• Richieste dei Pescatori

    Richieste dei Pescatori

    Costi elevati

    I costi legati all’attrezzatura, al carburante, alle licenze, alle tasse e ai contributi da versare causano notevoli difficoltà ai pescatori nel sostenere economicamente la propria attività. Tale problematica ha determinato, sempre più frequentemente, l’impossibilità per molti pescatori di proseguire nel proprio mestiere per delle spese eccessive e delle norme europee che impongono restrizioni su determinate specie ittiche. Ciò ha comportato un adattamento delle metodologie di pesca, richiedendo l’acquisto di nuove attrezzature e provocando una riduzione della varietà di pesci catturati. Questo, a sua volta, ha determinato una minore disponibilità di pesce per ciascuna imbarcazione. Al fine di agevolare anche i piccoli pescatori e non permettere unicamente alle flotte di pesca industriali, che dispongono di tecnologie avanzate, di dominare il mercato, si propone una regolamentazione dei prezzi di carburante, licenze e tasse mediante l’istituzione di massimali per reddito.

    Mercato estero e grandi flotte

    Le normative nazionali e comunitarie, sebbene necessarie per la gestione sostenibile delle risorse ittiche, limitano le pratiche di pesca tradizionali imponendo restrizioni sulle dimensioni delle catture, delle zone e delle stagioni di pesca. Tuttavia, la soluzione non dovrebbe essere il divieto assoluto della pesca di determinate specie da parte dei piccoli pescatori, che da generazioni svolgono questa attività, bensì il controllo dell’eccessivo sfruttamento dei mari da parte delle grandi flotte di pesca. Queste ultime, vendendo il pesce prevalentemente nei mercati esteri, impediscono ai pescatori locali di avere un sostentamento.

    Cambiamento climatico e inquinamento

    Non esistono sussidi per far fronte al cambiamento climatico e all’inquinamento marino, che rendono sempre più imprevedibili le condizioni della pesca.

    Paranza

    Anche nel settore della pesca con la paranza, le restrizioni imposte per soddisfare le esigenze del mercato stanno limitando la prosecuzione di tale attività. L’unico risultato di tali restrizioni sarà l’aumento delle importazioni da paesi extra-comunitari, i quali operano secondo regole meno stringenti e non rispettano gli stessi rigidi protocolli di sicurezza e sostenibilità. Questa situazione favorisce i paesi esteri, che, grazie alla minor regolamentazione, conquistano quote di mercato sempre più ampie, a volte anche per la maggior parte delle specie ittiche presenti.

    Mercato sleale

    I pescatori si trovano costretti a mantenere prezzi bassi per competere in un mercato sleale, in cui i pesci d’allevamento vengono venduti in grandi quantità, pur offrendo una qualità inferiore. Questa pressione economica obbliga i pescatori, sebbene affrontino spese elevate, a vendere il loro pescato a prezzi nettamente inferiori al suo effettivo valore. Ciò ha portato alla frammentazione della filiera del settore, alla perdita di mestieri e tradizioni legati alla pesca. Per prevenire la distruzione del mercato ittico artigianale, si suggerisce di stabilire controlli sui prezzi di mercato del pescato, al fine di impedire che il mercato del pesce d’allevamento annienti quello del pesce pescato artigianalmente.

    Organismi dannosi

    Negli ultimi anni, le conseguenze del cambiamento climatico hanno causato non solo la migrazione, ma anche un aumento significativo del numero di individui di specie pericolose per l’ecosistema marino, come il granchio blu e il vermocane. In particolare, il vermocane ha dimostrato una capacità predatoria eccezionale su una vasta gamma di organismi marini, inclusi quelli urticanti, come stelle marine, coralli, gorgonie, anemoni, spugne, molluschi, crostacei, ricci di mare e persino meduse. La sua voracità ha il potenziale di alterare o distruggere ampie porzioni del fondale marino, con un’enorme impatto sulle altre specie. La sua rapida espansione e diffusione in zone sempre più ampie costituisce una grave minaccia per la biodiversità del Mediterraneo. Purtroppo, i pescatori non godono di alcuna protezione contro questi organismi dannosi, che danneggiano il loro pescato e complicano notevolmente il loro lavoro. Attualmente, solo alcune università e piccoli centri di ricerca stanno indagando e cercando soluzioni a questo problema. I pescatori chiedono maggiori misure di tutela e incentivi da parte dello Stato per contrastare questa piaga e garantire la sostenibilità delle loro attività.

    Reti

    Negli ultimi anni, i pescatori hanno dovuto adeguarsi alle nuove normative vigenti sull’utilizzo delle reti. Se in passato le reti erano robuste e di grandi dimensioni, ora i pescherecci sono equipaggiati con reti di diverso tipo. Questo cambiamento ha portato a una serie di sfide per i pescatori. Se in passato il principale problema della pesca era rappresentato dalla cattura eccessiva di pesce, con conseguenze come la cattura accidentale di specie protette come le tartarughe marine, oggi i pescatori devono affrontare perdite significative a causa delle reti danneggiate. Queste reti, realizzate con materiali scadenti, vengono continuamente danneggiate da delfini e altre specie marine capaci di
    romperle, portando alla perdita quasi totale del pescato in alcune circostanze. Di conseguenza, i pescatori si trovano costretti a spese impreviste e a lunghe giornate di lavoro che spesso non portano a risultati soddisfacenti. Sarebbe auspicabile che le istituzioni adottassero misure volte a consentire l’utilizzo di materiali più sostenibili e di qualità superiore per la costruzione delle reti. Questo non solo potrebbe ridurre le perdite dovute ai danni alle reti, ma anche contribuire a promuovere una pesca più sostenibile e responsabile.

    Fermo biologico

    Il fermo biologico rappresenta una questione di notevole rilevanza per i pescatori, poiché influisce direttamente sulle loro attività di pesca e sulle loro fonti di reddito. Si tratta di una misura di gestione delle risorse ittiche che prevede la temporanea chiusura di determinate aree di pesca o la sospensione della pesca per un periodo prestabilito al fine di consentire il ripopolamento delle specie marine, garantendone la sostenibilità nel lungo termine.

    Questo provvedimento, se da un lato mira alla conservazione delle risorse ittiche e alla tutela degli ecosistemi marini, dall’altro può comportare significativi impatti economici per i pescatori. Durante il periodo di fermo biologico, infatti, i pescatori sono costretti a interrompere la loro attività di pesca, con conseguenti perdite finanziarie dovute alla mancata produzione e vendita del pescato. Questo può rappresentare una sfida economica considerevole per i pescatori, specialmente per coloro che dipendono esclusivamente dalla pesca per il sostentamento delle proprie famiglie.

    Inoltre, il fermo biologico può anche comportare una redistribuzione delle risorse e dei profitti all’interno del settore della pesca, favorendo i grandi operatori o le flotte più industrializzate a discapito dei piccoli pescatori artigianali o delle comunità costiere dipendenti dalla pesca tradizionale.

    Pertanto, è essenziale che le politiche di gestione delle risorse ittiche, comprese le misure di fermo biologico, siano attentamente valutate e implementate in modo da bilanciare efficacemente la conservazione delle risorse marine con le esigenze socio-economiche delle comunità di pescatori. È necessario anche fornire adeguati sostegni finanziari e assistenza tecnica ai pescatori durante i periodi di fermo biologico al fine di attenuare i potenziali impatti negativi sulle loro attività e sui loro mezzi di sostentamento.

    Quote del pesce

    Il problema delle quote del pesce spada e del tonno, le quali vengono revocate completamente per le imbarcazioni che superano i 10 metri di lunghezza, rappresenta una sfida significativa per i pescatori e per l’intera industria ittica. Questa pratica, sebbene miri
    presumibilmente a regolare e a garantire la sostenibilità delle risorse ittiche, presenta conseguenze economiche e sociali dannose per gli operatori del settore.

    In particolare, la revoca completa delle quote per le imbarcazioni di dimensioni superiori a 10 metri non solo limita le opportunità di pesca per tali operatori, ma può anche minacciare la loro sussistenza economica e mettere a rischio la continuità delle loro attività. Questo provvedimento risulta particolarmente penalizzante per le flotte più grandi, le quali spesso hanno maggiori costi operativi e dipendono in larga misura dalla pesca di specie come il pesce spada e il tonno per mantenere la redditività.

    Inoltre, la revoca delle quote potrebbe causare una redistribuzione delle risorse e dei profitti nel settore della pesca, favorendo le imbarcazioni più piccole o quelle appartenenti a flotte artigianali a discapito delle grandi imbarcazioni industriali. Questo potrebbe generare tensioni e conflitti all’interno della comunità di pescatori e avere impatti negativi sull’occupazione e sulle economie locali dipendenti dalla pesca.

    È fondamentale, quindi, adottare una politica di gestione delle risorse ittiche che sia equa ed equilibrata, garantendo la sostenibilità delle risorse marine senza penalizzare eccessivamente alcune categorie di operatori. Ciò potrebbe implicare l’adozione di misure di gestione più flessibili e adattabili, che tengano conto delle esigenze e delle caratteristiche specifiche delle diverse flotte e comunità di pescatori. Inoltre, sarebbe auspicabile promuovere il coinvolgimento degli operatori del settore nella definizione e nell’attuazione delle politiche di gestione delle risorse ittiche, al fine di assicurare un processo decisionale partecipativo e inclusivo.

    Pescatori di Arenella, Vergine Maria e Acquasanta


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