• È fondamentale per dare una maggioranza a Sanchez, ma l’indipendentismo catalano è in crisi

    È fondamentale per dare una maggioranza a Sanchez, ma l’indipendentismo catalano è in crisi

    Di Marco Santopadre

    Gli indipendentisti di Junts per Catalunya (per comodità li si etichetta come formazione di centro-destra, ma in realtà il movimento guidato dall’esilio da Carles Puigdemont è qualcosa di più complesso, che include anche militanti e dirigenti con una storia e un profilo progressista) sono diventati fondamentali per la formazione di un governo guidato dal socialista Pedro Sànchez.
    Infatti PSOE e Sumar insieme hanno conquistato solo 153 seggi, e per arrivare alla maggioranza assoluta non bastano i 7 seggi di Esquerra Republica de Catalunya, i 6 di Euskal Herria Bildu, i 5 del Partido Nacionalista Vasco e il seggio del Blocco Nazionalista Galiziano.

    Se vuole avere la fiducia Sanchez deve convincere Puigdemont e i suoi almeno ad astenersi (e comunque ne verrebbe fuori una maggioranza risicata e instabile). In cambio, però, Junts ha presentato delle richieste “pesanti” – amnistia per i dirigenti politici oggetto di misure repressive, referendum concordato sull’autodeterminazione, trasferimento alla Comunità Autonoma Catalana delle tratte delle ferrovie spagnole operanti in Catalogna – che il premier socialista ha già in gran parte rifiutato.
    Qualunque sia la scelta del gruppo dirigente di Junts per Catalunya – che è diviso tra una corrente governista ed una più radicale e che ha già subito negli anni scorsi la scissione del Partito Democratico Europeo Catalano, che però alle ultime elezioni ha preso soltanto 32 mila voti – la formazione potrebbe però subire serie conseguenze.

    L’andamento delle elezioni del #23J

    Alle ultime elezioni politiche generali, infatti, il risultato del variegato fronte indipendentista è stato davvero pessimo, perdendo in totale quasi 700 mila voti rispetto al 2019.
    In totale i partiti indipendentisti sono passati dal 42,6% al 28,2%, perdendo il 14% e 9 rappresentanti.

    Il partito che è andato peggio è Esquerra Republicana, che da sola ha perso 416 mila voti e 6 seggi. Anche le Candidature di Unità Popolare (CUP), il movimento di sinistra radicale indipendentista, hanno perso quasi 150 mila voti e i due seggi che avevano conquistato quattro anni fa al parlamento di Madrid.
    Junts è il partito che è sceso di meno (137 mila voti e 1 seggio) ed è quindi quello che ha più da perdere. Se dovesse appoggiare, seppur indirettamente, un nuovo governo Sanchez senza sostanziose concessioni, potrebbe irritare i settori indipendentisti radicali del suo elettorato; ma se dovesse impedire la formazione di una maggioranza di governo “antifascista” e prendersi la responsabilità di rimandare il paese al voto tra pochi mesi, potrebbe convincere una parte del proprio elettorato a spostarsi sui socialisti, su Sumar o su Esquerra Republicana, che invece ha fatto della collaborazione con Sanchez un pilastro della propria strategia politica.

    A fare la differenza è il “voto utile”

    Già alle ultime elezioni il risultato dei partiti indipendentisti è stato influenzato da due tendenze: come spiega il politologo Toni Rodon in un’intervista a VilaWeb, circa il 15%-20% degli elettori di ERC, Junts per Catalunya e CUP si sono rivolti alle opzioni statali di centrosinistra (PSOE e Sumar) scegliendo il “voto utile” contro la possibilità di una vittoria delle destre. Ma, all’estremo opposto, una percentuale simile ha scelto di astenersi per punire l’eccessiva accondiscendenza (vera o presunta) dei partiti indipendentisti nei confronti del governo spagnolo o semplicemente perché, dopo il referendum del 2017, ritiene la dimensione istituzionale spagnola estranea ai propri interessi.

    Basta leggere i dati sulla partecipazione al voto per accorgersi che è proprio nei feudi indipendentisti come Girona, Olot, Vic, Berga e Lleida che l’astensione è cresciuta di più arrivando anche a un più 12% rispetto alle elezioni del 2019.

    Un segnale per la dirigenza dei partiti indipendentisti

    Durante la campagna elettorale, una parte dell’Assemblea Nazionale Catalana, la più grande associazione indipendentista del Principato, ha dato apertamente indicazione di astenersi nonostante la propria posizione fosse uscita leggermente in svantaggio nel dibattito interno all’organizzazione. Anche alcuni Comitati per la Difesa della Repubblica – nati come Comitati per la Difesa del Referendum nel 2017 e poi motore delle mobilitazioni più radicali degli anni successivi, colpiti da una raffica di denunce ed arresti – hanno chiesto agli elettori di non partecipare al voto per mandare un segnale chiaro alle dirigenze dei partiti indipendentisti.

    Anche all’interno della CUP prima delle elezioni una parte consistente della base e della militanza aveva chiesto alla direzione di “saltare un giro” e di impegnarsi in un processo di ridefinizione della strategia dell’organizzazione, che ha avuto un ruolo preminente nella convocazione e nella celebrazione del referendum del 2017 ma che poi ha faticato a trovare una nuova rotta.
    Dopo la cocente sconfitta, il portavoce della CUP e deputato statale uscente Albert Botran – capolista del movimento alle elezioni del 23 luglio nella circoscrizione di Barcellona – ha annunciato le sue dimissioni dall’incarico e la scelta di tornare ad una militanza di seconda fila. La direzione della sinistra indipendentista catalana ha comunque annunciato l’avvio di un processo di “rifondazione” che durerà fino a maggio del 2024, quando si terrà un’assemblea nazionale dei militanti.


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