per il Governo. Mattarella lo è per la Repubblica. I parlamentari siciliani in gita a Roma insieme al presidente Musumeci tuonano: «è una decisione in sintonia con il paese». Da Confindustria e sindacati arriva un coro unanime: «è una opportunità per il Sud». In realtà ben sappiamo cosa rappresenta il tandem Mattarella/Draghi e quali interessi difende. Serve stabilità per spartire i fondi del PNRR, senza che nessuno s’azzardi a storcere il naso. La torta è arrivata grossa dall’Unione Europea allo Stato italiano proprio per la presenza del Sud e delle isole – ritenute aree svantaggiate – ma nei piani dei garanti della stabilità, la fetta più grossa andrà al Nord, alle aree più sviluppate per renderle ancora più competitive dentro le logiche del mercato capitalistico.


Rompere la stabilità

Funzionerà? Si può davvero pensare di venire a capo di una grave “crisi di sistema” – quale quella che effettivamente lo Stato italiano sta vivendo – con espedienti ingegneristici o con la logica della stabilità del quadro istituzionale sopra ogni cosa? Si può pensare che la soluzione sia allungare l’agonia di un sistema economico, politico e istituzionale che fa acqua da tutte le parti, aiutato a sopravvivere da una narrazione mediatica a senso unico, che esalta alcune figure come salvifiche e garanzia degli interessi dei cittadini?

La risposta del paese reale al consueto teatrino della politica ce la danno come spesso è accaduto gli studenti delle scuole superiori, che in diverse piazze hanno riversato la loro rabbia per la morte di uno studente che, a Udine, stava effettuando uno stage in azienda, previsto nell’alternanza scuola-lavoro. Cariche della polizia e repressione è stata la risposta per gli studenti che hanno osato portare avanti la voce del paese reale, mentre la politica consumava dentro i palazzi i suoi riti, i suoi affari e le sue nomine. Questa, ancora una volta, ci sembra la strada giusta, quella di chi si mette in gioco e a viso aperto sfida nelle piazze, con determinazione, la politica ufficiale ridotta in miseria, ma ben attaccata alle poltrone.

 

I garanti della stabilità

Dopo una settimana di teatrino degno delle peggiori performance della politica italiana, in cui si è definitivamente dimostrata la distanza tra la “politica ufficiale” e il paese reale, ci troviamo di fronte alla scelta della stabilità come primo obiettivo della classe politica.

Anche di fronte alla scelta di una donna come presidente della Repubblica, soluzione spinta dall’establishment mediatico, senza alcuna effettiva ricaduta nella trasformazione della realtà tantomeno per la condizione di emancipazione vera della donna, la scelta dei parlamentari è caduta sulla conservazione della poltrona, sulla tutela dell’esistente.

In tutto il percorso gli schieramenti, logorati da un anno di governo unitario, hanno mostrato non solo la loro debolezza ma anche quella dell’intero sistema dei partiti. Il tentativo di Salvini di mantenere il doppio ruolo di capo della coalizione del centrodestra e di tessitore per la maggioranza di governo, con il fine di eleggere un capo dello Stato non proveniente dalle fila del centro-sinistra, è naufragato e, a cascata, la sua coalizione è andata in pezzi. Il PD di Letta, invece, incapace di andare oltre l’ipotesi principale di sostenere Draghi, ha giocato di rimessa nascondendo abilmente le proprie contraddizioni o riversandole nel solo campo del Movimento Cinquestelle, in cui Conte e Di Maio si muovono sempre più speditamente verso una collisione.

Allo stesso tempo, il desolante livello del ceto politico costruitosi con la seconda repubblica manifesta l’incapacità di autoriprodursi, finendo per ricorrere, in queste situazioni, a quel che resta della prima (Napolitano, Mattarella, Casini) mantenendo nella precarietà ogni equilibrio che momentaneamente costruisce.

La stabilità del quadro istituzionale si traduce in precarietà per la vita delle persone

Per i parlamentari l’unico vero obiettivo è quello di garantirsi la stabilità della poltrona dove sono seduti. Una stabilità che i cittadini pagano a caro prezzo. È, infatti, la (in)stabilità della vita – economica, politica, sociale – del paese così com’è: con lo sfruttamento e la precarietà sul lavoro, la disoccupazione, il divario tra il Nord e il Sud e tra i ricchi e i poveri, la negazione del diritto allo studio, alla salute, e al dissenso.

Una stabilità messa in crisi dalla diffusione incontrollata del Covid, che si prova in tutti i modi a ristabilire con la campagna vaccinale e l’obbligo del green pass che dovrebbero restituirci una presunta normalità, fatta di continue restrizioni, di stato di emergenza permanente, di tasse, di aumenti del costo della benzina, delle bollette e delle derrate alimentari, di tagli alla sanità e alla scuola pubblica, di licenziamenti e sfratti.

Draghi – appoggiato dall’Europa, dagli industriali e da tutti i partiti italiani (o quasi) – è il garante di questa stabilità per il Governo. Mattarella lo è per la Repubblica. I parlamentari siciliani in gita a Roma insieme al presidente Musumeci tuonano: «è una decisione in sintonia con il paese». Da Confindustria e sindacati arriva un coro unanime: «è una opportunità per il Sud». In realtà ben sappiamo cosa rappresenta il tandem Mattarella/Draghi e quali interessi difende. Serve stabilità per spartire i fondi del PNRR, senza che nessuno s’azzardi a storcere il naso. La torta è arrivata grossa dall’Unione Europea allo Stato italiano proprio per la presenza del Sud e delle isole – ritenute aree svantaggiate – ma nei piani dei garanti della stabilità, la fetta più grossa andrà al Nord, alle aree più sviluppate per renderle ancora più competitive dentro le logiche del mercato capitalistico.


Rompere la stabilità

Funzionerà? Si può davvero pensare di venire a capo di una grave “crisi di sistema” – quale quella che effettivamente lo Stato italiano sta vivendo – con espedienti ingegneristici o con la logica della stabilità del quadro istituzionale sopra ogni cosa? Si può pensare che la soluzione sia allungare l’agonia di un sistema economico, politico e istituzionale che fa acqua da tutte le parti, aiutato a sopravvivere da una narrazione mediatica a senso unico, che esalta alcune figure come salvifiche e garanzia degli interessi dei cittadini?

La risposta del paese reale al consueto teatrino della politica ce la danno come spesso è accaduto gli studenti delle scuole superiori, che in diverse piazze hanno riversato la loro rabbia per la morte di uno studente che, a Udine, stava effettuando uno stage in azienda, previsto nell’alternanza scuola-lavoro. Cariche della polizia e repressione è stata la risposta per gli studenti che hanno osato portare avanti la voce del paese reale, mentre la politica consumava dentro i palazzi i suoi riti, i suoi affari e le sue nomine. Questa, ancora una volta, ci sembra la strada giusta, quella di chi si mette in gioco e a viso aperto sfida nelle piazze, con determinazione, la politica ufficiale ridotta in miseria, ma ben attaccata alle poltrone.