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  • Lo Stato di diritto contro la legittimità popolare nel processo per l’indipendenza della Catalogna – Percorsi di indipendenza in Europa 2023

    Lo Stato di diritto contro la legittimità popolare nel processo per l’indipendenza della Catalogna – Percorsi di indipendenza in Europa 2023

    Pubblichiamo l’intervento di Edgar Fernández Blazquez, consigliere comunale e membro della direzione nazionale della “Candidatura d’Unitat Popular (CUP)” alla seconda conferenza internazionale “Percorsi di Indipendenza in Europa” svoltasi il 30 marzo presso L’Assemblea Regionale Siciliana.

    Prima di tutto, da parte della CUP, dai Paesi catalani, vogliamo ringraziarvi non solo per questo nuovo invito, ma anche per la vostra lotta, il vostro lavoro e l’ostinazione. Come internazionalisti sentiamo nostre tutte le lotte contro l’oppressione e le ingiustizie e a favore della libertà e di una vita dignitosa per tutti. Inoltre, questo lavoro, questa lotta, hanno molto più valore quando vediamo che l’estrema destra e il fascismo stanno tornando a farsi strada in Europa, anche a causa del fallimento della socialdemocrazia capitalista. Quindi grazie ancora, siamo molto orgogliosi di essere qui e lottare al vostro fianco per un futuro libero, dignitoso e condiviso.

    Per iniziare a parlare del ruolo dell’autonomia amministrativa, del decentramento e della capacità gestionale, è importante partire dall’inizio. Siamo indipendentisti perché difendiamo l’autodeterminazione dei popoli che rivendicano questioni culturali, linguistiche e storiche, ma lo siamo anche perché siamo anticapitalisti e socialisti, quindi, perché comprendiamo che lo Stato, soprattutto in un quadro europeo forgiato dall’imperialismo, è il più grande strumento di potere per garantire la continuità del sistema capitalista. Un sistema socioeconomico che protegge e garantisce gli interessi e i benefici di una piccola minoranza a scapito degli interessi e dei bisogni della vasta maggioranza lavoratrice.

    Quindi, se siamo indipendentisti, è perché riteniamo che l’indipendenza dei Paesi catalani sia il più grande contributo che possiamo dare a tutti i popoli e all’emancipazione della classe operaia mondiale. Siamo indipendentisti perché dobbiamo cambiare tutto. Perché stiamo apportando un cambiamento all’intero sistema sociale ed economico. Ora, trattando il tema della gestione delle competenze e dell’autonomia, ritengo interessante analizzare cosa è successo negli ultimi quarant’anni in Catalogna. Le sinistre indipendentiste hanno sempre denunciato che più poteri da gestire da parte del governo catalano e più concessioni da parte dello stato spagnolo, non erano affatto un obiettivo da perseguire.

    Innanzitutto, perché il governo catalano è sempre appartenuto alla destra liberale, e dunque non ha mai favorito gli interessi della maggioranza lavoratrice: ha creato un sistema pubblico-privato per gestire servizi pubblici come sanità e istruzione, usa la repressione poliziesca contro i movimenti sociali e popolari, porta avanti un modello del Paese basato sul turismo e sui microprogetti insostenibili dal punto di vista ambientale, e via dicendo. Secondo, perché l’autonomia è la merce di scambio per annullare ogni aspirazione all’indipendenza. Gli Stati plurinazionali, che lavorano instancabilmente per garantire la propria continuità e i propri interessi, sanno giocare molto bene con la bilancia delle concessioni. Come ho detto, in Catalogna ma anche nei Paesi Baschi, la destra nazionalista si è sentita molto a suo agio nel gestire e distribuire le briciole, divenendo responsabile della mancata avanzata verso l’autodeterminazione e, a cascata, la sovranità nazionale e popolare.

    Noi della CUP e della sinistra indipendentista dei Paesi catalani crediamo che solo dal conflitto (non necessariamente violento) si possano unire e accumulare forze e favorire possibilità di cambiamento e rottura sociale e nazionale. Gli ultimi 15 anni in Catalogna sono un ottimo esempio per capirlo. Abbiamo vissuto un accelerato, massiccio processo di indipendenza, con gli attori sociali e politici allineati e con un duro confronto con lo Stato con altrettanto dure conseguenze: repressione, carcere, esilio… oggi sono più di 4.000 le persone con cause pendenti per questi anni di azione e mobilitazioni massicce.

    Vediamo nel dettaglio: nel 2006 è stato approvato in Catalogna un nuovo Statuto di autonomia. Eravamo contrari a questo nuovo Statuto perché è pur sempre un nuovo quadro giuridico che ci lascia senza la possibilità di esercitare sovranità e decisione sul modello di Paese che vogliamo. Eppure nel 2009 lo Stato stesso, tramite la Corte Costituzionale, lo ha sospeso poiché andava oltre le competenze autonomiche. Da qui, la consapevolezza nazionale dell’ingiustizia è aumentata. Il grido unanime è stato “abbiamo il diritto di decidere”. Lo completavamo dicendo che nessuno statuto ci rendeva liberi e che quanto accaduto ne era la prova.

    Da quel momento, con il popolo indignato e lo Stato spagnolo che esercitava una posizione di forza, autorità e potere intransigente molto poco intelligente, ci fu un’escalation simmetrica del conflitto tra la Catalogna e la Spagna. Ad ogni rifiuto dello Stato, maggiore indignazione e richiesta di autonomia e sovranità. Di nuovo un rifiuto da parte dello Stato, altra indignazione e più richiesta sociale e nazionale.

    Tra il 2012 e il 2014, ovvero la prima legislatura in cui la CUP ha ottenuto rappresentanza nel parlamento catalano, si arrivò al punto in cui anche la destra nazionalista, spinta dalla maggioranza sociale e dal timore di perdere centralità, fece un passo avanti, pretendendo di poter decidere il futuro della Catalogna in un referendum (il quadro regionale e territoriale della destra è sempre stata la Catalogna, non l’insieme dei territori dei Països Catalans). Da qui in poi la destra vive sulla propria pelle la trappola della democrazia. La democrazia non è un sistema basato sulle maggioranze: non fatevi ingannare, ci sono molti strumenti per evitare la volontà della maggioranza – dai media ai tribunali. La democrazia capitalista è un sistema di potere, forza, persino repressione. Proprio come l’Unione Europea, che non è altro che un club di Stati che si difendono a vicenda.

    Da quel momento in poi, per non perdere il filo, il nostro compito principale è spiegare che gli Stati e i poteri forti non negoziano e non cedono se non sono costretti, e che per arrivare a questo punto bisogna essere tanti, molti di più di quelli che eravamo. Serviva raggiungere un punto di forza che ci permetta di disobbedire, convocare e votare un referendum, avere la capacità di dichiarare unilateralmente l’indipendenza e aprire un processo di dibattito costituente per la nuova repubblica catalana. Il dibattito non avrebbe riguardato quali poteri e quale autonomia abbiamo, ma la capacità che abbiamo di esercitare la sovranità. Dallo Stato di diritto alla legittimità popolare.

    Pertanto, il nostro impegno, insieme agli altri agenti sociali e politici, è stato quello di legiferare, superando, se necessario, i poteri e la capacità giuridica decentrata o delegata dallo Stato spagnolo. Da un lato approvando le leggi di transizione nazionale per poter indire un referendum sull’autodeterminazione e cominciare così a camminare verso la costituzione di una Repubblica; dall’altro, rispondere alla grave situazione di crisi sociale ed economica, proponendo e approvando una serie di “decreti sociali” per regolare i prezzi degli affitti, garantire l’approvvigionamento energetico… con un totale di 46 leggi per affrontare la grave situazione di crisi sociale che abbiamo vissuto e viviamo come Paese. Tutte leggi sospese. 46 leggi sociali sospese dai tribunali per surclassare i poteri delegati alla regione. Nuovamente: lo Stato di diritto contro la legittimità popolare.

    Ad oggi, dopo anni di aspro conflitto, di grave repressione che dura ancora per più di 4.000 persone, dopo la frustrazione generata dal non poter indire un referendum, che abbiamo fatto lo stesso, ma che non abbiamo potuto attuare… ad oggi, sebbene per una parte della società le aspettative si siano abbassate a causa della frustrazione e della stanchezza per quanto detto sopra, la nostra valutazione si riassume in modo semplice: avere poteri parziali delegati, dati o combattuti, può essere un buon strumento per tutti. Per lo Stato e anche per noi. Per lo Stato, perché riduce il conflitto e le aspirazioni a una negoziazione impari; per noi, perché ci permette di mostrare alla gente dove sono i limiti della delega e di spiegare che questi limiti non sono legali ma politici. Marx diceva che “La legge è la volontà della classe dirigente in una data società, eretta a legge dello Stato”.

    Pertanto, i limiti delle competenze e l’autonomia servono a garantire la sopravvivenza e l’esistenza del sistema costituito. Noi vogliamo che questi limiti consistano in una vita dignitosa per tutti.

    Per concludere con una riflessione: come masse sociali rinunciamo a ciò che crediamo di non poter avere; allo stesso tempo, ci alziamo e chiediamo ciò che ci tolgono, ciò che consideriamo giusto ma non è consentito. Il processo di indipendenza in Catalogna ha messo alle corde lo Stato spagnolo, intensificando un conflitto basato sull’esigenza di poter decidere, gestire la propria autonomia, esercitare i poteri di cui avevamo bisogno e non solo quelli che ci erano stati concessi. La democrazia capitalista non accetterà cambiamenti di modello che capovolgono il sistema o mettono a rischio il potere degli Stati-nazione. Ma la forza di persone arrabbiate, consapevoli e convinte di voler decidere e gestire il proprio futuro, è inarrestabile. I diritti non si chiedono, si combattono e si guadagnano. L’autonomia, se non è sinonimo di totale sovranità, è pura e semplice sottomissione. Quindi, per concludere, torno all’inizio: grazie per averci invitato, grazie per questa lotta condivisa e viva i popoli del Mediterraneo, dell’Europa e del mondo… liberi e sovrani!


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