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  • 60nonfacultura: la Riforma Bianchi inaugura un percorso a ostacoli verso l’insegnamento

    60nonfacultura: la Riforma Bianchi inaugura un percorso a ostacoli verso l’insegnamento

    Chiunque si sia mai seduto in un banco di scuola in Italia conosce fin troppo bene i problemi che caratterizzano il nostro sistema scolastico. Tagli costanti dei fondi, strutture vecchie di decenni che rischiano di crollare da un momento all’altro, eterna condizione di precarietà dei docenti, trasformazione della scuola nella fabbrica di produzione dei lavoratori del domani piuttosto che in luogo di sviluppo del sapere critico. L’evoluzione del sistema scolastico nazionale in una focina di riproduzione di sapere sterile e nozionistico è avvenuta attraverso numerose riforme che, nel corso del tempo, lo hanno reso ciò che è oggi in tutte le sue criticità. In questo quadro, si inserisce in perfetta continuità il decreto formazione docenti, da poco diventato legge.

    60 non fa cultura, ma sfruttamento 

    La riforma del sistema di reclutamento degli insegnanti partirà a pieno regime dal 1 gennaio 2025. Presentata nel 2022 dall’allora Ministro Bianchi sotto il Governo Draghi, la riforma è stata portata a termine dall’attuale Governo, dimostrando quanto un esecutivo tecnico di unità nazionale e un Governo marcatamente di destra si trovino d’accordo quando bisogna demolire un sistema scolastico già al collasso. La nuova legge prevede una modifica sostanziale all’iter di formazione e reclutamento degli insegnanti, trasformandolo più in una corsa a ostacoli che in un percorso preparatorio. Infatti, dopo aver conseguito la laurea magistrale, bisognerà sostenere un corso di formazione da 60 CFU a spese degli aspiranti docenti , per un costo massimo di 2500€, che prevede, tra le varie attività, almeno 240 ore di tirocinio, ovviamente non retribuito, efficace escamotage per mettere a lavoro i giovani insegnanti senza la scomodità di dovergli riconoscere uno stipendio. Una volta abilitati, dopo aver superato due esami – come se i 30 della laurea magistrale fossero stati poca cosa – si può finalmente partecipare al concorso docenti. Se superato, si è sottoposti a un anno di formazione e prova in servizio nelle scuole. L’anno di prova si conclude con un test finale e una valutazione conclusiva. A quel punto, se il tutto si conclude con esito positivo, lo studente, ora finalmente titolato a definirsi docente, otterrà la tanto agognata cattedra di ruolo, che manterrà per almeno tre anni nel primo istituto in cui verrà assegnato.

    Così, la riforma Bianchi si configura come l’ennesimo attacco al diritto allo studio e all’insegnamento, estendendo la condizione di precarietà dei giovani che desiderano insegnare. L’obiettivo del Governo appare chiaro: rendere il percorso verso l’insegnamento così lungo e costoso da obbligare i ragazzi a fare altro. Parallelamente, è utile per sfruttare i giovani aspiranti insegnanti quanto più possibile attraverso continui tirocini non retribuiti e speculando sui costi che devono sostenere per accedere ai vari corsi e concorsi. Dulcis in fundo, la riforma si accompagna a un’altra grande innovazione nel mondo della scuola, l’istituzione di una Scuola di alta formazione dell’istruzione. Un organismo che avrà a capo un Presidente nominato direttamente dal Primo Ministro, e che resterà in carica per quattro anni, venendo, di fatto, sostituito a ogni cambio di legislatura, a dimostrazione di quanto la neonata Scuola sarà legata a stretto giro alle indicazioni dei partiti di governo. La nuova istituzione, tra le altre cose, si occuperà di «coordinare e indirizzare le attività formative dei dirigenti scolastici, dei direttori dei servizi amministrativi generali, del personale amministrativo, tecnico e ausiliario», oltre che dei docenti, ovviamente. Di fatto, è un organo di controllo sulla condotta dei docenti e dell’intero personale scolastico, utile a punire coloro i quali fuoriescono dalle direttive governative, o appoggiano i moti di protesta dentro le scuole.

    Per questo, in quanto studenti e aspiranti docenti, abbiamo deciso di lanciare l’Assemblea per il diritto allo studio, che ha avuto un primo momento di confronto, con la partecipazione anche di diversi docenti dell’Università di Palermo, il 25 ottobre, e che intende mobilitarsi contro la Riforma Bianchi e a tutela dei diritti di noi studenti nel loro complesso.


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